Cosa nostra e il “Superbonus”, cinque condanne a Barcellona
Cosa nostra barcellonese e il business del 110% per ristrutturare i palazzi ai tempi del covid-19, il Superbonus, un rapporto consolidato tra mafia e affari sporchi. Ci sono state più puntate d’indagine negli anni scorsi, la prima aveva visto come figura centrale Mariano Foti, poi si registrò una seconda tranche d’inchiesta della Procura di Messina diretta da Antonio D’Amato che focalizzò la sua attenzione sul figlio di Foti, Salvatore, su un prestanome, Tindaro Pantè, e su una serie di imprenditori barcellonesi, che risultarono imputati per concorso esterno all’associazione mafiosa.
Ieri mattina a Messina questa seconda inchiesta, che vide la sua conclusione nel dicembre del 2024, è arrivata al vaglio definitivo dell’udienza preliminare davanti alla gup Alessandra Di Fresco, per la definizione di cinque giudizi abbreviati. In questa tranche sono coinvolti come imputati Mariano e Salvatore Foti, di Milazzo, padre e figlio; Fabio Gaipa, originario di Berna, in Svizzera, e residente a Furnari; Tindaro Mario Ilacqua, originario di S. Lucia del Mela; Tindaro Pantè, di Barcellona. Le richieste dell’accusa, parecchio pesanti, le aveva formulate la pm della Distrettuale antimafia Antonella Fradà nel novembre del 2025. Eccole: Salvatore Foti, 10 anni di reclusione; Gaipa, 8 anni; Ilacqua, 15 anni, Pantè 15 anni e 6 mesi; Mariano Foti, 4 anni.
Ieri invece la sentenza della gup Di Fresco, con cinque condanne. A Gaipa e Ilacqua la giudice ha inflitto 8 anni di reclusione, a Salvatore Foti 10 anni, a Tindaro Pantè 12 anni, e infine a Mariano Foti 4 anni.
Ad assistere ieri gli imputati gli avvocati Salvatore Silvestro, Filippo Barbera, Sebastiano Campanella, Giovanni Cicala, tino Celi, Carlo Morace e Francesca Giuffrè.
Furono i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina, nel dicembre del 2024, ad eseguire l’ordinanza cautelare siglata dalla gip di Messina Simona Finocchiaro, dopo l’indagine coordinata dall’allora procuratore aggiunto Vito Di Giorgio con i sostituti della Distrettuale antimafia Fabrizio Monaco, Francesco Massara e Antonella Fradà.
Globalmente furono otto gli indagati iniziali dell’inchiesta: Mariano Calderone, di Milazzo; Salvatore e Mariano Foti; Fabio Gaipa; Tindaro Mario Ilacqua; Giuseppe Impallomeni, di Milazzo e residente a Barcellona; Fortunato Micalizzi, originario di Messina e residente a Nizza; Tindaro Pantè e Giovanni Pantè, padre e figlio, di Barcellona. E furono due le misure cautelari restrittive decise dalla gip Finocchiaro, con la detenzione in carcere per Salvatore Foti e Tindaro Pantè, mentre per tutti gli altri non fu deciso alcun provvedimento restrittivo. Per entrambi, Salvatore Foti e Tindaro Pantè, la gip ritenne sussistente l’accusa di associazione di tipo mafioso, e per il solo Pantè anche il “trasferimento fraudolento dei beni, aggravato dalle finalità mafiose”.