20 Aprile 2021 Giudiziaria

‘Ndrangheta, colpito clan Pesce: indagato l’imprenditore Rocco Cambria di Milazzo. “Quel patto con le ‘ndrine”

Dagli appalti nel porto di Gioia Tauro al pizzo chiesto ai cittadini che volevano semplicemente vendere un terreno. La cosca Pesce a Rosarno controllava tutto.

Una ulteriore conferma alla pressione esercitata dal clan sulla cittadina della costa tirrenica è giunta dall’operazione “Handover-Pecunia Olet”, condotta dalla Squadra mobile, dal Ros dei carabinieri e dal Gico della Guardia di finanza con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria: 44 persone sono finite in carcere e 9 ai domiciliari, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, detenzione, porto e ricettazione illegale di armi, estorsioni, favoreggiamento personale, aggravati dalla circostanza del metodo e dell’agevolazione mafiosa, nonché per traffico e cessione di sostanze stupefacenti. Indagati in stato di libertà anche tre poliziotti.

Coordinate dal procuratore Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Gaetano Paci e dai pm Francesco Ponzetta, Paola D’Ambrosio e Adriana Sciglio, le indagini hanno portato al sequestro di una cooperativa agricola e un’impresa individuale per un valore stimato di oltre 8,5 milioni di euro.

L’inchiesta ha disarticolato le proiezioni della cosca, sia sul fronte delle attività tipicamente criminali connesse alla gestione del traffico di droga, alle estorsioni ed al “controllo” delle commesse di lavori gestite dalla Autorità portuale di Gioia Tauro, sia sul fronte economico-imprenditoriale, destrutturando la gestione monopolistica del settore della grande distribuzione alimentare.

Tra gli arrestati c’è anche un professionista, il commercialista Tiberio Sorrenti, considerato il mediatore tra la ‘ndrangheta e gli imprenditori taglieggiati o disposti, secondo la Dda, a stringere accordi collusivi con la cosca Pesce.

Tra questi l’imprenditore Rocco Cambria, 63enne di Milazzo, indagato per aver fornito “in qualità di amministratore legale della ‘F.lli Cambria S.p.A.’, benché esterno al sodalizio criminale Pesce, un contributo causalmente diretto alla conservazione o al rafforzamento” della famiglia mafiosa.

Quella ricostruita dagli atti della Dda reggina è la figura di un imprenditore colluso, non vittima delle pressioni delle cosche. L’arresto chiesto dalla Procura Antimafia viene però negato dal gip per difetto di esigenze cautelari: “Non si ravvisa un pericolo di reiterazione apprezzabile in termini di attualità e concretezza”. 

È accusato di associazione mafiosa, invece, Sorrenti che, secondo i pm, “si prestava alla tenuta delle scritture contabili alle ditte fittiziamente intestate a terzi soggetti, ma riconducibili alla cosca Pesce”, “metteva a disposizione il proprio studio quale luogo privilegiato di incontro per affrontare questioni di interesse della cosca”. L’operazione è il seguito delle indagini che portarono alla cattura dei latitanti Marcello e Antonino Pesce detto “Materassino”.

Gli investigatori sono riusciti anche a dimostrare la capacità della famiglia di riorganizzarsi dopo le operazioni di polizia che l’hanno colpita. Anche sulla proprietà privata la cosca aveva le sue pretese. Il territorio di Rosarno di fatto era sotto la “signoria” dei Pesce che, assieme ai Bellocco e ai Piromalli, imponevano mille euro all’anno di pizzo ai proprietari dei terreni.

Chi lo voleva vendere avrebbe dovuto versare 10mila euro. I Pesce avevano anche puntato le loro mire sui lavori effettuati nell’area portuale per la costruzione di un capannone industriale e la realizzazione di un terminal intermodale. Lavori che venivano in parte poi espletati, in regime di sub appalto, da altre ditte, alcune delle quali sostanzialmente imposte dalle cosche Pesce e Piromalli che le costringevano a pagare il pizzo.


Gli interessi nella grande distribuzione

L’indagine ha riguardato, inoltre, l’infiltrazione della cosca Pesce nel tessuto economico rosarnese relativo alla Grande Distribuzione Organizzata, con particolare riferimento alla gestione dei trasporti su gomma per il rifornimento di generi alimentari. La presente attività si pone in continuità rispetto ad analoga indagine denominata “ALL INSIDE” nel cui ambito vennero eseguite numerose misure cautelari per associazione mafiosa e vennero accertate le ingerenze del cartello ‘ndranghetista Pesce-Bellocco nella distribuzione delle merci dirette verso alcuni punti vendita del gruppo imprenditoriale SISA nella piana di Gioia Tauro. Le odierne investigazioni hanno consentito di documentare l’esistenza di strette relazioni criminali tra la cosca Pesce ed un gruppo imprenditoriale messinese attivo nella gestione di supermercati e con mire espansionistiche anche in Calabria dove, per ottenere vantaggi economici, non ha esitato a stringere accordi collusivi con la ‘ndrangheta, traendo così vantaggio dal potere mafioso esercitato dalle cosche sul territorio. L’accordo prevedeva che i Pesce avrebbero gestito in maniera monopolistica lo stoccaggio e l’intero settore dei trasporti su gomma delle merci destinate a rifornire i punti vendita al dettaglio del gruppo. L’imprenditore colluso, conscio della mafiosità dei suoi interlocutori, ha cercato di mettersi al riparo da possibili indagini nei suoi confronti creando una sorta di schermo, stipulando formalmente accordi commerciali diretti con una sola azienda di autotrasporti pulita riferibile a soggetti incensurati la quale, a sua volta, affidava i trasporti ad ulteriori imprese di gradimento del sodalizio che, in tal modo, si è assicurato, attraverso una gestione monopolistica del settore dei trasporti, un incremento del potere economico e del prestigio criminale sul territorio.

L’escalation della holding messinese

L’apice dell’escalation imprenditoriale della holding messinese, iniziata nel 2009,  è stato raggiunto nel 2014, allorquando il gruppo era presente sul territorio calabrese con un centro di distribuzione e smistamento delle merci a Rosarno; tre punti vendita a gestione diretta uno a Rosarno e due a Reggio Calabria; quattro punti vendita a gestione indiretta, concessi in affitto (due a Reggio Calabria, uno a Catanzaro ed uno a Cosenza); sei punti vendita legati da rapporti di affiliazione/somministrazione (uno a Gioiosa Jonica, due a Melito Porto Salvo, tre a Reggio Calabria). Nonostante l’accordo collusivo con i Pesce, il gruppo imprenditoriale siciliano, secondo le più tradizionali regole di ‘ndrangheta, nel momento in cui ha aperto un punto vendita a Rosarno ma nel territorio sul quale la signoria mafiosa è esercitata da altra cosca, quella dei Cacciola, è stato costretto a versare regolarmente somme di denaro a titolo estorsivo a questi ultimi, per  mettersi al riparo da azioni ritorsive e proseguire l’attività commerciale in tranquillità.

Il ruolo del commercialista Tiberio Sorrenti

Il fulcro di questo complesso meccanismo collusivo è rappresentato da un commercialista di Rosarno, Tiberio Sorrenti, regista anche di attività connesse alla gestione ed all’occultamento/schermatura del patrimonio illecitamente accumulato dalla cosca Pesce della quale è risultato esserne partecipe a tutti gli effetti, avendo egli messo a disposizione della ‘ndrangheta sè stesso e le sue competenze in materia societaria, contabile e fiscale, andando ben oltre la funzione tipica del mandato professionale.

Il commercialista di Rosarno risulta una delle figure principali dell’indagine «Handover – Pecunia Olet» eseguita da Carabinieri e Guardia di Finanza. «A suo carico – hanno spiegato gli inquirenti durante la conferenza stampa – è stato ricostruito un ruolo di collante tra imprenditori e cosca, addirittura di «modulazione» come diceva lui stesso, delle richieste estorsive delle cosche». La figura del professionista era già emersa in precedenti attività di indagine in cui egli è risultato essere in contatto con ambienti della criminalità organizzata rosarnese, oltre che il tenutario delle scritture contabili di diverse aziende riconducibili ad esponenti della cosca PESCE. L’indagine ha disvelato come, in realtà, il commercialista era da tempo profondamente inserito nel contesto ‘ndranghetista rosarnese nel quale si muoveva con assoluta dimestichezza e spregiudicatezza, tanto da assumere il ruolo di referente delle cosche, venendo al contempo visto da chi aveva intenzione di intraprendere iniziative sul territorio come colui che, proprio in ragione dei suoi legami con la ‘ndrangheta, era in grado di instradarle nel solco delle regole dell’asfissiante controllo ‘ndranghetista sulle iniziative economiche o imprenditoriali intraprese o proseguite. Nell’ambito dell’affare riguardante la grande distribuzione organizzata, oggetto di indagine, il professionista: ha assunto il ruolo di garante degli interessi della cosca curandoli da vicino, avendo egli ricoperto anche cariche societarie all’interno di aziende del gruppo messinese; si è adoperato per individuare i locali a Rosarno in cui la holding ha allestito il centro di smistamento merci (locali riferibili ad affiliati della cosca Pesce) ed un punto vendita al dettaglio (risultato di interesse della cosca Cacciola); ha individuato le imprese ingaggiate per l’effettuazione dei lavori di ristrutturazione da eseguire presso tali immobili; ha riscosso direttamente parte dei proventi estorsivi per poi destinarli agli affiliati, adottando anche le necessarie soluzioni contabili; ha mediato tra imprenditori e cosche in relazione alle vicende legate alle richieste estorsive ed ogni altra problematica legata al funzionamento degli accordi; in occasione del cambio della ditta unica inizialmente incaricata di avere rapporti diretti con la holding siciliana si è adoperato per verificare l’idoneità di una seconda ditta subentrata (sempre riferibile a contesti di criminalità organizzata), curando anche il passaggio di consegne; ha messo a disposizione il suo studio di commercialista per incontri con elementi di vertice della cosca Pesce al fine di dirimere controversie sorte all’interno della cosca in relazione alla gestione delle estorsioni. Il commercialista, emerso quale interlocutore privilegiato degli elementi apicali delle cosche rosarnesi, è stato da questi direttamente coinvolto nelle problematiche interne al sodalizio, svolgendo un concreto ruolo di mediatore degli equilibri interni alla cosca Pesce riferibile a divergenze tra i diversi rami familiari in merito alla spartizione delle estorsioni. Inoltre, le indagini hanno disvelato come il professionista, attraverso un collaudato modus operandi caratterizzato dalla costituzione di società cartiere, intestazioni fittizie e periodiche modifiche delle compagini societarie, ha creato soluzioni apparentemente lecite per preservare da eventuali indagini il patrimonio illecitamente acquisito dalla cosca Pesce.

Soddisfatto il ministro Lamorgese

«Prosegue con determinazione l’attività di magistratura e Forze di polizia contro la criminalità organizzata e le sue attività illecite». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, a seguito della operazione di questa mattina in Calabria contro la ‘ndrangheta condotta da Polizia di Stato, Arma dei carabinieri e Guardia di finanza e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. «Ringrazio tutte le donne e gli uomini delle forze dell’ordine impegnati oggi. Si tratta di azioni investigative lunghe e complesse – ha proseguito la titolare del Viminale – portate avanti con professionalità e dedizione e che dimostrano ancora una volta la capacità di lavorare insieme delle nostre forze di polizia. Una azione corale in territori difficili che consente di contrastare efficacemente i sodalizi criminali ed aggredire i loro interessi economici e patrimoniali».

Gli arrestati

In carcere:

Pesce Savino, inteso “u pecuraru”, cl. 1963
Pesce Vincenzo, inteso “u sciorta”, cl. 1952
Pisano Bruno
Preiti Domenico
Saladino Giuseppe
Schimio Piero
Seminara Giuseppe
Tarantino Angelo
Sorrenti Tiberio, cl. 1964
Ciurleo Domenico
Consiglio Salvatore
Copelli Salvatore
Corrao Salvatore
Di Lella Nazario
Etzi Salvatore
Fedele Luca
Ferraro Giuseppe Antonio
Grasso Giovanni
Grasso Michele
Ieraci Ippolito
Loiacono Pasquale
Megna Antonio, “u paperu”
Pagano Cristian
Palaia Benito
Palaia Gaetano
Pesce Antonino, inteso “u pecura”, cl. 1982
Pesce Antonino, inteso “u materassino”, cl. 1992
Pesce Antonino, inteso “pizzolino”, cl. 1993
Pesce Antonino, inteso “Nino erre”, cl. 1991
Pesce Francesco, Gioia Tauro, cl. 1988
Pesce Rocco, inteso “u tirotta”, cl. 1971
Alessi Antonio
Alviano Marco
Bellocco Domenico, cl. 1976
Bellocco Rocco, cl. 1989
Bellocco Domenico, cl. 1980
Bellocco Domenico, cl. 1987
Bonarrigo Giacchino
Bruzzese Girolamo
Burzì Giovanni
Cacciola Giuseppe, cl. 1987
Cacciola Giuseppe, cl. 1989
Cannatà Carmine Giuseppe

Ai domiciliari:

Delisi Armando
Ferlazzo Giuseppe
Ferraro Salvatore, cl. 1992
Giovinazzo Francesco
Ieraci Francesco Antonio
Larosa Michele
Palaia Francesco Benito
Papalia Giuseppe
Pesce Giuseppe

Distribuzione Cambria, chi sono:
I fratelli Rocco (indagato nell’operazione di oggi) e Roberto Cambria, operano nel settore della grande distribuzione sin dagli anni 80 avendo ricoperto anche cariche apicali ai vertici di marchi nazionali (Crai) e raggiungendo volumi di fatturato prossimi ai 300 milioni di euro. Gestiscono tre Cash & Carry (a Messina, Milazzo e Torrenova), oltre ai Fast Chef di Misterbianco e Catania.