24 Luglio 2026 Giudiziaria

Commemorazione strage via D’Amelio: l’intervento di Fabio Repici (avvocato di numerosi familiari di vittime di mafia)

Buonasera e grazie. Grazie a Salvatore Borsellino che anche quest’anno ci consente di essere qui con amore per la libertà.

Dopo l’intervento di Roberto Scarpinato ci vuole un po’ di moderatismo, e quindi parlo io.

Diciamo alcune cose.

Oggi, alcuni depistatori si intestardiscono a dire che l’unica ragione della strage di via d’Amelio è Mafia-Appalti, esattamente come gli stessi, o i loro danti causa, per decenni, hanno detto con riferimento alla strage della Stazione di Bologna che la vera causale era la pista palestinese. La pista palestinese della strage alla Stazione di Bologna è uguale a Mafia-Appalti per la strage di via d’Amelio.

E non è un caso che i neofascisti di oggi al seguito del generale Mario Mori sono gli stessi che davvero facevano le merende insieme ai terroristi che misero l’esplosivo a Bologna il 2 agosto del 1980.

Ma fra quei responsabili della strage di Bologna c’era anche Paolo Bellini. Quel Paolo Bellini che diede a Cosa Nostra l’idea di colpire il patrimonio storico-architettonico, cosa che fu fatta da Cosa Nostra nel 1993, seguendo il consiglio di quell’uomo che era in missione in Sicilia, a contatto con un maresciallo che riferiva, direttamente al generale Mario Mori, il quale generale Mario Mori oggi – non dieci anni fa – è indagato per strage dalla Procura della Repubblica di Firenze, ed è l’uomo che è stato ricevuto ufficialmente a Palazzo Chigi dal sottosegretario Alfredo Mantovano perché gli venisse data la solidarietà del governo.

Questo è il governo neofascista, ed è un governo di complicità morale con chi è indagato per strage.

E non mi si venga a dire che il generale Mario Mori però è stato assolto, le accuse erano tutte false. Ma chi dice queste idiozie? Guardate che i giudici della Repubblica hanno dichiarato con sentenza irrevocabile che Mario Mori è responsabile della mancata cattura di Bernardo Provenzano il 31 ottobre 1995, solo che non ci arrivava con l’intelletto, e quindi l’ha fatto ma non l’ha fatto apposta. E quegli stessi giudici della Repubblica hanno detto che è colpa di Mario Mori e di Sergio De Caprio la disattivazione del servizio di sorveglianza del covo di Riina, questo è scritto nelle sentenze. Eppure, quell’uomo, il generale Mario Mori, è l’uomo che fu ricevuto dalla presidente Chiara Colosimo prima di iniziare i lavori del depistaggio della Commissione Antimafia sulla strage di via d’Amelio.

E – dicevo – Paolo Bellini è indagato a Caltanissetta. È vero, solo io ho fatto opposizione alla richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica, però vanno aggiunti alcuni dettagli, perché c’è stata udienza il 17 febbraio scorso, e quel giorno eravamo tre avvocati: è prima intervenuta la Procura della Repubblica per insistere nella richiesta di archiviazione; poi è intervenuto l’avvocato Fabio Trizzino, che per un’ora e mezza ha difeso Paolo Bellini, sostenendone l’innocenza; poi siamo intervenuti io e il collega Fausto Amato, difensore di Brizio Montinaro.

Poi c’è stata una nuova udienza il 15 giugno, sulla mia esclusiva opposizione alla richiesta di archiviazione, riguardante Marcello Dell’Utri, e in quel caso eravamo due gli avvocati presenti: io ho sostenuto la necessità (di andare avanti ndr), perché, vedete, sulle dichiarazioni dei pentiti si dice che sono imbeccati, si può dire quel che si vuole, ma quando Giuseppe Graviano, intercettato, dice che ha fatto “la cortesia a Berlusca” che urgeva fare una cosa, di fretta, e quella cosa era la strage di via d’Amelio, ma cosa occorre di più, con una sentenza definitiva che ci dice che fino al 31 dicembre 1992 (perché poi, al brindisi di capodanno diventò il “buon samaritano”) Dell’Utri era l’uomo di collegamento fra il mondo berlusconiano e Cosa Nostra?

E allora, c’è quell’intercettazione di Giuseppe Graviano, come la vogliamo spiegare? Eppure, in udienza io ho insistito per il rigetto della richiesta di archiviazione, e di nuovo l’avvocato Fabio Trizzino per un’ora e mezza ha difeso le sorti di Marcello Dell’Utri e la memoria di Silvio Berlusconi.

Aggiungo un’altra cosa, è stato archiviato un procedimento sulla strage: quello nato dalle dichiarazioni false e depistanti di Maurizio Avola. E guardate che l’unico caso in cui l’avvocato Fabio Trizzino si è sostanzialmente opposto alla richiesta di archiviazione è stato proprio quello, perché ha depositato una memoria di oltre cento pagine a sostegno delle menzogne di Maurizio Avola.

E, in effetti, quando poi sentimmo Maurizio Avola in incidente probatorio, pure lui si svegliò e cominciò a sostenere la pista palestinese: pure lui Mafia-Appalti.

E però, vanno dette altre due cose.

Perché qui si è parlato di querele contro i giornalisti, di azioni di rappresaglia che ci sono state e ci sono.

Io però voglio segnalare una cosa: finalmente l’anno scorso abbiamo trovato dei documenti che dimostravano che Paolo Borsellino nelle ultime settimane di vita si era occupato delle rivelazioni di un piccolo delinquente legato al boss Mariano Tullio Troja, che aveva rivelato la contiguità con il boss Troja di un esponente storico della destra neofascista, Guido Lo Porto.

È scritto nero su bianco.

Sia che paolo Borsellino si occupò di quella vicenda, sia delle accuse di Guido Lo Porto, che era un amico di Paolo Borsellino.

Domanda: come reagì Paolo Borsellino quando seppe che il suo vecchio amico dei tempi dell’università era colluso con il boss del mandamento che comprendeva Capaci, e che era accusato proprio della strage di Capaci e cioè dell’uccisione di Giovanni Falcone. Qualcuno me lo sa dire come poté reagire Paolo Borsellino?

Queste carte le abbiamo dovute trovare noi, e non la Procura di Caltanissetta, perché non riguardavano Mafia-Appalti.

E però, sono state portate all’attenzione di una giudice, assieme ad altre cose, e quella giudice ha rigettato la richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica sui mandanti occulti delle stragi del 1992.

E poi c’è un seguito, che va detto qui, perché non è ancora noto e cioè che Salvatore Borsellino e io – nella qualità di suo difensore – siamo stati raggiunti nelle settimane scorse da una notifica: un signore che si chiama Guido Lo Porto, a mezzo del suo avvocato, Stefano Giordano, ci chiede il risarcimento dei danni per avere sostenuto davanti alla magistratura di Caltanissetta quello che risulta dalle carte.

Posso dire che aggiungeremo altro, perché dopo quel piccolo delinquente che aveva accusato Lo Porto di contiguità con il boss Tullio Troja, arrivarono quindici collaboratori di giustizia – non uno, quindici – e il procedimento per Lo Porto, che se ne fa pure vanto, fu definito con archiviazione non perché fossero false le accuse (anzi, i pubblici ministeri scrissero che le accuse erano vere), ma perché non c’era la prova dell’utilità fornita da guido Lo Porto a Mariano Tullio Troja e a Cosa Nostra. Sostanzialmente, era una contiguità inutile. E di questo si fanno vanto.

Però c’è una cosa che troppi non ricordano, perché oggi si è parlato tanto – come sempre bisogna fare – dell’Agenda Rossa, che è la scatola nera della Seconda Repubblica, non ci sarà mai uno sforzo superfluo per la ricerca della verità sull’Agenda Rossa, ma io vi chiedo: ricordate chi fu l’uomo che, per primo, rivelò in un’intervista ad Andrea Purgatori, pochi giorni dopo la strage di via d’Amelio, della scomparsa dell’agenda rossa? E lo fece a nome di Agnese Piraino Borsellino. Sapete chi fu? Fu il mai abbastanza compianto Antonino Caponnetto. Quell’Antonino Caponnetto che, alle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994, fu candidato dal centro-sinistra qui a Palermo nel collegio 1 – Palermo Centro. E sapete al collegio uninominale chi fu il suo avversario? Ve lo ricordate? Il fascista Guido Lo Porto, quello che andava a sparare a Bellolampo con il terrorista Pierluigi Concutelli. E Guido Lo Porto fu eletto, e Antonino Caponnetto fu sconfitto.

Ma io mi chiedo: in quel momento esatto, del marzo 1994, a meno di due anni dalle stragi, quando ancora c’era nell’umore popolare il lascito di quei morti, ma dove stavano tutti? Dove stavano? Stavano con Antonino Caponnetto o stavano con Guido Lo Porto?

Io ho letto – veramente sconfortato, non trovo altra parola – le parole del Presidente neofascista del Senato, Ignazio La Russa, che ha avuto il coraggio di dire delle bestemmie: la prima è che rispettava Salvatore Borsellino nonostante egli avesse ricevuto la tessera dell’ANPI, la tessera dei Partigiani d’Italia, quelli che ci hanno salvato la democrazia, un neofascista erede della Repubblica di Salò che si permette di dire una cosa del genere senza essere dileggiato nella pubblica piazza; ma gli ho sentito dire una blasfemia ancora peggiore, non contro Salvatore Borsellino, ma contro suo fratello Paolo, perché ha detto “non voglio dire che Paolo Borsellino oggi sarebbe Ministro di Fratelli d’Italia”. E io ho pensato “ma Paolo Borsellino come Francesco Lollobrigida?”. Siamo alla follia.

E d’altronde, se pensiamo che sono i neofascisti che in questo momento stanno gestendo il lavoro di ricostruzione della storia sulla Strage di via d’Amelio, e che parallelamente, nella stessa linea, il Procuratore di Caltanissetta sta andando in Commissione Antimafia a fare cose inenarrabili – alcune sono state perfino denunciate dall’avvocato Luigi Li Gotti – il Procuratore Salvatore De Luca è stato espressamente elogiato come il Pubblico Ministero  di riferimento del governo neofascista, l’ha detto la Presidente del Consiglio, che ha detto di essere grata nei confronti di coloro che cercano la verità, e questi sono la Procura della Repubblica di Caltanissetta e la Commissione Antimafia, cioè: gli amici di Luigi Ciavardini e quelli che sostengono le tesi del Generale Mario Mori.

E però, torno a Guido Lo Porto. Perché dicevo che Salvatore Borsellino e io abbiamo ricevuto un atto di citazione, vuole i danni da noi, perché lui era amico di Mariano Tullio Troja, e il bello è che lui, davanti alle telecamere di Report, l’ha pure rivendicata la sua amicizia con Mariano Tullio Troja, dicendo quanto era simpatico quell’uomo, non si faceva nemmeno mai offrire il caffè, doveva pagare per forza lui.

Non so se sia stato per questo, fatto è che subito dopo che Salvatore e io abbiamo ricevuto la notifica dall’avvocato Stefano Giordano, l’avvocato Stefano Giordano è stato nominato immediatamente della Commissione Antimafia, e così ho pensato non solo Mario Mori, ma anche Guido Lo Porto potrà indirizzare per bene i lavori della commissione Antimafia. E così magari il prossimo, la cui memoria sarà ripulita, sarà il terrorista Pierluigi Concutelli, quello che andava a sparare a Bellolampo insieme a Guido Lo Porto.

Questo sembra il lato comico della storia di questi tempi, senonché accadono cose che mai avremmo pensato che accadessero, perché nei giorni scorsi tutti noi abbiamo potuto leggere e vedere come dal carcere lo stragista Paolo Bellini è riuscito a comunicare con i giornali e attraverso i giornali con tutti, perfino mandando due video dal carcere. Il prossimo chi sarà? Giuseppe Graviano? È questa la detenzione in alta sicurezza nel nostro paese?

E allora io così capisco perché Sebastiano Ardita non poteva andare alla Procura Nazionale Antimafia a fare il Procuratore Aggiunto, perché è l’unico uomo di Stato che negli ultimi vent’anni ha fatto funzionare quegli uffici, impedendo la commissione di crimini e trattative, pur sponsorizzate da tanti magistrati e appartenenti alle istituzioni.

E qui una cosa va detta: è stata citata da un magistrato che fa lustro alla Nazione, che è Nino Di Matteo, è stato segnalato l’intervento di un consigliere del CSM al Plenum, il dott. Andrea Mirenda, che ha denunciato come fosse una chiacchiera al bar, le pressioni illecite perché venisse impedita la nomina di Sebastiano Ardita a Procuratore Nazionale Antimafia Aggiunto.

Quel signore, anche se non lo sa, è un pubblico ufficiale. E i pubblici ufficiali che conoscono reati nell’esercizio delle loro funzioni hanno l’obbligo di denunciarli, perché se no commettono pure loro il reato di omessa denuncia. Quindi, io lo invito subito, il dott. Mirenda, domani, ad andare alla Procura di Roma, a denunciare i reati che ha conosciuto e sui quali questa cosa va detta: il CSM è presieduto dal Capo dello Stato, ma il Capo dello Stato come può stare in silenzio quando viene detto nel plenum dell’assemblea da lui formalmente presieduta che il CSM vota sotto pressioni ricattatorie, cioè sotto reati, le proprie delibere. Il Presidente Sergio Mattarella non può stare zitto, perché altrimenti sarebbe il muto spettatore di crimini che si svolgono sotto la sua posizione.

Aggiungo solo tre ultime cose.

Sul carcere duro.

Domenico Papalia, colui che su indicazione dei servizi segreti riuscì ad ordinare dal carcere l’omicidio di Umberto Mormile, è stato scarcerato, finalmente dopo anni gli sforzi dei compagni di partito di Mario Mori, del Partito Radicale, finalmente Domenico Papalia è stato scarcerato. Compagno di partito, non a caso, di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, gli stragisti a piede libero.

Ci sono riusciti dopo anni di sforzi, oggi Domenico Papalia è stato scarcerato, e non dirà mai, a questo punto, chi furono gli uomini di Stato che gli ordinarono di far uccidere l’educatore penitenziario Umberto Mormile. Perché forse il potere ricattatorio della conoscenza dei lati oscuri del potere è quello che consente di ottenere la libertà, è questo che ci dobbiamo aspettare anche per Giuseppe Graviano, o Salvatore Biondino, o altri?

Consentitemi di dire le ultime due cose.

La prima: io sono onorato di essere seduto accanto a Roberto Scarpinato, perché io ero un ragazzo il 19 luglio 1992, il 21 luglio del 1992 ero proprio in quella Cattedrale ricordata da Roberto Scarpinato, e leggevo i giornali, e ricordo che mi feci prendere di ammirazione per un magistrato che non era fra i più celebri, che scrisse una nota ufficiale contro il Procuratore di Palermo Pietro Giammanco, che fu la ragione che indusse alla cacciata di Pietro Giammanco dalla Procura della Repubblica di Palermo. Il merito è di Roberto Scarpinato.

Ora, qual è il paradosso della storia? Furono in sette oltre a Roberto Scarpinato a firmare il documento da lui scritto. Ma in quella Procura della Repubblica lavorava anche un certo Salvatore De Luca, il quale non firmò, stava con Giammanco. E oggi vogliono riscrivere la storia, e tanto sono imbarazzati, che la Procura di Caltanissetta non ha potuto acquisire al CSM la trascrizione dell’audizione del dott. Salvatore De Luca, sostituto procuratore della Repubblica a Palermo, nel luglio 1992, sul Procuratore Giammanco, non l’hanno potuta acquisire, perché altrimenti sarebbe emerso che Roberto Scarpinato è l’uomo che cacciò Giammanco, e Salvatore De Luca e tanti altri erano quelli che Giammanco lo volevano qua, a Palermo.

Vedete, è questo il dovere di memoria che abbiamo.

Perché la verità non è la chiacchiera al bar. La verità è una cosa che costa fatica, e costa anche sacrificio, e costa anche rischi. È la parresia.

Vedete, nell’anno che è trascorso dal precedente 19 luglio è accaduta una cosa importantissima grazie a Salvatore Borsellinoe alle agende rosse, c’è stato un congresso sul diritto alla verità, che ha portato alla elaborazione di un progetto normativo per inserire in Costituzione finalmente il diritto alla verità. E io ho già chiesto e già raccolto la disponibilità di Roberto Scarpinato a farsi promotore di quel progetto di legge, che è una cosa che ci serve per poter mantenere il basamento della Repubblica democratica secondo la nostra Costituzione antifascista. Prima sono stati ricordati Vincenzo Agostino e Augusta Schiera, che purtroppo non ci sono più, perché purtroppo il tempo passa e gli anziani, alle volte, purtroppo li perdiamo.

Ci sono due uomini, qui, che io intendo indicare a tutti voi come veramente dei pilastri della nazione, che ci consentono ancora oggi di essere onorati di essere cittadini liberi. Uno è quell’uomo lì, Salvatore Borsellino, che ha una carica di anarchismo libertario democratico che non ho mai visto in nessun’altra persona del mondo. E l’altro, consentitemelo, qui, è il dott. Giancarlo Caselli, che merita la gratitudine di tutti i cittadini onesti della nazione, che alla sua età e nelle sue precarie condizioni fisiche si è dovuto sobbarcare, lui, l’onere di dimostrare le falsità che la Commissione parlamentare neofascista sta praticando sul depistaggio sulla strage di via d’Amelio.

Quegli uomini ci insegnano e ci indicano la strada ancora da percorrere.