3 Giugno 2021 Giudiziaria

Nuovo sequestro di beni a Nino Giordano

La formula magica per cercare di occultare tutto il “salvabile”, dopo i primi sequestri di beni per evasione fiscale e i processi iniziati negli anni scorsi, era diventata il GF Trust con sede a Malta per l’imprenditore messinese Antonino Giordano, che qualche anno addietro nel periodo di massimo fulgore arrivò anche a possedere una compagnia area. Ma la Procura e la Guardia di Finanza sono arrivati a scovare anche il suo “tesoretto” estero, e c’è da scommettere che un ruolo decisivo per trovarlo l’ha giocato la clamorosa inchiesta aperta di recente sul Banco di Credito Peloritano di Messina, che ha coinvolto anche Giordano ed portato nuove carte all’attenzione dei finanzieri, entrati una mattina in un istituto di credito lodato per le sue performance dagli addetti ai lavori ma finito nel mirino della Banca d’Italia.

S’è arrivati così ad un nuovo decreto di sequestro siglato dal gip Monica Marino su richiesta della Procura di Messina retta da Maurizio de Lucia, e ad una serie di perquisizioni che sono state effettuate dai militari ieri mattina su delega dei magistrati. Al centro ci sarebbe una maxi frode fiscale per oltre 7 milioni e mezzo di euro (7.763.128,61 euro). Per cui sono stati sottoposti a sequestro conti correnti, rapporti bancari, quote societarie, nonché beni immobili, tra cui quelli in dotazione ad un trust di diritto maltese. Si tratta di un sequestro “per equivalente”, ovvero per la somma che si presume l’imprenditore e i suoi prestanome abbiano evaso in più forme, cioé tra imposte sul reddito e mancato pagamento dell’Iva.

Ed è ancora un consistente sequestro di beni per l’imprenditore peloritano, già coinvolto nelle indagini “Tekno” sugli appalti al Cas e “Gianos” sul Banco di Credito Peloritano per riciclaggio, dopo i nuovi accertamenti condotti dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Messina. Insomma l’ipotesi investigativa principale e che «sarebbero emerse plurime evidenze relative ad un articolato meccanismo fraudolento, ideato e realizzato dal noto imprenditore messinese 53enne Antonio Giordano, per il tramite di una società messinese, la Meridional Service s.r.l., che operava nel settore delle pulizie di edifici, con il consapevole coinvolgimento di un fidato sodale e prestanome, Sebastiano Rodilosso, 66 anni». Giordano, il gestore «di fatto» della Meridional Service s.r.l. e Rodilosso, il titolare formale della Meridional Service s.r.l., risultano ora indagati con la società per omessa ed infedele dichiarazione dei redditi, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, ed anche per le ipotesi di falso in bilancio, autoriciclaggio e per non aver predisposto modelli organizzativi e di gestione idonei a prevenire reati tributari e riciclatori. Sul profilo dell’autoriciclaggio il gip Marino non è stato d’accordo con la Procura, e quindi non l’ha considerato come uno dei reati sussistenti in questa vicenda. In pratica si tratta di operazioni illecite strutturate nell’arco di quasi un decennio che, per la loro realizzazione, hanno coinvolto anche diverse altre società, tutte riconducibili allo stesso gruppo imprenditoriale, operanti nei più svariati settori commerciali (edile, delle pulizie, dei trasporti e della grande distribuzione). Con lo scopo di ottenere illeciti guadagni derivanti dalla mancata dichiarazione e pagamento delle imposte. In concreto la Meridional Service s.r.l., trasferita solo fittiziamente a Milano, che tra il 2009 e il 2013 vinse un appalto per le pulizie del Policlinico S. Matteo di Pavia da 13 milioni di euro, su cui peraltro è stato poi instaurato un contenzioso legale, sarebbe stata sapientemente “svuotata” a favore di altre società della holding, quali la capostipite Gioma Spa, la Gioim Srl, la Meridional Srl, la Procoge Srl, la Duomo Srl, la Risanamento Messina Srl, la Nuovo Parnaso Srl, la Alpi Srl, la Blue Dream Srl, la Grande Distribuzione Russo & C. Srl. In sintesi secondo i calcoli effettuati dai finanzieri a fronte di “dazioni” per 8 milioni di euro ne sarebbero “tornati indietro” poco più di 2 e mezzo, con gli altri occultati.

Perché? Lo spiega il gip nel suo provvedimento: «… Come può notarsi la gran parte delle sopracitate società hanno la stessa sede sociale, nonché amministratori coincidenti e sono controllate dalle holding “Gioma s.p.a.” e “Gio.im. s.r.l.”, la cui proprietà è direttamente attribuibile a Giordano Antonino, anche se formalmente sono intestate al fratello Giacomo, che detiene il 10% della “Gio.im. s.r.l.”, ad un Trust (disposto dal Giordano stesso) e ad una fiduciaria; è quanto si desume dalle operazioni che di seguito si illustrano. Dopo che il Giordano è stato coinvolto in procedimenti giudiziari e via via che i suoi debiti tributari (quelli riferibili alle sue società) sono divenuti sempre più ingenti, egli ha deciso evidentemente di dismettere la carica di amministratore in molteplici delle società, facendola assumere da prestanome, ed ha proceduto ad un riassetto delle stesse per salvaguardarne i patrimoni da iniziative di creditori o da provvedimenti dell’Autorità giudiziaria».

La società Meridional Service s.r.l. in cui sono quindi “girati” milioni di euro, nel frattempo s’è indebitata con il fisco per circa 5 milioni di euro di Iva incassata e non pagata, e per quasi altrettanti milioni per omesso versamento dell’Ires. Ma piano piano sarebbe stata “svuotata” di tutto fino al culmine: «… tali disponibilità – scrive ancora il gip -, sono venute meno se si considera che il saldo al 31 ottobre 2020 sul conto della Meridional Service srl era di euro 27,96». Quindi il saldo non arrivava nemmeno a… 30 euro dopo aver incassato milioni dall’appalto ospedaliero. In questo contesto, con lo scopo di blindare il tesoretto sottratto alla tassazione fiscale accumulato nel corso degli anni, un ruolo-chiave ha avuto la costituzione del GF Trust di diritto maltese, nel quale è confluito nel corso del tempo il patrimonio che era stato accumulato illegittimamente. Il gip parla di «trasmigrazione fittizia all’estero dei beni (immobili e quote societarie) del Giordano», poiché «si evince infatti che i beni rimangono sostanzialmente nella disponibilità del nucleo familiare […] era intendimento dell’imprenditore porre a riparo il proprio patrimonio dalle temute azioni giudiziarie, intendimento attuato piegando un istituto giuridico legale per finalità illecite».

Trust con intenti fraudolenti

Un profilo giuridico interessante di questa vicenda, che il gip Marino affronta nel suo provvedimento, è l’aggredibilità del Trust come istituto che abbiamo importato dal diritto anglosassone. Perché di per sé il Trust è una pratica perfettamente lecita, ma ciò non sarebbe avvenuto in questo caso, in cui ci sarebbe un «istituto giuridico legale piegato per finalità illecite». «I superiori elementi – scrive ancora il gip -, depongono tutti per la creazione di un trust con intenti fraudolenti ed elusivi proprio perché di fatto finalizzato esclusivamente alla trasmigrazione fittizia all’estero dei beni (immobili e quote societarie) del Giordano. Dal contenuto del negozio si evince infatti che i beni rimangono sostanzialmente nella disponibilità del nucleo familiare rispetto ai bisogni del quale, il consistente patrimonio conferito in trust è assolutamente sproporzionato. Ai beneficiari (due minori, uno appena nato al momento della costituzione de trust, l’altro nato due anni dopo) è inibito di conoscere del negozio concluso a loro vantaggio fino alla morte del settlor, che in costanza di minore età dei beneficiari, come visto, può essere destinatario di attività, redditi ecc… destinati ai figli senza che il trustee debba neanche indagare sull’uso che ne faccia… tali dati se letti in uno alla pendenza di procedimenti giudiziari a carico del Giordano e di esposizioni tributarie elevate… rende evidente che era intendimento dell’imprenditore porre al riparo il proprio patrimonio dalle temute azioni giudiziarie». Fonte: Nuccio Anselmo da Gazzetta del Sud