I 4 Antonello da Messina rubati: un colpo al cuore del patrimonio culturale
Di Tomaso Montanari - Questa volta è un colpo al cuore del patrimonio culturale siciliano, italiano, umano. Nella serata di Ferragosto, mentre c’era ancora luce e i messinesi erano tutti presi dal passaggio della Vara – l’enorme carro processionale che rappresenta la Vergine che ascende al cielo dal suo sepolcro, la bara appunto – alcuni ladri dalle idee molto chiare sono riusciti ad entrare nel Museo Regionale “Accascina” di Messina (il MuMe, secondo la peste degli acronimi) e hanno portato via quattro tavole dipinte da Antonello da Messina: che è come dire entrare in chiesa e portare via il Santissimo Sacramento.
La foto più impressionante ritrae le due tavole che si sono salvate perché i predoni (non così organizzati e professionisti, forse) se ne sono dovuti disfare mentre fuggivano, appoggiandole per strada alla cancellata del museo: si vede san Benedetto e, dietro, si intuisce san Gregorio. Sono gli scomparti laterali del grande polittico di San Gregorio, dipinto (a tempera grassa e oro su tavola) da Antonello nel 1473 per la madre badessa del monastero benedettino messinese appunto di San Gregorio. I ladri sono dunque riusciti a portare con loro lo scomparto centrale, quello meraviglioso con la Madonna in trono, e le due parti della cuspide, con l’angelo annunciante e la Vergine annunciata. Un corpo smembrato, mutilato, fatto a pezzi: un corpo che era arrivato a noi già sofferente, senza la carpenteria che teneva insieme i pezzi e senza l’elemento centrale del registro superiore. Ma era comunque un miracolo che a noi fosse arrivato, attraverso secoli difficili e attraverso l’epocale terremoto che rase al suolo Messina nel 1908.
Ed era un miracolo a vederla, quest’opera dell’ultimo Antonello: un Antonello ancora fedele ai suoi modelli fiamminghi (spettacolare il cartellino appiccicato alla base del trono della Vergine, in cui l’artista scrisse il suo nome e la data), ma che aveva ormai gli occhi così pieni di Piero della Francesca da riuscire a far convivere il fondo oro di rigore con una capacità di unificare lo spazio, e far interagire le figure dei santi, che era ormai da “maniera moderna”. Figure sacre che non sono più disposte a stare ferme al loro posto: come dimostrano proprio il papa e l’abate (i due santi abbandonati a terra dai ladri) che, pur essendo parati in gran pontificale, mettono un piede in bilico nello spazio, quasi che volessero darsela a gambe dall’altare. O dal museo, verrebbe da dire se fosse il caso di scherzare. E non è proprio il caso: visto che, danno su danno, i ladri hanno tranquillamente aperto una teca blindata, asportando anche la mirabile tavoletta opistografica sulla quale sempre Antonello dipinse la Vergine con un donatore francescano sul recto, e il volto di un Cristo alla colonna sul verso. Un’opera che la Regione Sicilia aveva acquistato da Christie’s nel 2003 e destinato a questo museo.
Un museo che ora ha perso l’anima: letteralmente, visto che il suo stesso logo (che stilizza il rosario che pende, illusionisticamente, nel vuoto, dal suppedaneo del trono della Madonna nel polittico di San Gregorio) è tratto dal quadro simbolo che ora è rubato, sparito, scomparso. I ladri, come si è detto, sembrano aver avuto le idee assai chiare: andando a colpo sicuro su un singolo autore, Antonello da Messina. Una scelta ovvia, sì: ma non la sola, se appena si ricorda (con un brivido lungo la schiena) che le stesse sale conservano ben due Caravaggio, la Natività e la Resurrezione di Lazzaro. Due tele: cioè due oggetti che, ritagliati dalle cornici e arrotolati, sono assai più facili da trasportare (e da non danneggiare) delle delicatissime, già provate, tavole di Antonello. Come sanno anche i sassi, le opere sparite non sono piazzabili sul mercato clandestino dell’arte: troppo clamorosamente famose. E dunque verrebbe da pensare (pur con tutta la dovuta cautela) che o è un furto su commissione di qualche collezionista pazzo e criminale, o è il gesto di balordi.
Quest’ultima eventualità fa venire i brividi, per la delicatezza delle opere e per il precedente atroce del Caravaggio rubato a Palermo nel 1969 e mai ritrovato. Perché se in Sicilia a rubare opere di questo livello non è Cosa nostra, è assai inverosimile che essa lasci passare un evento di questa portata senza volgerlo a suo vantaggio, e senza dimostrare che ha ben altro controllo del territorio rispetto allo Stato: e se le tavole di Antonello finiscono in quelle mani, le mani della mafia, allora è finita. La speranza è che siano ritrovate subito. La certezza è che qualcuno deve spiegare come diavolo sia potuto accadere.