8 Gennaio 2026 Giudiziaria

Il processo a don Claudio Marino: «Il prete non ha violentato nessuno, sono solo ricostruzioni infondate»

È stato sempre un uomo buono, un sacerdote accanto agli “ultimi”. Si tratta di ricostruzioni prive di fondamento. È stato il giorno della difesa, ieri pomeriggio, al processo che vede coinvolto il sacerdote 49enne Claudio Marino, originario di Torino, che si è seduto sul banco degli imputati con la pesante accusa di aver violentato una migrante tunisina nel 2022, mentre la donna era ospite dell’Istituto rogazionista “Cristo Re”. Dopo le richieste dell’accusa del 1° ottobre scorso, quando la pm Alice Parialò sollecitò ai giudici della seconda sezione penale del tribunale la condanna a 4 anni, ieri dalle 14.30 alle 16.30 lo scenario dell’aula è stato riservato ai suoi due difensori, gli avvocati Salvatore Silvestro e Delia Urbani. E non c’è stata la sentenza, come si prevedeva. Il verdetto è stato sposato in avanti dai giudici, al 28 gennaio, perché la Procura ha chiesto di replicare. Anche l’avvocata di parte civile per la vittima, Maria Grazia Corio di Palmi, era intervenuta il 1° ottobre scorso, associandosi alle richieste dell’accusa.

A cominciare, nel primo pomeriggio, è stata l’avvocata Urbani, che per prima cosa ha trattato i cosiddetti profili soggettivi dell’imputato, sottolineando tutte le «criticità» della vicenda sopratutto sotto il profilo logico e fattuale. Lui è una brava persona – ha detto tra l’altro l’avvocata -, ha sempre esercitato il suo ministero con soggetti fragili, senza mai dar luogo ad alcuna criticità. Poi la legale ha anche fatto riferimento a documentazioni e certificazioni mediche che sono state prodotte ai giudici, e che secondo la sua opinione rendono illogica la ricostruzione della vittima in relazione alle sue fattezze fisiche.

Poi è toccato all’avvocato Silvestro. Che ha invece affrontato la vicenda sotto il profilo tecnico-processuale, richiamando tra l’altro numerose sentenze della Cassazione che, alla luce delle «contraddizioni in cui è caduta la migrante», nonché della smentita in aula del teste che avrebbe dovuto confermare la sua versione dei fatti, «non consentono di giungere a un giudizio di responsabilità». Il difensore ha poi scalettato, e sottolineato, una serie di circostanze: la denunciante ha riferito che il sacerdote avrebbe effettuato un primo tentativo non andato a buon fine per la presenza di colui che doveva essere il teste di riscontro, al quale la stessa poi avrebbe confessato nell’immediatezza la violenza subita nel secondo episodio; ma è proprio il teste che «sentito in quest’aula – ha ribadito ancora una volta il difensore -, non ha confermato nessuna delle due fondamentali circostanze», cioé il primo e il secondo approccio sessuale che avrebbe fatto il sacerdote. A ciò si aggiunga – ha poi proseguito l’avvocato Silvestro -, che la donna ha dichiarato solo dopo due anni, e davanti a un giudice che doveva valutare la sua espulsione dal territorio italiano, di “ricordare” di avere subito le attenzioni del sacerdote.

Erano le quattro e mezza del pomeriggio quando le due arringhe si sono concluse. Poi i giudici hanno aggiornato tutti al 28 gennaio per la replica della pm. E poi sarà sentenza.

Per il sacerdote è stata chiesta la condanna a 4 anni di reclusione con la concessione delle attenuanti generiche. Per lungo tempo in città ha diretto l’Istituto antoniano “Cristo Re” dei padri rogazionisti. È lì, in una di quelle stanze, che secondo quanto ha ricostruito la Procura nell’estate del 2022 avrebbe violentato una migrante tunisina, all’epoca 37enne. La donna che ha subito la violenza era arrivata in Italia, sbarcando nell’isola di Lampedusa, nel settembre del 2020. Nel giugno del 2024 era stata sentita dalla polizia di Catania, dalla sezione Immigrazione, e lì in fase di audizione aveva raccontato quanto le era accaduto quando si trovava a Messina nell’estate del 2022.

Nel corso del processo la donna tunisina ha comunque confermato in aula le accuse di abusi per il sacerdote. A maggio scorso i giudici dopo aver sentito in aula il teste che nella fase delle indagini aveva detto di aver ricevuto le confidenze della donna, avevano rimesso in libertà il prete per affievolimento delle esigenze cautelari.