9 Settembre 2026 Politica e Sindacato

Grandi opere: Webuild vuole dal governo “22 miliardi di extracosti”

Di Carlo Di Foggia e Andrea Moizo - Due settimane fa Matteo Salvini ha lanciato un appello accorato per uno scostamento di bilancio. “Servono 20 miliardi”, ha detto il ministro delle Infrastrutture parlando di “grandi cantieri a rischio”. Quel che non si sapeva è che la cifra non l’ha quantificata il suo ministero ma il colosso delle costruzioni Webuild in un’allarmata lettera inviata al governo a fine luglio. Sette pagine – riservate e firmate dall’ad Pietro Salini – che prefigurano uno scenario fosco. Salini parla di “situazione non più sostenibile” e chiede al governo di coprire ingenti extra-costi o scatterà “la ridefinizione dei programmi di produzione e dei livelli di attività dei cantieri, la ridefinizione degli impegni verso la filiera dei fornitori e subappaltatori e l’avvio delle procedure (…) per l’accesso agli ammortizzatori sociali”. L’oggetto sono i contratti che Webuild (come azionista di maggioranza dei consorzi di costruzione) ha con Rfi, controllata di Ferrovie dello Stato: 18 grandi opere per un importo di 30 miliardi, dal Terzo Valico di Genova alla Verona-Padova fino alla Palermo-Catania. Appalti – scrive Salini – che stanno causando alla società una “situazione di grave squilibrio economico-finanziario”.
Il cahier de doléances è variegato. Il manager spiega che la società avanza crediti per 800 milioni e soprattutto, da capofila dei consorzi, “riserve” (le varianti che fanno salire i costi degli appalti) per “circa 22 miliardi, di cui 13 per oneri già sostenuti”. Parliamo del 70% del valore dei contratti, una cifra abnorme. Il manager se la prende col meccanismo previsto dal nuovo codice degli appalti che affida ai Collegi consultivi tecnici (Cct) le controversie tra appaltante e appaltatore. Quando il costruttore reclama una variante la pratica finisce a questi organi (dove siedono le due parti e una figura terza) che decidono se ha ragione o no. Per Salini hanno tempi lunghi e “la qualità di alcune determinazioni è tale da non orientare la condotta delle parti”. Cioè, se ne deduce, non accolgono tutte le richieste di Webuild e “il contenzioso si accumula”. Salini si duole anche del fatto che il governo non ha prorogato lo stop all’obbligo di restituire gli anticipi del 30% sugli appalti Pnrr versati da Rfi. La proroga è saltata dal decreto Infrastrutture “in ragione dell’orientamento del ministero dell’Economia”, cioè del ministro leghista Giancarlo Giorgetti.

E veniamo alle soluzioni. Salini vorrebbe che venissero riconosciute riserve per “6-7 miliardi”, semplicemente sulla base del fatto che storicamente le varianti sono riconosciute dai Cct per il 29% degli “importi in discussione (i 22 mld di cui sopra, ndr)”. Altri 10-12 miliardi, invece, riguardano “risorse addizionali necessarie per portare a termine le opere” dovute “alla revisione dei prezzi e alle lavorazioni effettivamente necessarie al completamento” (3 miliardi per il Terzo Valico, altrettanti per la Palermo-Catania e la circonvallazione di Trento, la Vicenza-Padova eccetera). In teoria queste ultime dovrebbero rientrare, almeno in parte, nella posta precedente (le riserve) e invece il manager sembra sommarle.
Per l’uomo che guida l’azienda che dovrebbe costruire il Ponte sullo Stretto, serve realizzare “un’operazione verità che faccia emergere i valori reali dei contratti”. Un suo vecchio cavallo di battaglia: inflazione (“revisione dei prezzi rispetto a prezzari di gara talora molto remoti”) e revisioni progettuali anche per responsabilità dell’appaltatore (“le quantità di lavorazioni che l’avanzamento della progettazione e l’esecuzione hanno reso necessarie”) non devono essere a suo carico. Come dire: i profitti a noi, il rischio d’impresa al committente. Mr Webuild avanza anche proposte legislative: “Adeguamento degli importi”, “estensione dell’anticipo del 10% delle riserve anche ad appalti non Pnrr”, “sospensione del recupero delle anticipazioni”, “copertura economica delle opere per le quali sussiste condivisione in ordine al maggior costo”, “modifiche alla disciplina dei Cct” che consentano “di disporne la decadenza”. Insomma, a Webuild servono questi 20 miliardi, o quantomeno “il fabbisogno di cassa immediato”, 2,1 miliardi, finanziabile “con una rimodulazione che sposti nel tempo opere non in corso”: così “più si lavora, più si aggrava la posizione finanziaria”.

Salini si dice fiducioso “che entro la prima settimana di agosto possano essere assunte le decisioni necessarie” altrimenti si rischiano ripercussioni per la filiera (la lettera ricorda che ci sono “migliaia di imprese” che danno lavoro a “22 mila addetti”). Sarebbe, spiega il manager, “un esito privo di vincitori”. Siamo a settembre, ma Webuild è ferma davanti al bancomat. Fonte: Il Fatto Quotidiano