Cortile Teatro Festival 2026: quando i classici illuminano il presente
di Tonino Cafeo – Prima di giungere al suo finale di stagione, la quindicesima edizione del Cortile Teatro Festival, nella sua sede agostana della Tenuta Rasocolmo, ha riservato al pubblico due appuntamenti di grande valore.
La radura in cima a capo Rasocolmo con le isole Eolie come fondale naturale e il cielo come graticcia – rigorosamente al tramonto, al modo teatri dell’antica Grecia, è diventata un palco senza limiti fisici ma soprattutto uno spazio pubblico in cui due classici senza tempo – Riccardo III di Shakespeare e Uccelli di Aristofane- sono stati oggetto, non di una banale attualizzazione o di un’illustrazione scolastica, ma di un dialogo reale fra gli artisti e gli spettatori che hanno scelto di esserci e di partecipare al rito civile del teatro .
Il celebre testo di Aristofane, che situa un racconto satirico e allegorico nel contesto storico della crisi della democrazia ateniese durante la guerra del Peloponneso, ha ispirato la compagnia Officine Jonike Arti di Reggio Calabria nell’allestimento di Uccelli o della città sognata, pièce scritta da Maria Milasi e direttada Americo Melchionda, che è stato anche un’Upupa efficace e originale in scena. L’autrice e il regista per questa rilettura hanno scelto una strada singolare e vincente: rimanere fedeli al ritmo, al linguaggio e agli intenti della commedia aristofanea pur trasportandola in un immaginario contemporaneo.
La trama è, per grandi linee, quella del 414 avanti Cristo: due ateniesi, Pisetero ed Evèlpide, in rotta con la vita cittadina decidono di fuggire e costruire insieme al popolo dei volatili una città ideale. Finiranno con lo scatenare una guerra fra gli dèi, gli umani e gli uccelli e si ritroveranno in una situazione peggiore di quella che avevano abbandonato.
Nella Città sognata al posto della classica coppia comica maschilecompaiono due protagoniste che richiamano esplicitamente l’archetipo ribelle di Thelma & Louise (Maria Milasi e Kristina Mravcova) in fuga da una realtà apocalittica fatta di rifiuti radioattivi e guerre di droni. La città degli uccelli assume così le sembianze di una moderna utopia per fuggiaschi e sradicati, proiettata in uno scenario quasi fantascientifico. Anche il gracchio, che nel testo antico da guida ai protagonisti, viene trasformato con ironia in una sorta di navigatore satellitare, segno di una drammaturgia che aggiorna continuamente i propri riferimenti senza tradire la struttura della fonte.
Il cuore dello spettacolo è ancora una volta il tema del fallimento dell’utopia. Se per Aristofane a fallire era la democrazia ateniese, Milasi e Melchionda sembrano alludere alla crisi dell’Europa occidentale che da modello ambito e perseguito si trasforma in fortezza inespugnabile. La città sognata infatti nasce come rifugio per i disperati del mondo, come promessa di una convivenza diversa, ma progressivamente si trasforma in un luogo esclusivo e chiuso a difesa dei propri privilegi. Nemmeno le due protagoniste riescono a riconoscervisi e alla fine scelgono la fuga.
Il monologo conclusivo dell’Upupa rappresenta il momento più intenso e amaro della rappresentazione: le sue parole chiariscono una volta per tutte che il mito è ancora efficace a raccontare il nostro tempo fatto di guerre, migrazioni e campi profughi. La città ideale sembra dissolversi fino a confondersi con uno dei tanti insediamenti che costellano le frontiere europee, che siano in Albania, in Polonia o altrove. In questo scarto tra il sogno e la realtà si consuma la perdita di speranza di coloro ai quali quella promessa era stata rivolta. L’utopia rimane necessaria, ma il suo valore emerge proprio attraverso la constatazione dolorosa della sua fragilità.
Di segno diverso, ma altrettanto interessante, è l’operazione compiuta qualche giorno prima su Riccardo III dalla compagnia “I Trovatori” di Palermo.
Anche qui la trama shakespeariana viene rispettata con grande rigore, ma il dispositivo scenico cambia radicalmente prospettiva. Lo spettacolo si presenta come una moderna giullarata, chiaramente debitrice del modello del Mistero Buffo di Dario Fo. Un unico narratore-giullare, Giuseppe Vigneri, anche autore della drammaturgia, evoca personaggi e vicende costruendo una narrazione che alterna racconto e interpretazione, senza mai rinunciare alla complessità del testo. In scena anche Giuseppe Aiosi, che ha curato le musiche con i suoi strumenti medioevali.
La scelta di un linguaggio diretto e popolare non coincide con una semplificazione. Al contrario, lo spettacolo riesce a instaurare un dialogo vivo con il pubblico, chiamato a partecipare attivamente al racconto. Il giullare dà corpo ai diversi personaggi della tragedia attraverso continue metamorfosi performative, mentre gli spettatori diventano parte integrante del processo narrativo.
La risposta del pubblico conferma l’efficacia di questa impostazione: curiosità, attenzione e coinvolgimento accompagnano una narrazione che evita sia il didascalismo sia ogni forma di compiacimento intellettuale. Ne emerge un’idea profondamente comunitaria del teatro, nella quale il rapporto fra artisti e spettatori costituisce il vero motore dell’evento scenico.
Non è un caso che la compagnia provenga da Castelbuono, realtà periferica che sembra conservare la possibilità di sperimentare forme di teatro fondate sulla relazione diretta e sulla condivisione. In questo contesto, l’azione narrativa e quella drammaturgica trovano il proprio compimento non soltanto sulla scena, ma nello spazio comune creato dall’incontro tra chi recita e chi ascoltaconfermando l’efficacia della linea scelta da RobertoBonaventura, Giuseppe Giamboi e Stefano Barbagallo per allestire il cartellone del Cortile Teatro Festival. Una manifestazione, ricordiamolo, promossa dal Castello di Sancio Panza con la collaborazione della Fondazione Messina per la cultura e il sostegno della rete di drammaturgia siciliana Latitudini.