“Ponte sullo Stretto, oltre 300 prescrizioni, costi incerti e rischi ambientali”: la denuncia delle associazioni ambientaliste unite
di Greenpeace, Legambiente, Lipu e WWF - L’onorevole ministro Salvini Matteo ha deciso da tempo di non dare più i numeri: quelli sul mese dell’avvio dei lavori del Ponte. Decisione saggia, ma incompleta. La previsione stavolta era entro la fine dell’anno, ma non ci ha detto quale.
La fretta, in questioni così delicate, è cattiva consigliera. Prendiamo ad esempio il comunicato del Ministero dei Trasporti che il 13 agosto commenta il Parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (CSLP) pubblicato il 6 agosto 2026. Cinque giorni lavorativi sono evidentemente troppo pochi per leggere un documento (non proprio semplicissimo) di 353 pagine. Dev’essere per questo che nella nota il ministero straparla di un “progetto, approvato e risolto dal Consiglio Superiore”.
Una lettura attenta del parere del CSLP dice ben altro. Come hanno ben evidenziato le note vergate da un autorevole pool di tecnici (de Miranda, Mazzolani, Rizzo, Doglioni e Signorino), il CSLP non ha affatto approvato il progetto ma ha invece previsto numerose raccomandazioni e ben 361 prescrizioni.
Le osservazioni si riferiscono tra l’altro al rischio terremoti in un’area notoriamente soggetta a sismi rilevanti, ma anche alla verifica della tenuta del ponte (e del cantiere) al vento dello Stretto. Poi ci sono le questioni relative alla gestione del traffico sul ponte (auto e treni) e sotto il ponte (molte navi non ci passano!) e vari richiami all’uso di specifiche tecniche non conformi alle norme in vigore o comunque ad assunzioni troppo “ottimistiche”.
Insomma, bastava leggere con un minimo di attenzione per capire secondo il CSLP il cosiddetto Progetto Definitivo del ponte non c’è: siamo in alto mare. Il CSLP prospetta una “Fase A” in cui il Progetto Definitivo deve essere adeguato (e poi, approvato) tramite laboriose e costose procedure e poi una “Fase B” durante la quale dovrebbe essere sviluppata, in ottemperanza alle numerose prescrizioni, la progettazione esecutiva che dovrà essere comunque approvata dal CSLP medesimo.
Tra le righe, traspare il dubbio – nemmeno troppo velato – sull’effettiva fattibilità del ponte.
Dove invece dubbi non ce ne sono, è sul budget. È escluso che possano bastare 13,5 miliardi. Solo la Fase A (redazione di un vero progetto definitivo) ha costi piuttosto elevati che al momento non previsti: ci saranno altri donativi da parte del Governo? E questi soldi, non sarebbe meglio usarli per altri, più utili, scopi?
Greenpeace, Legambiente, Lipu e WWF hanno tempestivamente girato alla Commissione Europea il commento al parere del CSLP, come pure uno studio di Cucinotta e altri sul Life Cycle Assessment (LCA) dell’impatto ambientale del progetto del ponte che racconta una storia ben diversa da quella spifferata dal Ministero, smentendone la presunta “sostenibilità”.
Ad esempio, viene confutata la balla che l’impatto climatico netto del ponte sarebbe positivo. Perché costruire il ponte comporta emissioni elevate che non si conciliano con la progressiva riduzione (prevista dagli obiettivi comunitari) delle emissioni dei traghetti. Nello Stretto ci sono già due traghetti ibridi in funzione: elettrificare il collegamento mobile nello Stretto è molto meno costoso (ed efficiente) che costruire un ponte che ancora, oltretutto, non sappiamo come fare.
La LCA segnala poi gli enormi consumi idrici (Messina e Reggio Calabria rischiano di restare a secco?) e il rischio inquinamento delle acque, particolarmente preoccupante per la salute dei laghi di Ganzirri (che fanno parte della Rete Natura 2000 istituita dall’UE) e di tutta un’area che – come ricorda una nota inviata alla Commissione UE dalla rete delle associazioni che in Asia, Africa e Medio Oriente fanno parte di Birdlife International – è fondamentale per i flussi delle centinaia di specie migratrici che ogni anno passano sullo Stretto.
Ovviamente, le acque inquinate finirebbero in mare assieme ai sedimenti generati da un cantiere che occuperebbe circa quaranta chilometri di coste. Il tutto, con impatti non secondari sull’ecosistema marino dello Stretto.
E già, perché sotto quel ponte non c’è il vuoto. C’è un ambiente marino che è assolutamente unico. Lo Stretto di Messina è infatti classificato come un settore biogeografico a sé stante, con popolamenti che risalgono alle ultime glaciazioni. Come sottolinea una nota scientifica di Salvatore Giacobbe (professore in pensione dell’Università di Messina) inviata anch’essa dalle associazioni alla Commissione UE, la distruzione di queste biocenosi semplicemente non può essere “compensata”… perché queste comunità biologiche non esistono altrove.
Andrebbero protette, ma non c’è nessuna Area Marina Protetta prevista per questo mare. C’è solo la minaccia di una devastazione insensata.