3 Ottobre 2026 Giudiziaria

Le morti sospette al Papardo, ecco perché la Procura ha chiesto l’archiviazione

Ci sono state «carenze gestorie stratificatesi anche nel tempo», ma non sono addebitabili ai singoli sul piano della responsabilità penale. Semmai si tratta della «tipica ipotesi che potrà trovare apprezzamento e tutela in sede civilistica, ma che non è possibile prevedere che esiti in un giudizio di condanna in un instaurando processo penale».

Ecco, in sintesi, i motivi che hanno portato la pm Alice Parialò a chiedere alla gip Tiziana Leanza l’archiviazione del maxi procedimento sulla cosiddetta “catena di morti sospette” all’ospedale Papardo, le morti di pazienti colpiti da infezioni batteriche dopo interventi effettuati nel reparto di Cardiochirurgia, che portò al clamoroso sequestro delle sale operatorie del reparto da parte dei carabinieri dei Nas nel novembre del 2024, e poi al dissequestro alcuni mesi dopo.

Richiesta di archiviazione che riguarda nove persone tra medici e manager sanitari inizialmente iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo: Francesco Patanè, Catenia Di Blasi, Paolo Cardia, Vincenzo Manzi, Maria Chiara Zucchetti, Silvio Tommasini, Alberto Firenze, Giancarlo Niutta e Raniero Giuseppe Trimarchi.

La pm Alice Parialò è arrivata a questa determinazione dopo aver chiesto una proroga delle indagini di altri sei mesi, eravamo nell’ottobre del 2025, e aver affidato una serie di consulenze e accertamenti su più fronti: sulle condizioni sanitarie delle due strutture mediche al Papardo (verifica sulla salubrità e sterilità della strumentazione sanitaria delle sale operatorie e dei due reparti), effettuate dalla dott. Daniela Aita, responsabile del laboratorio “Chemlab-Istituto di ricerca” di Catania; con i prelievi effettuati su incarico della stessa Azienda sanitaria dalla ditta “Greengea”, poi acquisiti dai carabinieri dei Nas; sui corpi dei pazienti deceduti, ovvero Gaetano Bombaci, Maria Dora Biondo, Vincenzo Ragusa, Angelo Catanzaro e Donatella Canfora, con le autopsie effettuate da tre consulenti, la prof. Daniela Sapienza, docente di Medicina legale all’Università di Messina, il prof. Gianluca di Bella, ordinario di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università di Messina, e il dott. Placido Mondello, specialista in Malattie infettive, già dirigente dello stesso settore al Policlinico di Messina; e infine sulle valvole impiantate nel corso degli interventi operatori ai pazienti deceduti, accertamenti affidati alla ing. Antonietta Perrone («nessuna criticità»).

Quindi l’indagine, come spiega la stessa pm nella richiesta di archiviazione, si è basata su quattro fronti di accertamento. E la pm che nella richiesta di archiviazione scrive tra l’altro: «... emerge come, a fronte del dato oggettivo dell’esistenza del nesso tra infezione ospedaliera e decesso, non è possibile affermare la sussistenza degli estremi della responsabilità colposa degli indagati. E ciò per le seguenti ragioni. Proprio in forza di quanto sopra ricostruito in materia di colpa, non è possibile individuare con certezza la regola di cautela violata che abbia determinato il diffondersi dei diversi agenti patogeni alla origine dei decessi».

«Dalla superiore ricostruzione - prosegue -, emerge piuttosto come gli interventi chirurgici e il successivo percorso terapeutico in relazione ai singoli pazienti siano stati correttamente eseguiti e gestiti; come non siano state individuate singole condotte violative di regole cautelari a cui ricondurre con certezza il contagio del virus. È emerso piuttosto un contesto di generale decadenza strutturale che ha certo agevolato il diffondersi di agenti patogeni, peraltro eterogenei tra loro, decadenza stratificatasi negli anni e, semmai, gestita, nei limiti di quanto da loro concretamente esigibile, dagli odierni indagati: in tal senso depongono ad esempio gli interventi periodici di sanificazione di cui si è sopra dato conto».

«In sostanza - conclude -, provare a formulare un giudizio di responsabilità penale significherebbe violare il principio di personalità della responsabilità penale, in forza di carenze gestorie stratificatesi anche nel tempo, e in parte persino fronteggiate dagli odierni indagati; si tratta all’evidenza di quella tipica ipotesi che potrà trovare compiuto apprezzamento e tutela in sede civilistica ma che non è possibile prevedere che esiti in un giudizio di condanna in un instaurando processo penale».