Procura antimafia, ribaltone al Csm: la destra affossa Ardita come vice-Melillo. “Sulla nomina pressioni ad ogni livello”
Rita Maria Imbergamo è il nuovo procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Il Csm, dopo un lungo dibattito e diversi rinvii, complice una sentenza del Consiglio di Statointervenuta durante il dibattito in V Commissione che ha consentito di cambiare le carte in tavola in corsa, ha dunque bocciato Sebastiano Ardita, dato per favorito, ma non “gradito”, secondo voci interne al Consiglio, al procuratore nazionale Giovanni Melillo. Che aveva sottolineato, audito in Commissione, l’importanza del cybercrime, da qui una prima scelta per Eugenio Fusco come sfidante di Ardita. Proprio l’importanza del cybercrime era uno dei temi evidenziati da chi, all’epoca, in plenum, sponsorizzava Fusco. Ma con la sentenza del Consiglio di Stato che ha offerto un argomento reinterpretativo del Testo Unico, quell’esigenza è sparita: via Fusco, dentro Imbergamo, poi votata da 13 consiglieri, 10 i voti a favore di Ardita, sei gli astenuti.
Il dibattito in aula ha toccato picchi di altissima tensione proprio sull’interpretazione delle regole. A favore della candidata poi risultata vincitrice, la consigliera di Md Mimma Miele ha rimarcato la netta prevalenza dell’esperienza sul campo della sostituta di via Giulia rispetto a quella del procuratore aggiunto di Catania, definendo i calcoli della proposta alternativa non condivisibili: «La valutazione delle esperienze complessivamente svolte dai due candidati in comparazione restituiscono in maniera cristallina e non oppugnabile la netta prevalenza di Imbergamo ai sensi del primo comma facendo scattare la valenza a sei anni». Una tesi fortemente sostenuta anche dal consigliere di Area Tullio Morello, che ha sottolineato la disparità dei percorsi professionali: «Parliamo di due carriere a confronto, una maturata con 39 anni negli uffici giudiziari e una maturata con 20 anni negli uffici giudiziari. Stiamo parlando della nomina del procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, ufficio dove la dottoressa Imbergamo lavora da 11 anni e dove il dottore Ardita non ha lavorato mai neppure un giorno».
Sul fronte opposto, il consigliere Eligio Paolini di Mi ha ricostruito con durezza la cronistoria della pratica, contestando punto per punto la versione di Miele sull’iter, le tempistiche con cui i consiglieri hanno conosciuto la sentenza del Consiglio di Stato e sull’effettivo contenuto della pronuncia di Palazzo Spada. Paolini ha evidenziato come le note di Imbergamo non aggiungessero nulla di nuovo e come la stessa sentenza del Consiglio di Stato — giunta ben prima dell’approvazione delle prime delibere in commissione — non avesse generato all’epoca alcun effetto, poiché sia la proposta Ardita sia quella Fusco concordavano nel ritenere la fattispecie della Dna fuori dal perimetro della sentenza.
«La richiesta di ritorno in commissione - con il voto favorevole dei consiglieri che avevano votato la proposta Fusco o si erano astenuti, nonché di qualche laico - ha ottenuto la maggioranza in modo inspiegabile. Appare del tutto poco credibile che la proposta Fusco non abbia formato oggetto di discussione e decisione all’interno dei rispettivi gruppi, e sarebbe un’offesa all’intelligenza dei componenti di questo Consiglio, e di chi ci ascolta, motivare con un melius re perpensa la richiesta di ritorno in Commissione e la conseguente delibera che troviamo oggi in plenum a favore della dottoressa Imbergamo. Al di là della storia di questa pratica, la domanda che pongo è: qual è il motivo per cui questa pratica sembra essersi trasformata da procedura finalizzata a nominare il candidato migliore, secondo scienza e coscienza, in una pratica finalizzata esclusivamente a impedire che il candidato Ardita prevalga?»
Se, da un lato, il voto delle toghe progressiste era scontato, a sorprendere è stata l’astensione di parte del centrodestra. Nonostante l’invito del relatore della proposta a sostegno di Ardita, Felice Giuffrè, avesse invitato a non avere una concezione proprietaria delle istituzioni - proprietà di chi?, ci sarebbe da chiedersi -, sono stati i suoi compagni di viaggio a “tradire” il magistrato catanese, che pure ha un profilo "legge e ordine" che a parole dovrebbe piacere alla destra. Le consigliere Daniela Bianchini e Claudia Eccher, infatti, si sono astenute, così come Roberto Romboli, consigliere vicino ai dem, nonché i capi corte e l’indipendente Andrea Mirenda. Assente Isabella Bertolini.
Le astensioni, secondo voci interne al Consiglio, sarebbero da attribuire a rotture interne che rispecchierebbero, a loro volta, rotture nella maggioranza di governo. Complice, si era detto, anche la posizione di Ardita sul tema Trattativa Stato - Mafia, che confligge con quella del centrodestra ma anche con quella di Melillo. Eppure i laici di centrodestra che hanno votato per Ardita sono proprio quelli vicini alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo e al lavoro condotto dalla procura di Caltanisetta, dunque contrari alla tesi della Trattativa: Giuffrè, Enrico Aimi e Daniele Porena. Una ricostruzione che tuttavia la consigliera Eccher ha respinto, spiegando al Dubbio le ragioni della sua scelta: «Nessuno dei due profili mi ha convinto perché la Dna - ha sottolineato - in questo momento ha bisogno di competenze specifiche e moderne rispetto alle inchieste che deve affrontare. Si trattava di un aggiunto, non di un semplice sostituto». Sulle presunte spaccature politiche all’interno della maggioranza, Eccher è netta: «Qui oramai sono tutti in campagna elettorale, ma c’è ancora qualcuno che si attiene al ruolo e alle argomentazioni giuridiche come la sottoscritta». La consigliera ha anche ricordato di non aver votato a suo tempo il Testo Unico e di essere stata la relatrice della delicata questione Capranica, quella al centro della famosa sentenza del Consiglio di Stato.
Eppure, per molti osservatori, la lotta politica che lacera il governo Meloni si sarebbe comunque trasferita al Csm. Dove oltre a Paolini, anche Andrea Mirenda nel suo intervento ha fatto esplicito riferimento ad una evidente «battaglia politica sottesa alla contrapposta» e a «pressioni ad ogni livello». Da qui la sua astensione, contro «la politicità del Consiglio» che «rende plausibile (o meglio legittima) il formarsi di cordate esogene, gruppi di pressione, eccetera, nell’esercizio di quella divertente pirateria normativa che piega le regole ai desideri di turno» e che soprattutto, ha aggiunto a margine al Dubbio, non sono conformi alla legge. Parole riprese, dopo il plenum, da Nino Di Matteo, sostituto in Dna che già aveva denunciato presunte lotte di potere attorno alla nomina. «Da cittadino, prima ancora che da magistrato, sono molto preoccupato», ha affermato, richiamando l’intervento di Mirenda. «Da uomo delle istituzioni e da ex componente del Csm continuo a pensare che chi è venuto a conoscenza di indebite pressioni esterne sull’attività del Consiglio avrebbe il dovere di denunciarle apertamente, specificandone gli autori e le modalità».
In mezzo alla discussione, un dibattito feroce sul Testo Unico, voluto da Area e Mi e oggi sbattuto in faccia da Miele a Paolini: sono le regole, ha affermato all’unisono con Marco Bisogni di Unicost, a legittimare quel voto. Ma da ogni lato sono proprio le regole quelle invocate a sostenere la nomina dell’uno o dell’altro. A riprova del fatto che tanto chiare, forse, non sono. Un’ambiguità normativa fotografata perfettamente dal consigliere laico Michele Papa, che ha liquidato lo scontro con una riflessione amara: «Quando un testo normativo viene interpretato in modo diametralmente opposto da parte di coloro che lo hanno concepito e scritto, vuol dire che quel testo è un contratto - ha sottolineato -. La divergenza politica e culturale non è stata realmente composta nella norma, ma è stata semplicemente racchiusa in una formulazione elastica tale da consentire a ciascuno, a seconda del caso, di riconoscervi la propria posizione».