8 Aprile 2024 Giudiziaria

Droga e cellulari nel carcere di Barcellona: resta in carcere la dottoressa Campagna

di Enrico Di Giacomo - Il Tribunale del Riesame (presidente Maria Vermiglio, giudici Letteria Silipigni e Alessia Smedile) ha respinto l'istanza di riesame presentata dal legale Massimo Rizzo per la dottoressa Antonella Campagna, 42 anni, arrestata all'alba dello scorso 20 marzo perchè accusata di aver introdotto illegalmente, in concorso con l'infermiera Maria Rosa Genovese, all'interno della Casa circondariale di Barcellona tre panetti di hashish, telefonini di varie tipologie, caricabatterie, power-bank, cavi per telefoni e numerose sim per telefoni da destinare ai detenuti. Oltre all’ipotesi di reato di avere introdotto illecitamente droga ed apparecchiature elettroniche, si contesta loro l'aggravante che il fatto sia stato commesso in qualità di incaricate di pubblico servizio.

L'ARRESTO.

Per il Gip Giovanni De Marco sussistono “gravi ed univoci indizi di reità a carico di entrambe le indagate”. Oltre alla sussistenza dei gravi indizi di reità, “sussistono le esigenze cautelari e in particolare “il concreto pericolo di reiterazione di analoghe condotte criminose”. Per questi e altre motivazioni si erano aperte, nel pomeriggio del 21 marzo scorzo, dopo essere state per 24 ore agli arresti domiciliari, le porte del carcere per la dottoressa Antonella Campagna, 42 anni di Messina e per l'infermiera Maria Rosa Genovese (Piazza Lanza di Catania), 63 anni di Barcellona.

Dopo una lunga mattinata di attesa, poco dopo le 15 del 21 marzo, agenti della polizia penitenziaria si erano presentati nell'appartamento, in centro città, della dottoressa Campagna per eseguire l'arresto e condurre il medico alla Casa Circondariale "Pagliarelli" di Palermo, tra lo sguardo indiscreto e stupito di vicini di casa e passanti. Negli stessi minuti, per l'infermiera barcellonese Maria Rosa Genovese si aprivano le porte del carcere "Piazza Lanza" a Catania.

Poche ore prima, il presidente del Tribunale di Barcellona Giovanni De Marco, in funzione di Giudice delle indagini preliminari, oltre a convalidare gli arresti delle due donne, aveva accolto la richiesta del pubblico ministero Emanuela Scali e aveva emesso nei confronti del medico e dell'infermiera l'Ordinanza di custodia cautelare, applicando nei confronti delle arrestate la misura della custodia cautelare in carcere disponendo che le stesse fossero condotte, a cura del personale che ha eseguito l'arresto, in istituto di custodia, per essere tenute a disposizione dell'Autorità giudiziaria, raccomandando la massima vigilanza, e con invito all'Amministrazione Penitenziaria a volere individuare una struttura detentiva diversa dalla Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto.

TUTTE LE ACCUSE.

Le precedenti segnalazioni 'in via confidenziale'...

Alcune 'segnalazioni confidenziali' raccolte nelle settimane scorse che riferivano dell'esistenza di un traffico di stupefacenti e apparati telefonici introdotti nel carcere di Barcellona, avevano messo in allarme gli agenti della penitenziaria che avevano già avviato delle indagini interne anche con il supporto delle immagini di videosorveglianza. In particolare due segnalazioni, in via confidenziale, avevano indicato nella Genovese e nella Campagna come coloro che si adoperavano nel traffico di stupefacenti. La denuncia 'anonima' precisava che l'attività sarebbe stata svolta a fronte di un corrispettivo e che il prezzo per la consegna di un telefono era fissato in 1.500 euro.

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI: La sera del 19 marzo...

Nella tarda serata di martedì 19 marzo, il medico Sias Antonella Campagna e l'infermiera Asp 5 Messina Maria Rosa Genovese, in servizio alla Casa Circondariale di Barcellona P. G. - secondo la ricostruzione degli inquirenti - dopo essere entrate separatamente nel carcere, si avviavano assieme nell'area interna del carcere, destinata alla detenzione. Per poi attraversare un Metal detector. Come emerge dalle indagini, è qui che il comportamento delle due donne insospettisce gli agenti. Prima il passaggio di una busta senza passare dal controllo elettronico, e l'invito a ripassare la busta dal Metal detector che emetteva un suono di allarme.

Dapprima transitava attraverso il varco la dottoressa Campagna. La Genovese, prima di attraversare il varco, porgeva alla Genovese, dall'esterno del varco, in modo da non farla passare attraverso i sensori del portale, una busta di plastica. Il personale di vigilanza notava il gesto e percependo l'intento di eludere il controllo, invitava la donna a riprendere la busta e a transitare con essa attraverso il portale. La Genovese ottemperava, ma, al transito, il metal detector emetteva un suono di allarme, segnalando la presenza di oggetti metallici. Il personale di vigilanza, pertanto, chiedeva alla donna di esibire il contenuto della busta. Si constatava che nella busta erano presenti delle coperte, nonché una ulteriore busta di plastica bianca. Prima che il personale potesse aprire quest'ultima busta, la Genovese prelevava l'intera borsa, sottraendola al personale di vigilanza, affermando che la busta bianca era, in realtà, destinata alla figlia e di averla portata con sé per errore. Quindi si allontanava dall'area controllo, dirigendosi, seguita dalla Campagna, nella retrostante area ospitante gli armadietti.

Poi un odore di sostanza stupefacente che proveniva dallo stipetto 'nr. 2A', della quale la Campagna aveva le chiavi. Si decide dunque di perquisire l'armadietto dove veniva rinvenuta una borsa di proprietà del medico. All'interno della borsa si rinveniva la busta bianca posseduta dalla Genovese, al cui interno veniva rinvenuta sostanza stupefacente e i telefonini.

Nel dettaglio venivano rinvenuti tre panetti di hashish, del peso totale di 187 grammi, dei telefonini (Motorola senza sim dentro), delle schede Sim, una pendrive con file musicali, cavi usb, spinotti per la ricarica del cellulare, cartine per sigarette, delle spine bianche usate per fare le sigarette, batterie esterne.

E' in questo momento che l'infermiera, spontaneamente, si attribuiva la responsabilità del materiale rinvenuto, raccontando di essere stata raggiunta nelle sua abitazione da due persone che le avevano consegnato il materiale da recapitare al detenuto S. C..

L'interrogatorio di garanzia.

E' durante l'interrogatorio di garanzia che l'infermiera della struttura carcerata Maria Rosa Genovese ammette di aver portato all'interno del carcere il materiale, ma che sarebbe stata costretta da ignoti che l'avrebbero attesa all'uscita di casa il 19 marzo stesso. "Gli ignoti le avrebbero intimato di consegnare il materiale presso il V reparto, stanza dei messinesi - scrive il gip nel riportare le dichiarazioni della Genovese che aggiunge "...di aver preso la busta per paura... di aver informato la Campagna, la quale, nell'occasione l'avrebbe tranquillizzata e si sarebbe offerta di portare la busta e quindi di collocarla presso il proprio armadietto".

Nell'interrogatorio di garanzia la dottoressa Campagna ha invece negato di conoscere la natura del materiale contenuto.

IL GIP: "ELEMENTI CERTI DI RESPONSABILITA' DELLE INDAGATE...".

La Genovese "sistematicamente infedele".

"Quanto alla Genovese - scrive il gip De Marco - la circostanza appare pacifica, dal momento che la sostanza stupefacente era dalla stessa posseduta e trasportata all'interno di una busta che la donna tentava, con il contributo della Campagna, di sottrarre al controllo del personale di polizia penitenziaria addetto all'ingresso dell'area detentiva". "La stessa Genovese, peraltro, nell'immediatezza e spontaneamente, in sede di interrogatorio di garanzia - continua il gip nell'ordinanza - si è attribuita la responsabilità della condotta, confermando che la sostanza ed il materiale dovevano essere consegnato al detenuto S. C., affermando che della circostanza era stata messa a conoscenza la dott.ssa Campagna".

Il gip De Marco non crede alle minacce ricevute dalla Genovese, "...la circostanza delle asserite minacce appare per nulla verosimile nella sua assoluta genericità". Il comportamento dell'infermiera viene giudicato dal giudice "tutt'altro che occasionale". "La stessa era già sospettata dello svolgimento di attività illecite... è stata ripetutamente colta in atteggiamenti equivoci, estranei alle proprie funzioni all'interno della Casa Circondariale e, alla luce del materiale successivamente rinvenuto, univocamente riconducibili ad una attività di traffico illecito che aveva come terminale, all'interno del carcere, tra gli altri il predetto G. M. Attività che, ragionevolmente - anche alla luce del quantitativo di materiale rinvenuto ed introdotto e della sistematicità delle condotte - veniva svolta contro il pagamento di un corrispettivo...".

L'attività dell'infermiera viene definita dal gip "sistematicamente infedele", inserita in un contesto criminale organizzato e stabile, nell'ambito della quale ella era, assieme ad altri soggetti, lo strumento per veicolare con continuità traffici illeciti all'interno del carcere".

Il gip: "Le giustificazioni della dottoressa Campagna appaiono inverosimili e contraddittorie".

"La responsabilità della Campagna - scrive il gip - a titolo di concorso morale e materiale con la Genovese, appare altrettanto evidente". Il giudice De Marco elenca poi i motivi per i quali ritiene responsabile la dottoressa: "La Campagna si adoperava per agevolare la Genovese ad eludere i controlli sulla busta che contenevano telefoni e droga, collocava la busta nel proprio armadietto personale, teneva all'interno della borsa numerosi accessori telefonici, che certamente non erano per uso personale...cercava di ripetere il tentativo di introduzione del materiale illecito precedentemente fallito...". "Peraltro - aggiunge il gip - la stessa Genovese pur tentando diminuire il quadro delle responsabilità, ha ammesso che la Campagna era perfettamente consapevole dell'esistenza della pista contenente materiale illecito e della sua destinazione".

La dottoressa Campagna deve ritenersi, dunque, "complice della Genovese nell'introduzione del materiale illecito all'interno della Casa Circondariale, e, in generale, del sistematico traffico illecito realizzato al suo interno".

"Le giustificazioni della dottoressa Campagna appaiono inverosimili e contraddittorie, e come tali costituiscono ulteriore conferma dell'assunto accusatorio", scrive sempre il gip De Marco. "E' conferma della complicità - è scritto nella misura cautelare - la circostanza che la Campagna abbia atteso l'arrivo della Genovese e che con costei abbia tentato di fare ingresso in area detenzione...  - e appare assolutamente inverosimile la circostanza sostenuta dalla Campagna secondo la quale ella avrebbe preso la borsa della Genovese solo in quanto costei aveva un fastidio alla caviglia...non si comprende come un fastidio alla caviglia possa essere di ostacolo al trasporto di una borsa neanche tanto pesante... borsa già trasportata da casa fino al carcere...".

Secondo l'accusa, poi, la collocazione della busta contenente il materiale illecito, nell'armadietto del medico avviene in quanto la dott.ssa Campagna disponeva di uno stipetto esclusivo, quindi "costituiva motivo di maggiore sicurezza". "Non emerge una diversa plausibile spiegazione", aggiunge il gip.

"La Campagna - per il giudice De Marco - non poteva non rendersi conto dell'assoluta anomalia del contenuto talmente ingente da contenere sei telefoni cellulari, numerosa cavetteria... La Genovese non avrebbe mai consegnato la busta alla Campagna se non avesse avuto la certezza di poter contare sulla complicità di quest'ultima...".

Per tutti questi motivi il gip De Marco ha ritenuto sussistenti le esigenze cautelari in carcere.

"L'eccezionale ed inaudita gravità delle condotte poste in essere...  - spiega - depongono inequivocabilmente per l'inserimento delle indagate in una struttura criminale consolidata e di ampia portata, coinvolgente certamente soggetti inseriti in contesti di criminalità organizzata e altri pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio operanti nell'amministrazione penitenziaria. Appare, pertanto, ragionevole ritenere che le stesse proseguirebbero nelle attività criminose, anche mantenendo i contatti all'esterno del carcere, concorrendo ulteriormente alla realizzazione di ulteriori traffici illeciti. L'enormità delle condotte poste in essere - conclude - la spregiudicatezza e la sistematicità delle stesse, nonché il rifiuto di qualunque concreta collaborazione, appaiono indici inequivoci della indisponibilità ad attenersi a prescrizioni inerenti ad un misura diversa da quella custodiale. Discende che a fronte dell'eccezionale gravità e pericolosità delle condotte poste in essere e della infedeltà alle funzioni esercitate, le esigenze cautelari possono essere soddisfatte esclusivamente con la misura della custodia in carcere".

Quasi sicuramente i difensori, avvocati Giuseppe Ciminata e Pinuccio Calabrò per l'infermiera Genovese e Massimo Rizzo e Giuseppe Irrera per la dottoressa Campagna, presenteranno ricorso al Tdr contro l'ordinanza.

La difesa del medico: "Accuse fragili, la dottoressa è totalmente estranea ai fatti".

Impianto accusatorio che la difesa del medico Campagna respinge su tutti i fronti. "La dottoressa Campagna è totalmente estranea ai fatti contestatele", dichiara a stampalibera il suo legale, l'avvocato Massimo Rizzo. "Lavora da anni all'interno delle strutture carcerarie ed il suo comportamento è stato sempre irreprensibile ed improntato alla massima professionalità", aggiunge il legale. "Le accuse a suo carico sono fragili e ben presto emergerà la verità che grida l'innocenza della mia assistita. Non ci meraviglia - conclude l'avv. Rizzo - l'ennesima fuga di notizie che dovrebbero essere oggetto di riserbo investigativo. Valuteremo, comunque, ogni azione a tutela della reputazione della mia cliente".