Csm e la corsa alla Dna: nominati Ardita e Imbergamo per il ruolo di vice-Mellillo
Al Consiglio superiore della magistratura si rimescolano le carte sulla nomina del procuratore nazionale antimafia aggiunto, il “vice” di Giovanni Melillo alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Un incarico di straordinaria delicatezza; eppure, invece di una scelta limpida fondata sul curriculum e sull’esperienza specifica, assistiamo a movimenti sotterranei, riposizionamenti di correnti e a un rinvio che lascia emergere, ancora una volta, le zone grigie del potere dentro il Palazzo. Una volta lasciata cadere la candidatura di Eugenio Fusco ora si prepara un nuovo match.
Fino a pochi giorni fa sembrava prevalere la candidatura di Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania, magistrato con oltre quindici anni di esperienza diretta nella lotta alla mafia, prima a Messina e poi nel distretto etneo. Un profilo definito di “eccellenza” nel bollettino del Csm: coordinatore di Dda in territori ad alta densità mafiosa, profondo conoscitore delle dinamiche strutturali delle cosche, delle loro strategie di infiltrazione economico-istituzionale, dei traffici internazionali e della corruzione. Un magistrato che ha speso l’intera sua funzione requirente sul fronte della criminalità organizzata, guadagnandosi rispetto trasversale tra i colleghi per preparazione, dedizione e indipendenza. In uno dei pareri si legge che Ardita è “un magistrato di primissimo ordine che ha rappresentato – in ogni ufficio, in ogni incarico e per tutti i colleghi – un punto di riferimento, segno inequivocabile […] del suo indiscusso valore professionale ed umano”. Viene evidenziata “la preparazione tecnica e giuridica, l’esperienza maturata, la costante dedizione al lavoro con grande diligenza e laboriosità”.
Eppure qualcosa si è inceppato. L’11 giugno scorso il plenum ha rinviato la pratica alla Quinta Commissione. Prima le lungaggini, poi il tentativo di valorizzare un’esperienza in materia di antiterrorismo e reati cyber rispetto a una vita spesa contro Cosa nostra, adesso il ritorno in commissione con argomenti che lo stesso Antonino Di Matteo – oggi sostituto proprio alla DNA e già consigliere togato del Csm – ha definito “strumentali, se non paradossali”. Con parole che meritano di essere ricordate, Di Matteo ha parlato di “profonda delusione” e del timore che il Consiglio non abbia ancora superato “quelle logiche di potere, appartenenza e permeabilità ad influenze esterne” che ne hanno già gravemente compromesso autorevolezza e credibilità in passato. “L’autogoverno elettivo, quello che abbiamo difeso dalla riforma, si nutre della fiducia dei magistrati; non può tollerare neppure il lontano sospetto che vi sia il tentativo di escludere dal ruolo di Procuratore aggiunto della DNA il collega Sebastiano Ardita, perché le sue idee, la sua forte personalità o la non appartenenza a correnti, non lo rendono gradito al sistema, a dispetto di quanto imporrebbe la legge, il testo unico ed una serena valutazione del suo profilo”, aveva detto Di Matteo dicendo di provare “una profonda delusione”.
Oggi la partita è riaperta e si gioca su un nuovo asse: da una parte Ardita, sostenuto dai tre laici di centrodestra e da una componente conservatrice ( Felice Giuffrè ed Enrico Aimi, eletti in quota centrodestra, e del togato Eligio Paolini, della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) dall’altra Franca Imbergamo, sostituta procuratrice alla DNA sostenuta da Maurizio Carbone di Area, che aveva votato Fusco, ha cambiato cavallo puntando su Imbergamo, così come i due consiglieri astenuti al primo giro, Marco Bisogni di UniCost e Mimma Miele di Magistratura democratica. La sua candidatura è stata motivata con un’interpretazione tecnica della circolare sulle nomine. Una lettura che, secondo alcuni consiglieri, le attribuirebbe un’automatica prevalenza per il maggior tempo trascorso in materie di competenza DNA. Una motivazione formale che però non cancella il dato sostanziale: Ardita vanta un’esperienza antimafia specifica, maturata sul campo in Sicilia, infinitamente più radicata e prolungata. A fine discorso la partita torna in plenum: ci auguriamo che venga dato onore al merito e alla competenza.