Inseguita e minacciata Cerreti, la pm messinese di Hydra
Di Davide Milosa - L’autostrada corre dritta verso Milano. Due berline blindate con il lampeggiante filano via a una buona velocità. Sono auto di scorta. In quella dietro siede Alessandra Cerreti, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Le auto sono riconoscibili se non altro per il lampeggiante. All’improvviso un Suv nero si mette tra le due macchine. I veicoli restano in questa pericolosissima posizione per diversi minuti. Scatta l’allerta. Quel magistrato è il titolare della più grande inchiesta di mafia oggi in Italia e ha già subito diverse minacce, due pentiti parlano anche di un progetto di attentato. L’inchiesta Hydra di cui Cerreti è titolare (oggi assieme al collega Rosario Ferracane) racconta gli affari e i legami istituzionali del Consorzio di mafie al Nord, un’alleanza economica tra soggetti di vertice di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra romana. L’inedito inseguimento al pm antimafia, che con la sua indagine ha messo all’angolo anche il potente clan Senese, inizia così e risale a un anno fa. In quel momento l’obiettivo della scorta è scartare di lato per ricomporre la colonna di sicurezza. Ci riusciranno a fatica e nonostante questo il Suv non molla la presa e si mette di nuovo all’inseguimento, quasi sfiorando il retro di una delle due auto blindate. Sarà seminato solo quando la carovana abbandona l’autostrada entrando nel reticolo urbano. Da quel momento ogni tipo di accertamento su quel Suv nero cadrà nel vuoto.
L’episodio è riassunto in un’annotazione riservata che la Procura di Milano ha consegnato lo scorso aprile alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. Dentro sono elencati almeno dieci episodi di minacce. Sono riportate anche le dichiarazioni di due pentiti che in modo “autonomo e convergente” raccontano di un progetto di attentato ai suoi danni. Fino ad arrivare a un ultimo episodio, non presente nella nota, e cioè il danneggiamento del vetro blindato dell’auto di scorta parcheggiata all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano. La circostanza è stata riportata ieri da Repubblica. Oggi il Fatto è in grado di mostrare le foto che danno conto del tentativo di sfondare il vetro dell’auto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì scorsi.
La nota che la Procura ha dato alla presidente della Commissione elenca fatti successivi alla discovery dell’inchiesta Hydra e iniziati nell’estate del 2024. La data è importante. Il provvedimento del gip del 2023 smonta l’impianto accusatorio confermando 11 arresti (e non per mafia) su 153 richiesti. A quel punto il pm, che in quel momento è l’unica titolare del fascicolo, fa appello al Tribunale del Riesame. A partire dal marzo 2024, da sola, sosterrà 79 udienze in un’aula minuscola gomito a gomito con presunti boss liberi e convinti di passarla liscia vista l’ordinanza del gip che non li ritiene affiliati alla nuova associazione mafiosa. Alessandra Cerreti non ha paura, è un magistrato tosto e preparato. Con quei soggetti non incrocia lo sguardo e tira dritto. Poi, a partire da giugno le ordinanze del Riesame smentiscono il gip e confermano la ricostruzione del pm. Tradotto: il Consorzio di mafie esiste. Di più: in Lombardia la mafia è immanente. Conclusione: i boss devono essere arrestati. Così avverrà dopo il sigillo della Cassazione. Alcuni, successivamente, finiranno al 41-bis. Da qui in poi, Cerreti, che durante alcune udienze del Riesame sarà affiancata dal Procuratore Marcello Viola, finisce nel mirino. Un anno fa, quando va in scena l’inseguimento, si sta celebrando il processo in abbreviato. Da lì a poche settimane il pm chiederà fino a 570 anni, ottenendone pochi di meno, ma avendo confermato il capo d’imputazione sull’associazione mafiosa ricostruito grazie al lavoro del Nucleo investigativo dei carabinieri coordinato dal colonnello Antonio Coppola.
L’ultimo episodio, nella notte tra lunedì e martedì scorsi, riguarda i colpi al vetro blindato dell’auto di scorta all’interno del Tribunale. Per quel che risulta le telecamere non hanno ripreso alcun individuo, per questo si suppone che il fatto possa essere avvenuto nei giorni precedenti. Le foto mostrano la volontà di spaccare il vetro dell’auto dove erano riposti i giubbotti antiproiettile. Di certo chi ha agito voleva colpire proprio l’auto del pm antimafia. Il magistrato ha una scorta di secondo livello che al momento non è stata alzata al primo, quello che ha il procuratore Nicola Gratteri e lo stesso Presidente della Repubblica. Il secondo livello prevede bonifiche preventive prima di entrare in casa e il divieto di parcheggio davanti al palazzo. Già nei giorni scorsi gli uomini di scorta sono stati invitati a tenere un’allerta ancora più alta.
Del resto chi ha tirato i fili del Consorzio resta intoccato. Lo aveva svelato l’ultimo pentito, Bernardo Pace, il quale stava facendo luce sulle relazioni pericolose con figure deviate delle istituzioni. Pace è morto sucida nel carcere di Torino, il 16 marzo, tre giorni prima dell’inizio del processo pubblico. Lo stesso Gioacchino Amico, cerniera tra la politica di Fratelli d’Italia e il clan Senese, poi pentito, aveva avvertito il pm. “C’è gente libera – dirà a verbale –, molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque, in politica, nelle forze dell’ordine. È una cosa molto grave anche per i magistrati che hanno questo caso”.