Salvini promette i cantieri a breve, ma non c’è stato alcun “via libera”. Tempi lunghi
Giovedì, nel tardo pomeriggio, il ministero delle Infrastrutture ha fatto uscire una assai sbrigativa velina, in cui si sosteneva che l’Assemblea generale del Consiglio superiore dei Lavori pubblici (Cslp) “con voto unanime ha dato il via libera alla successiva fase della progettazione esecutiva” del Ponte sullo Stretto. Grandi festeggiamenti di Matteo Salvini (“l’obiettivo e la speranza è quello di iniziare i lavori entro la fine della legislatura”), mentre il suo staff faceva trapelare l’intenzione di riportare il dossier al Cipess, il comitato interministeriale sulle grandi opere, già a settembre.
Forse però il ministro leghista e in generale i sostenitori del Ponte hanno equivocato quel che è successo giovedì: il Consiglio superiore ha dato sì il suo via libera, eppure non esiste ancora il parere né sono note le (molte) prescrizioni allegate a quel “sì”. Tradotto: sui tempi e forse pure sul via libera Salvini si fa delle illusioni e la cosa è nota a diversi dirigenti del suo stesso ministero.
Breve premessa. L’Assemblea generale è durata dalle nove di mattina al tardo pomeriggio e si è esercitata su un documento tecnico di 353 pagine predisposto da una Commissione speciale relatrice composta da circa 30 esperti. Il parere definitivo, per cui ci vorrà un po’ di tempo viste le molte ore di discussione e i molti interventi da trascrivere, si comporrà integrando e coordinando col testo iniziale le osservazioni dell’Assemblea generale: questo prevede la legge e per questo è – diciamo – prematuro che il ministero dia notizia di un “via libera alla progettazione esecutiva” e il ministro parli di cantieri senza nemmeno conoscere prescrizioni, condizioni, approfondimenti ed eventuali nuove indagini richieste dal Cslp: queste “osservazioni che accompagnano il parere” (così Pietro Ciucci, ad della Stretto di Messina Spa) possono essere così rilevanti da rimettere in gioco la stessa progettazione definitiva, altro che passaggio alla fase successiva.
Il Cslp, a quanto risulta, avrebbe individuato un insieme molto ampio di attività che devono accompagnare (e a volte precedere) le successive fasi progettuali. Una di queste è particolarmente rilevante: ulteriori indagini sul quadro geologico e le faglie presenti nell’area interessata dall’opera. Si tratta, in sostanza, di acquisire nuovi dati sul terreno e, come fanno notare alcuni esperti, un dato che deve ancora essere acquisito non può essere già funzionale a un risultato predeterminato (il sì all’opera): l’interpretazione dei nuovi dati, secondo le norme tecniche vigenti, dovrà portare all’aggiornamento della modellazione geologica e della caratterizzazione geotecnica. A questo punto, vanno verificati gli effetti di quanto emerso sulle soluzioni progettuali: non si può affatto stabilire oggi, insomma, che quei risultati siano compatibili con il progetto esistente (che poi sarebbe quello del 2011, aggiornato quando Meloni e soci hanno resuscitato il Ponte).
In ogni caso, è difficile che le tempistiche necessarie a dare risposta alle osservazioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici siano compatibili con la fretta di Salvini e del governo. Peggio ancora se si dovesse andare avanti forzando, come sempre fatto finora, norme, regolamenti e buon senso. Una delle prime cose da fare, infatti, sarebbe procedere con gli espropri: si può privare centinaia di cittadini delle loro case sulla base di una procedura così sbilenca?
Restano, infine, tutti sul tavolo i rilievi giuridico-amministrativi e contrattuali sollevati dalla Corte dei Conti lo scorso autunno, quando si rifiutò di registrare la delibera Cipess dell’agosto 2025 (sul Ponte il governo si muove sempre in agosto, col favore del solleone, per così dire). Salvini sta provando a farsi dire dalla Commissione europea, la quale non ne ha la competenza, che aver resuscitato il vecchio contratto col consorzio Eurolink (cioè la Webuild di Pietro Salini), cassato a suo tempo da Mario Monti, non viola la disciplina comunitaria sulle gare d’appalto, che sono un obbligo se l’ammontare dei lavori supera del 50% quello originario: qui siamo passati dai 4 miliardi della gara del 2005 a una stima attuale di 13,5 miliardi (and counting), un po’ difficile sia solo l’effetto dell’inflazione. Fonte: Il Fatto Quotidiano