Sebastiano Ardita: nelle carceri lo Stato è assente, così comandano i boss
Le carceri sono nel caos e a trarne vantaggio è “la criminalità organizzata che ha colmato lo spazio che lo Stato, per qualche ragione, non è stato più in grado di occupare”. A dirlo, intervistato da La Stampa, è il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, già dirigente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) dal 2002 al 2011. “Oggi abbiamo carceri in mano alla mafia, carceri che diventano piazze di spaccio, carceri che consentono l'introduzione di droga, telefonini e armi, in cui ci si divide il territorio”, spiega il magistrato. E “quando il carcere non funziona è lo Stato che non funziona”, sottolinea. La situazione delle carceri in Italia ha iniziato a degradarsi circa quindici anni fa, segna Ardita, con un nuovo modello di sicurezza. “Si sono aperte le celle, credendo così di dare ai detenuti spazi di libertà individuale. In realtà è stata una scelta di disordine. Aprire le celle ha avuto come conseguenza la perdita di sicurezza e controllo negli ambienti penitenziari. Il carcere è come un ecosistema in cui le situazioni di disagio, le difficoltà e i malfuzionamenti finiscono di trasmettersi da un reparto all'altro. E questo caos ha coinvolto anche l'alta sicurezza”. Le celle aperte “può essere concepita come un diritto per le persone non pericolose”. Ma “questo diritto non può valere per quelle pericolose”. “Il modello dev'essere ragionato, servono scelte organizzative ponderate per il bene e l'interesse di tutti. I detenuti devono stare in un luogo di civiltà e di sicurezza. Anche per loro”.
Così, invece, si è riprodotto all’interno delle prigioni ciò che esiste già all’esterno: “La prevalenza dei gruppi organizzati ai danni di chi è più debole, magari più giovane, con un ruolo minore”. In questo modo “chi non è un capo, viene sottomesso alle nuove regole. Che non sono le regole dello Stato, ma di chi ha occupato quello spazio vuoto”. Ovvero le mafie. Questo spiega la presenza diffusissima di cellulari, droga e talvolta anche armi. E’ di oggi la notizia del sequestro di nove cellulari e un bilancino di precisione a Poggioreale. “Il carcere è l'espressione più forte dello Stato e se perde la sua funzione, allora la perde anche lo Stato”. Ardita ha anche commentato la legge approvata in Parlamento che consente benefici e permessi premio per chi sconta pene sino agli otto anni ed è tossicodipendente senza distinguere tra detenuti comuni e affiliati ad organizzazioni mafiose. Una legge che potrebbe rimettere in libera uomini legati ai clan. “Risultare tossicodipendente è una cosa semplice, così come fingere di fare un percorso riabilitativo”, sottolinea Ardita. Il magistrato catanese ha detto la sua anche sul numero sempre più inferiore di boss che decidono di collaborare con la giustizia. “Collaborare non è più conveniente. Si affronta un percorso lungo, complesso, per poi ottenere gli stessi benefici di chi non ha collaborato. C’è un indebolimento globale del sistema della prevenzione. Tutto è collegato. Temo, però, che questi problemi non siano stati compresi nella loro complessità nemmeno da chi, in questi anni, si è succeduto ai vertici del Ministero”. Purtroppo, aggiunge, “anche di fronte a fatti gravi, invece di rispondere in termini di efficienza costruita all'interno di un perimetro di regole, civiltà e speranza per i detenuti, si risponde con apparente intransigenza e condanna morale. Come se lavorare per una pena civile fosse in contrasto con un carcere sicuro, mentre nei fatti c'è un'incapacità di intervenire sul piano penale, mentre la realtà dice tutt'altro”.