10 Ottobre 2026 Giudiziaria

Armao, i “piccioli” nel pendolo trovati per caso dagli operai

A un certo punto nello studio di Palermo dell’avvocato Gaetano Armao le mazzette nascoste nell’orologio a pendolo erano talmente tante che degli operai ne hanno scoperto per caso una busta di stoffa piena. Mentre lui, l’avvocato ed ex vicegovernatore forzista dell’isola, ci pagava gli alimenti all’ex moglie, che via messaggio lo minacciava: “Ti faccio vedere che il quadro la Bartolozzi da casa sua lo esce. Vedrai”.

Determinata a impossessarsi dei beni suoi e dell’attuale consorte, Giusi Bartolozzi, magistrato e consigliere giuridico del ministro per gli Affari europei e il Pnrr, nonché ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Incluso un misterioso “quadro” che avrebbero acquistato insieme.
A svelarlo sono state telecamere e microspie piazzate dai pm palermitani nell’ambito dell’inchiesta per cui nei giorni scorsi è stato chiesto l’arresto per corruzione di nove persone in tutto. A partire proprio dall’avvocato Armao, che fino a pochi mesi fa era consulente giuridico dell’attuale governatore Renato Schifani e presidente della Commissione tecnica specialistica (Cts) della Regione Siciliana, incaricata di esprimere i pareri sulle autorizzazioni ambientali per progetti energetici.

L’incidente con gli operai risale all’11 settembre 2026, un mese fa, ed è stato ricostruito in un’informativa appena depositata. Con tanto di trascrizione dell’esclamazione in siciliano di uno degli operai, spaventato dalla vista di quelle banconote saltate fuori all’improvviso mentre avvolgevano un tappeto su cui poggiava il pendolo-nascondiglio.

“Ci sono piccioli, c’è di muoriri”. Queste le parole registrate che in italiano vengono tradotte così: “Ci sono soldi, c’è da morire”.

In atti è stata riprodotta persino la sequenza fotografica del ritrovamento, e dell’interlocuzione tra gli operai e una segretaria di Armao. La stessa segretaria che in seguito avrebbe discusso con una collega se rimettere i soldi al loro posto o al sicuro in cassaforte, come poi ha fatto.

Tre giorni dopo, quindi, le microspie hanno captato l’ira dell’avvocato che al ritorno in sede ha saputo dell’accaduto. Con la pretesa di avere subito le chiavi della cassaforte per controllare che vi fosse tutto.

“C’erano soldi … se li è presi?”, chiede Armao alla segretaria. “Chi cazzo lo ha autorizzato… No, no qua dentro non faccio entrare più nessuno… Comunque me li dia… Li voglio, li voglio io adesso. Mi dia le chiavi della cassaforte”.
A questo punto l’orologio a pendolo non è più un nascondiglio sicuro. E l’avvocato sposta il contante tra i libri.

Gli inquirenti, in realtà, avevano captato già da mesi alcuni evidenti segnali di tensione del potente avvocato, inseguito dalle richieste di denaro dell’ex moglie, a cui ad agosto ha girato la metà di una tangente da ottomila euro appena intascata, e di una società incaricata di recuperare un grosso credito. Per la precisione si trattava di 50mila euro, derivante da una condanna alle spese rimediata da Armao dopo essersi rivolto al Tribunale per ottenere il pagamento di una maxi-parcella per i servizi resi alla municipalizzata dei rifiuti di Palermo. Da qui la rabbia nei confronti dei colleghi della moglie (Bartolozzi è giudice): “’Ste merde di magistrati di Palermo…”.

Sempre dagli atti dei pm guidati dal procuratore Maurizio De Lucia emerge anche un ulteriore filone d’indagine con nuovi indagati.

Al vaglio c’è una gara da 147,1 milioni della Regione siciliana per la raccolta e il trasporto dei rifiuti nell’Agrigentino.
Sei le persone sospettate di corruzione, inclusi il deputato regionale di Forza Italia Gaspare Vitrano (ex del Partito democratico), Valentina Matta e il cugino Pierluigi, grande amico e collega di Armao. Lo stesso Pierluigi Matta che i pm considerano l’intermediario con gli imprenditori accusati di aver corrotto l’ex vicegovernatore.