‘Ho deciso di dedicarmi del tempo’ di Vincenzo Cardile

19 Settembre 2019

Ho deciso di dedicarmi del tempo. Mezz’ora nella pausa pranzo. Ogni giorno di questo accaldato settembre, vado a fare un bagno nelle acque dello Stretto di Messina.
Per staccare la spina, prendere le distanze e guardare ciò che mi circonda da un altro punto di vista.
La spiaggia, che fino ad agosto era gremita, è oggi completamente vuota. Divido un chlometro di sassolini tiepidi, con una vecchietta, seduta sempre sulla sua poltroncina celeste.
Con gli occhi coperti dal cappellino di paglia, guarda il suo Stretto, facendosi accarezzare dalle brezza dello scirocco o dal gregale, con lo sguardo perso, forse rivolto al suo incerto domani.
Dall’altro lato, sempre a molta distanza, le sdraio bianche di un lido, desolatamente vuote, sembrano riposare da un pesante agosto.

 

 

Il sole è ancora caldo. E mi tuffo in un mare ancora più caldo che in agosto. Chiudo gli occhi e mi immergo nei miei pensieri…
Penso a quanto siamo strani e tristi, provincialmente e culturalmente tristi, noi messinesi, al punto che per noi, l’estate finisce il sedici agosto, o al massimo, il ventuno di agosto.
Insomma, dalla quarta settimana di agosto, non si “scende” più a mare. Magari si va in centro, mettendo pure il giubottino alla moda, o peggio ancora, il piumino smanicato, perché si sa, a Messina, sul motorino fa freddo.
Abbandoniamo cosi le spiagge, il nostro mare, per avvolgerci nel gomitolo del centro città, dove il grigiore degli uffici e delle scuole ci ingloba e ci fagocita, quasi fossimo desiderosi di essere avvinghiati in un prossimo lungo inverno.
E così, chiusi gli occhi, immerso nel mio mare blu, mi scorrono in mente le pagine del giornale cittadino, sfogliato svogliatamente alle prime ore del mattino: inorridisco, pensando alla barbarie dello stupro di una donna novantenne, inorridisco, pensando ai tentati omicidi, inorridisco, pensando alla morte per un amore malato, ed inorridisco ancora pensando alla carica delle migliaia di persone per bene in fila per un semplice posto da netturbino…

 

Orrenda, apatica città. Dicono che sia stato il terremoto a renderci così, distaccati, slegati dalla nostra terra, al punto di abbandonarla a se stessa, quasi a disinteressarcene, campioni nel farci scivolare tutto addosso. Arrendevoli campioni di rassegnazione. Rassegnati di fronte alla bruttura, al degrado ed alla violenza che ci avvolge, che ha, per me, come un unico comune denominatore, l’assenza di senso civico, e soprattutto di cultura.
Al punto che l’apice orgasmico della espressione culturale del consiglio comunale è, udite udite, la festa “du pipi russu”.
La festa du pipi russu??? Ma io non ricordo che Messina avesse ma avuto questa tradizione “du pipi russu”!
Mi hanno sempre raccontato dell’Agosto Messinese degli anni cinquanta, intriso di eventi culturali svolti nel “Teatro dei dodicimila” di piazza Municipio, della Rassegna cinematografica, di cantanti jazz internazionali e presentatori della Rai TV, dell’Irrera a mare, della Fiera Campionaria Internazionale, di tornei di sport, come il torneo di pallacanestro Cesare Lo Forte, farcito di cestisti di caratura mondiale.
Ma la festa du pipi russu… proprio no, non rientra nella tradizione messinese, almeno la mia.
Scusatemi, ma non ce la faccio proprio.
Ma perché siamo diventati questi? Proprio questi?
Se a Piazza Municipio, dove cinquantanni fa si creava una Arena all’aperto che ospitava, appunto, dodicimila persone, per assistere a concerti, spettacoli teatrali ed opere liriche, ed oggi invece, si costruiscono gli stand per ospitare la famigerata “sagra du pipi russu”, allora significa che siamo diventati scarsi, culturalmente scarsi. E ci meritiamo lo squallore che abbiamo.
Perché alla fine, chi ci governa è l’espressione di una città, e la citta, volente o nolente, si identifica nella sagra du pipi russu.
Parliamoci chiaro, per questa città, questa è la vera cultura.
La tristezza mi assale e mi rituffo in mare, messinesemente inerme.
Domani forse, andrò a sedermi accanto alla mia vicina di spiaggi e magari deciderò anche io di perdere lo sguardo nello Stretto, anziché naufragare in questa sagra di squallore umano e culturale che giornalmente mi affoca, ci affoga, sempre più.
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Nato a Messina il primo febbraio del 1975, avvocato tributarista di professione, radioascoltatore, radiotrasmettitore, Instagram Addict e scribacchino per passione.

Messinese, vespista con cuffiette, amante del mare e di tutto ciò che dia emozione vitale, sia essa sportiva o mondana, purché duri il tempo strettamente necessario a non ...