23 Aprile 2021 Giudiziaria

Mafia dei Nebrodi, 24 anni al boss Bontempo. Antoci: «Io vivo grazie alla scorta, ora condanne al clan»

Arrivano le prime, pesanti condanne, al maxiprocesso «Nebrodi» che con i suoi 102 di imputati, è il più grande mai celebrato in Europa in tema di truffe ai fondi pubblici erogati all’agricoltura, sia italiani sia Ue. La Gup, Simona Finocchiaro, ha inflitto 52 anni di carcere a sei imputati. La pena più alta è andata a Sebastiano Bontempo, detto «’u uappu», che dovrà scontare 24 anni. Per lui, la giudice è andata oltre la richiesta della procura (20 anni). Condannati anche Giuseppe Bontempo (10 anni e 8 mesi); Giuseppe Marino Gammazza (8 anni e 4 mesi, in continuazione con precedenti condanne); Salvatore Costanzo Zammataro (4 anni) Carmelo Barbagiovanni (3 anni) Samuele Conti Mica (2 anni più 4 mila euro di multa). Ai tre collaboratori di giustizia che hanno dato un notevole contributo alle indagini sono stati riconosciuti sconti di pena. Assolto invece il notaio di Canicattì, Antonino Pecoraro, contro cui l’accusa aveva richiesto la condanna a 6 anni e 8 mesi di reclusione. Assolto anche Giorgio Marchese.

Gli arresti

Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros e dal Gico della Guardia di finanza, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina, c’era un fiume di denaro su cui scorrevano gli interessi dei clan dei Batanesi e dei Bontempo Scavo di Tortorici, operoso centro a vocazione agricola, aggrappato sui Monti Nebrodi. Per questo motivo il 15 gennaio del 2020 furono arrestate 94 persone (48 furono ristretti in carcere e 46 ai domiciliari) accusate a vario titolo di associazione per associazione a delinquere di stampo mafioso, danneggiamento a seguito di incendio, uso di sigilli e strumenti contraffatti, falso, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, truffa aggravata. Inoltre furono sequestrate 151 aziende. Nell’inchiesta non sono finiti solo presunti associati ai clan e professionisti ma anche «colletti bianchi» fra cui ex collaboratori dell’Agea. «C’è un salto di qualità della mafia che si nota sui Nebrodi — aveva sottolineato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ma anche a livello nazionale, con inserimenti nell’economia legale con sistemi illegali. Questa è un’operazione di grande importanza nella quale il Ros Guardia di finanza e carabinieri, coordinati dalla procura distrettuale di Messina, sono riusciti a sgominare questi clan che tendevano ad accaparrarsi i terreni e quindi a utilizzare questo nuovo strumento di arricchimento. Oltre i reati tradizionali come il traffico stupefacenti, estorsioni, si muovevano nell’ambito delle frodi comunitarie, dividendosi i terreni per poi distribuire i proventi. Chi doveva controllare non controllava, chi doveva sostenere la formazione del fascicolo aziendale per ottenere i finanziamenti era complice dei clan che si arricchivano».

Le condanne

Queste prime pesanti condanne, con il rito abbreviato, fanno seguito ad altri quattro patteggiamenti già stabiliti nei mesi scorsi. Il processo, tra l’altro, si è snellito perché per 18 casi il Gup di Messina, lo scorso dicembre, aveva inviato gli atti a Catania per incompetenza territoriale. Il dibattimento sarà, comunque, «monstre»: la Procura ha sollecitato l’esame di 307 testimoni, mentre le difese degli imputati hanno chiesto di sentire oltre 400. Numerose sono le parti civile ammesse: da Libera, al Comune di Tortorici passando per il Centro studi Pio La Torre.