10 Giugno 2021 Giudiziaria

Audizione di Bruno Contrada in commissione regionale Antimafia

Dal banco degli imputati a quello dei testimoni. È la parabola dell’ex numero due del Sisde.

L’incarico ricevuto dall’allora procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, di occuparsi della strage di Via d’Amelio, è stato al centro della prima parte dell’audizione di Bruno Contrada, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ieri sentito dalla commissione regionale Antimafia nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sull’attentato al giudice Borsellino. Ma attraverso quali canali Contrada fu contattato: «La mattina del 20 luglio del 1992 – è la sua ricostruzione – fui raggiunto dalla telefonata del dottore Sergio Costa, genero del capo della polizia di allora, Vincenzo Parisi, che mi disse “Parisi desidera che lei prenda contatti con il procuratore della repubblica di Caltanissetta dottor Giovanni Tinebra per la strage di Borsellino”. E io in quel momento seppi che il procuratore di Caltanissetta si chiamava così. E quindi quella sera stessa del 20 luglio, intorno alle 19, accompagnato da Costa, andai al palazzo di giustizia ed ebbi questo primo incontro con Tinebra. Il procuratore mi disse: “mi trovo in grosse difficoltà. Perché io di mafia specialmente palermitana sono completamente all’oscuro, a zero, non so niente”».

Contrada ha aggiunto: «Tinebra certamente non sapeva delle indagini che i pm di Palermo strano svolgendo su di me. Io e Lorenzo Narracci – ha ricostruito – fummo i primi dei Servizi ad arrivare. Non ho mai sentito dire che il capo della Mobile di Palermo, poi diventato questore, Arnaldo La Barbera, sia stato un collaboratore del Sisde, come non ho mai sentito dire una cosa simile per altri funzionari della polizia». «Mi risulta, invece – ha sottolineato – che il Sisde veniva incontro a esigenze economiche di esponenti della polizia che erano impegnati in particolari settori come quello della criminalità organizzata». Ma, ha obiettato, «non è ammissibile che un funzionario della polizia faccia parte nello stesso tempo dei Servizi segreti».

Contrada ha poi esternato le impressioni che ebbe dopo l’incontro con Gianni Tinebra, sollecitato dalla domanda del presidente della commissione, Claudio Fava («forse non si voleva che si facessero investigazioni professionali?»): «Non è solo questo – ha risposto l’ex dirigente della polizia – c’è a volte una ambizione esasperata che passa sopra tutto e che spinge a seguire piste investigative che manifestamente non portano a nulla per la bramosia della carriera. A meno che – ha sottolineato – non si voglia dire che c’era uno scopo preciso nel mettere su una macchina investigativa simile».

Poi una valutazione su La Barbera: «Non voglio apparire come quello che parla di persone che non possono rispondere» – riferendosi a La Barbera morto nel 2002 – «ma ci sono organismi di polizia giudiziaria che non possono essere affidati a certi funzionari, anche dotati di intelligenza e acume, ma che non hanno esperienza di anni e anni di conoscenza e frequentazione di criminali. Io ebbi un solo incontro con Arnaldo La Barbera. Se altri hanno avuto incontri con lui io non posso saperlo. Ma da quell’incontro capì che questo intervento, sia pure un po’ particolare dei servizi in un settore che lui riteneva di sua esclusiva competenza di polizia giudiziaria, non gli andasse per il verso giusto».

«Scarantino era solo un cialtrone»

«Ho studiato la mafia. Se io avessi trattato Vincenzo Scarantino dopo 24 ore mi sarei accorto che era un cialtrone e che raccontava cose false. E questo non perché io sia più bravo di altri, ma per la mia conoscenza di quegli argomenti. Io però non ho mai indagato su di lui, sono solo venuto a sapere che, quando non era pentito, era parente di un mafioso». Alla domanda del presidente della commissione Claudio Fava sul perché l’allora capo della Mobile di Palermo La Barbera non abbia capito che Scarantino, poi rivelatosi un falso collaboratore di giustizia, stesse mentendo, Contrada ha risposto: «Ci sono organismi di polizia giudiziaria che non possono essere affidati, specie in luoghi come Palermo, a funzionari pur dotati di acume ma privi di esperienza».