Col sudore della fronte. Una storia di mafia e antimafia dal finale aperto per chiudere la XV edizione del Cortile Teatro Festival.
Di Tonino Cafeo. Con un “canto del lavoro e della libertà” la XV edizione del Cortile Teatro Festival si è congedata dal suo pubblico e gli ha dato appuntamento all’estate del 2027 per quella che sarà la sua stagione numero 16.
Nello spazio raccolto del cortile della Torre degli Inglesi, a Torre Faro (Me) è andato in scena “Col sudore della fronte – canto del lavoro e della libertà”, di Mariangela Vacanti, per la regia di Filippo Ilardo, le scene di Claudio Castagna e le luci di Roberto Ragusa.
Uno spettacolo proposto dalla Compagnia dell’Arpa, che ha riscosso un notevole successo al “Resistenza Teatro Festival” di Casa Cervi, in provincia di Reggio Emilia.
Protagonisti, Ivan Bertolami e Antonio Smiriglia, che ha cantato e suonato dal vivo musiche e canzoni originali e tratte dal vasto patrimonio dei canti popolari di lavoro e di lotta che da sempre da voce a chi dal basso difende la propria dignità.
Alla dignità e alla libertà di un popolo intero è infatti dedicato “Col sudore della fronte”, che narra storie di mafia e di resistenza accadute non in un epico passato e in un luogo indefinito ma a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, a cavallo fra novecento e duemila.
La città in quegli anni si era guadagnata la fama di “Corleone del 2000”. Crocevia dei traffici di armi e droga, rifugio sicuro dei più pericolosi latitanti di Cosa nostra, terrorizzata da un controllo asfissiante del territorio da parte di famiglie di mafia alleate agli esponenti più in vista della criminalità organizzata isolana, Barcellona, o meglio la sua parte sana, ha anche trovato la forza di opporsi a questo stato di cose.
Ma come raccontare una storia di mafia e di riscatto civile senza cadere nella retorica e nel già sentito? Sfida difficilissima che la Compagnia dell’Arpa ha saputo raccogliere restando fedele alla nudità dei fatti.
Dentro l’impalcatura di una drammaturgia rigorosa Ivan Bertolami e Antonio Smiriglia hanno intessuto un dialogo serrato in cui una vicenda autobiografica- la famiglia del protagonista ha realmente subito vessazioni e minacce da parte del racket- ha incontrato le storie emblematiche delle vittime come Attilio Manca, Graziella Campagna, Adolfo Parmaliana e Beppe Alfano per poi sfociare nella rievocazione del percorso che dalle prime denunce è giunto alla mobilitazione di massa contro il pizzo e l’omertà.
Si tratta di un’orazione civile scandita da oggetti di scena carichi di significati simbolici- uno per tutti l’agendina del killer Gerlando Alberti jr, che è costata la vita alla giovane Graziella- e da registri linguistici diversi che si sono rafforzati a vicenda:quello intimista del memoir personale, quello scarno della cronaca nera e quello sapienziale e profetico affidato alle parole e alle note di Antonio Smiriglia.
Ivan Bertolami si muove sulla scena con grande padronanza del ruolo, coinvolgendo il pubblico in un crescendo di emozioni che va dalla rievocazione dei giochi infantili fino alla sacra rappresentazione del valore del lavoro e della libertà, srotolando le bianche lenzuola del no alla mafia e spezzando il pane guadagnato “con il sudore della fronte”. Un finale misticheggiante che potrebbe indurre perplessità ma che nell’insieme non stona e si propone come omaggio ai sentimenti più autentici della gente comune che trova il coraggio di ribellarsi.
Ciò che veramente convince di “Col sudore della fronte” è la sua ostinata fedeltà all’esperienza di vita vissuta, che è in grado di generare negli spettatori domande su una storia dal finale ancora aperto.