Policlinico di Messina: indagato il neo direttore generale Iacolino per concorso esterno all’associazione mafiosa
Carmelo Vetro, imprenditore e massone, figlio del boss di Favara, pure lui condannato per associazione mafiosa, era in ottimi rapporti con il superburocrate della sanità siciliana Salvatore Iacolino, suo compaesano: insieme parlavano di tante questioni. E secondo la procura di Palermo diretta da Maurizio de Lucia si sarebbero scambiati numerosi favori: con la mediazione di Iacolino, il boss Vetro sarebbe arrivato a parlare al telefono persino con la vice presidente della commissione regionale antimafia Bernardette Grasso, a cui avrebbe offerto dei posti di lavoro. Il mafioso avrebbe interloquito pure con il capo della protezione civile Salvatore Cocina per altre questioni.
Adesso, Salvatore Iacolino, il manager più potente della Regione, ex eurodeputato di Forza Italia, da qualche giorno direttore generale dell’azienda Policlinico di Messina, è indagato a piede libero per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione mentre Vetro è stato arrestato nell’ambito di un altro filone d’indagine: questa mattina, gli investigatori della Sisco di Palermo, della Squadra mobile di Trapani e della Dia hanno notificato a Iacolino un avviso a comparire, per essere interrogato venerdì. E, intanto, sono scattate perquisizioni nelle sue abitazioni e nei suoi uffici, anche all’assessorato regionale alla Salute, dove Iacolino ha lavorato a lungo, in una posizione di rilievo.
Il pool coordinato dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio ha scoperto pesanti infiltrazioni di mafia all’interno della Regione siciliana. L’imprenditore boss Carmelo Vetro, tornato in libertà nel 2019 dopo nove anni di carcere, era di casa pure all’assessorato regionale alle Infrastrutture al punto di corrompere un dirigente. Ed ecco il secondo filone dell’inchiesta, che riguarda specificamente alcuni casi di corruzione alla Regione: insieme a Vetro è finito in manette anche l’ingegnere Giancarlo Teresi, dirigente del Servizio Infrastrutture e portuali dell’assessorato regionale Infrastrutture. Vetro avrebbe corrisposto al dirigente delle mazzette per l’assegnazione di alcuni lavori al porto di Marinella di Selinunte e al porto di Donnalucata. In questo filone dell’inchiesta, sono indagati a piede libero, anche loro per corruzione, il cognato di Vetro, Antonio Lombardo, poi il funzionario regionale Francesco Mangiapane e l’imprenditore messinese Giovanni Aveni (originario di Barcellona Pozzo di Gotto) per l’appalto di Castelvetrano, in cui è spuntato come subappaltatore il cugino di Messina Denaro, Giovanni Filardo.
Le accuse a Iacolino
La procura contesta al superburocrate di aver messo a disposizione di Vetro «l’influenza, la rete di relazioni e i poteri pubblicisti derivanti dalla sua posizione di dirigente generale del Dipartimento pianificazione strategica dell’assessorato regionale della Salute, nonché dalla sua precedente esperienza politica, in tal modo contribuendo al mantenimento ed al rafforzamento di Cosa nostra». Iacolino avrebbe «sostenuto gli interessi economici di Vetro o di persone da lui segnalate». Un sostegno concreto, per accreditare una società messinese che si occupa di riabilitazione (la Arcobaleno srl riconducibile ad Aveni) presso l’assessorato alla Salute. Al contempo, attraverso lo stesso canale di Iacolino, Vetro stava cercando di fare revocare l’accreditamento a una società concorrente. Pe realizzare questo progetto, il superburocrate avrebbe fatto anche pressioni al direttore amministrativo dell'Asp di Messina Giancarlo Niutta, il direttore generale dell'ente sanitario Giuseppe Cuccì.
Sono pesanti le contestazioni mosse dai sostituti procuratori Gianluca De Leo, Bruno Bucoli e Maria Pia Ticino. Il boss Vetro avrebbe finanziato la campagna elettorale di Iacolino, nel 2009, e più di recente avrebbe messo a disposizione del dirigente regionale la possibilità di assumere alcune persone in un’azienda del Messinese: Iacolino avrebbe girato tale opportunità alla vice presidente della commissione antimafia Bernardette Grasso, che è anche sindaca del Comune di Capri Leone: la procura contesta che il boss e l’esponente politico avrebbero poi interloquito direttamente per l’indicazione delle persone da assumere.
Mazzette all’assessorato
Secondo la procura di Palermo, l’imprenditore boss Carmelo Vetro era il gestore di fatto della società “An.Sa.”, che si occupa della gestione di rifiuti. Le intercettazioni hanno svelato le attenzioni particolari del dirigente regionale Teresi nei confronti di Vetro: la società del mafioso favarese avrebbe avuto un trattamento di favore per l’assegnazione degli incarichi. E per ricompensare tante attenzioni, Teresi avrebbe ricevuto laute mazzette, che i poliziotti sono riusciti a documentare installando una telecamera nascosta all’interno degli uffici regionali. Prima, 1.500 euro, poi 8.000, poi 20.000 euro. Una storia davvero singolare, perché Teresi era stato già arrestato per mazzette nel 2020 dalla procura di Messina allora diretta proprio da Maurizio de Lucia: all’epoca, il dirigente era capo del Genio civile di Trapani, oggi è sotto processo. Ma, intanto, la Regione gli aveva affidato altri delicati incarichi.
Il cugino di Messina Denaro
Questa è un’indagine piena di sorprese. Seguendo Vetro, i poliziotti della Sisco e i colleghi della Mobile di Trapani si sono imbattuti nel cugino di Matteo Messina Denaro, Giovanni Filardo, anche lui finito in carcere negli anni scorsi per aver sostenuto la latitanza della primula rossa di Cosa nostra. Nonostante la condanna gestiva di fatto la società intestata al fratello Matteo, già colpita da interdittiva antimafia: con un escavatore riuscì ad aggiudicarsi i lavori per portare in discarica le alghe del porticciolo di Selinunte stoccate nell’area del Polo tecnologico di Castelvetrano. Con la compiacenza della ditta che doveva fare i lavori, e soprattutto con la complicità del funzionario regionale che avrebbe dovuto controllare i lavori. Secondo la ricostruzione dell’accusa, sia il dirigente Teresi che il funzionario Mangiapane avrebbero intascato altre mazzette dalla ditta dell’imprenditore Giovanni Aveni, incaricata dei lavori. Una storia che segna in modo drammatico l’intreccio fra mafia e pubblica amministrazione.