4 Novembre 2021 Giudiziaria

Colpo al Clan Santapaola-Ercolano: sequestri della Dia anche a Messina

Maxi sequestro della direzione investigativa antimafia nei confronti degli ex re dei rifiuti siciliani. Si tratta dei fratelli Antonio e Carmelo Paratore, contigui al clan Santapaola Ercolano e già condannati in altri procedimenti giudiziari. Emerge, ancora una volta, il legame tra il crimine organizzato e la gestione dei rifiuti sull’Isola: i Paratore si occupavano difatti di una delle discariche più estese, quella di Lentini.

I nomi

I destinatari del provvedimento sono Maurizio Zuccaro, boss di primo piano di Cosa nostra e gli imprenditori Antonino e Carmelo Paratore, padre e figlio, già coinvolti nell’inchiesta Piramidi. E ritenuti le “teste di legno” della famiglia Zuccaro per la gestione del lido Le Piramidi alla playa. Ma inoltre i Paratore sono i titolari della grande discarica Cisma di Melilli, già da tempo sotto “amministrazione giudiziaria”.

Parlano gli investigatori

“Un lavoro certosino fatto nei confronti di 14 società. Alcune scatole vuote per fare transitare denaro. Una ha sede a Milano. Solo 5 di 14 erano già state attivate al sequestro preventivo in Piramidi”, ha detto il capo centro Dia Maurizio Mosca. Entra nei particolari delle indagini il Tenente grasso, capo settore indagini patrimoniali. “L’attività è durata diversi mesi. Abbiano verificato gli ultimi 40 anni dell’attività di queste persone. Questo ci ha permesso di ricostruire i rapporti e arrivare alla conclusione di questo sistema. L’attività è ancora in corso e potrebbero esserci altre novità”.

Gli investigatori evidenziano “l’impressionante evoluzione imprenditoriale e finanziaria” dei due imprenditori che per gli inquirente sarebbe collegata “esclusivamente” alla contiguità “al clan mafioso Santapaola”. Oltre agli accertamenti patrimoniali la Dia ha analizzato “le dichiarazioni di numerosissimi collaborazioni di giustizia che hanno dato dei particolari su vicinanza e interessi comuni tra fine anni ottanta e inizio novanta tra imprenditori e famiglia mafiosa”. Una delle imprese con la quale inizia il successo imprenditoriale “sei soggetti colpiti dal decreto di sequestro è attiva nelle pulizie ospedaliere”. E le società avrebbero avuto diretti collegamenti “con le famiglie mafiose”.

La ricostruzione della Dia

“A seguito dell’accoglimento da parte della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Catania della proposta di applicazione della misura di prevenzione personale e patrimoniale formulata congiuntamente dal Procuratore della Repubblica di Catania e dal Direttore della D.I.A., il Centro Operativo etneo – scrivono nel comunicato stampa – ha dato esecuzione ad un decreto di sequestro beni nei confronti di tre soggetti uno dei quali, storico esponente del clan Santapaola-Ercolano, recentemente condannato all’ergastolo per l’omicidio di Luigi Ilardo, ucciso a Catania nel 1996, poco prima di entrare nel programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia”. E ancora: “Già in passato, nei confronti del predetto, la D.I.A. del centro etneo aveva condotto articolati accertamenti patrimoniali, sfociati nel dicembre del 2012 nel provvedimento di confisca dei beni per un valore complessivo di euro 30.000.000 e nell’aggravamento della misura di prevenzione personale”.

L’odierna indagine ha preso “in esame la posizione economica, finanziaria e patrimoniale di altri due individui, padre e figlio, Antonio e Carmelo Paratore, noti imprenditori originari del messinese, già attinti da indagini penali coordinate dalla Procura etnea, sulla scorta – aggiungono gli investigatori della Dia – delle quali sono stati tratti in arresto con l’operazione “Piramidi”. I due sono a capo di uno dei gruppi imprenditoriali più importanti della Sicilia orientale, operanti in svariati settori, ma principalmente nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti. Negli anni i congiunti sono riusciti a creare una vera e propria galassia di imprese, diversificando – si legge ancora – le attività della famiglia con società attive nei servizi di pulizia degli ospedali, nel settore immobiliare e nella gestione di un notissimo stabilimento balneare, sito sul litorale catanese”.

“La vicinanza tra i tre individui, conclamata in atti giudiziari, emerge con certezza – mettono nero su bianco gli inquirenti – anche per la presenza degli stessi in occasione del battesimo della figlia del boss ed in occasione di un matrimonio di un congiunto. È proprio tale vicinanza ad esser ritenuta l’origine dell’impressionante escalation imprenditoriale di padre e figlio; per far luce su un arricchimento così repentino, gli inquirenti hanno, infatti, passato sotto la lente di ingrandimento ben quaranta anni della loro evoluzione economica ed imprenditoriale”.

L’inchiesta Piramidi

“Da umile carpentiere il proposto è divenuto uno tra i più facoltosi imprenditori siciliani”, scrive la Dia. “Le complesse indagini patrimoniali, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia etnea hanno consentito di appurare che l’ascesa imprenditoriale della citata famiglia ha avuto una formidabile impennata intorno alla fine degli anni 90 e che gli investimenti compiuti in quegli anni risultano caratterizzati da massicce immissioni di capitali non giustificate dalla capacità economico – finanziaria che a quel tempo gli imprenditori possedevano”, si legge ancora.

“Già nel 2012, l’inchiesta Piramidi della D.D.A. etnea aveva dimostrato il ruolo dell’imprenditore quale braccio economico del boss. Con l’odierno provvedimento il Tribunale di Catania ha accolto l’impostazione dell’analisi compiuta dagli investigatori della D.I.A. sulle intercettazioni ambientali e telefoniche nonché sulle dichiarazioni di storici collaboratori di giustizia, tra i quali Santo La Causa, Gaetano D’Aquino e Salvatore Viola. Il quadro probatorio presentato all’Autorità Giudiziaria è frutto di un lavoro minuzioso, che ha fatto emergere, tra l’altro, anche la perfetta correlazione temporale tra la crescita imprenditoriale delle imprese ed il ruolo di vertice assunto di fatto dal boss nel clan Santapaola”.

Anche su tali presupposti “il Tribunale di Catania ha accolto la tesi secondo la quale le imprese riconducibili alla famiglia del citato imprenditore “siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”, richiamando il dettato dell’art. 20 del Codice Antimafia che definisce la cosiddetta “impresa mafiosa”.  Per l’operazione che si è svolta oggi, sin dalle prime luci dell’alba, sono stati impiegate unità operative specializzate della Direzione Investigativa Antimafia che hanno posto i sigilli ad aziende, quote societarie, immobili e rapporti finanziari”.

Le società sequestrate

“In particolare, sono stati sottoposti a sequestro 14 società, 7 immobili e svariati rapporti finanziari, da oggi è sotto il controllo dello Stato, per un valore complessivamente stimato in oltre 100 milioni di euro“, concludono gli investigatori.