7 Novembre 2026 Giudiziaria

Udienza caso ex militare Malatto (che abita a Portorosa), le famiglie dei desaparecidos: “Processarlo sarebbe già una vittoria”. Il 9 dicembre la decisione della gup sul rinvio a giudizio

di Karim El Sadi - A Roma si avvicina l’udienza decisiva per stabilire se Carlos Luis Malatto, 77 anni, dovrà affrontare un processo per omicidio e torture. Cittadino argentino con origini italiane, Malatto era tenente colonnello dell’esercito argentino durante gli anni del Plan Cóndor, il sistema di coordinamento repressivo tra le dittature sudamericane, attivo dalla metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, attraverso il quale venivano sequestrati, torturati e uccisi oppositori politici anche oltre i confini nazionali.

Lo scorso 30 settembre il pubblico ministero Stefano Opilio ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex militare, accusato di omicidio volontario e sequestro di persona, con le aggravanti della premeditazione e della crudeltà, in relazione a otto persone perseguitate durante gli anni della dittatura argentina (1976-1983). Malatto, che oggi risiede a Furnari (Portorosa), in provincia di Messina, è stato ufficiale del Regimiento de Infantería de Montaña 22, a San Juan.

All’udienza preliminare, celebrata ieri mattina a porte chiuse, erano presenti alcuni familiari delle vittime. Tra loro Pedro Sondereguer, nipote di Juan Carlos Cámpora, rettore dell’Università di San Juan, sequestrato il 25 febbraio 1977.
"Siamo venuti ad assistere all’udienza con molta emozione. Finalmente la giustizia italiana processa questa persona nefasta", ha dichiarato Sondereguer, raggiunto telefonicamente da ANTIMAFIADuemila. "Il prossimo 25 febbraio saranno passati cinquant’anni dal sequestro di mio nonno. Non sappiamo dove siano i suoi resti, né che cosa abbiano fatto del suo corpo".

"È il quarto anno che vengo, grazie alla 24 Marzo Onlus (organizzazione che da anni segue i processi italiani contro i repressori sudamericani, ndr), che voglio ringraziare pubblicamente. Ricordo la prima volta che vidi il genocida Malatto. Fu un impatto forte: chi non lo conosce direbbe che si tratta di un nonno qualsiasi, quando in realtà ha ammazzato e torturato. Che cosa chiediamo alla giustizia italiana? Che venga finalmente processato e condannato".
A chiedere verità e giustizia è anche Cecilia Saroff, sorella di Marta Saroff, sindacalista sequestrata insieme al marito Alfredo Lerouc l’11 novembre 1976. Lerouc fu fucilato dai militari il 20 novembre dello stesso anno. Della moglie, invece, si sono perse le tracce.

"Malatto era presente quando crivellarono mio cognato di colpi", racconta Cecilia. "A partire da quel giorno scompare anche mia sorella. Pertanto Malatto deve sapere che cosa le è accaduto e dove si trova il suo corpo. Sono anni che aspettiamo un processo. Ogni passo in avanti rappresenta per noi una speranza di ottenere verità e giustizia".
Una speranza che i familiari dei desaparecidos ripongono nella magistratura italiana, mentre guardano con crescente preoccupazione alla situazione politica in Argentina dopo l’insediamento del governo di Javier Milei.
"Un governo – sottolinea Cecilia Saroff – che nega ciò che è avvenuto durante la dittatura. Sostengono che fu una guerra, ma in realtà si trattò di terrorismo di Stato. Javier Milei è d’accordo con gli ex militari della giunta, così come la vicepresidente Victoria Villarruel, figlia di un militare".

Le accuse contro Malatto

Secondo il sostituto procuratore Stefano Opilio, Carlos Luis Malatto, all'epoca tenente colonnello del Regimiento de Infantería de Montaña 22, non operava all'interno di un vero e proprio scenario bellico. "Lo stato di guerra era solo nella testa dei militari e non nella realtà. Lo status militare di Malatto è il presupposto della sua responsabilità, cioè della sua posizione nell'apparato repressivo", aveva affermato il pubblico ministero nel corso della precedente udienza preliminare.
I militari della dittatura di Jorge Rafael Videla si consideravano dunque in guerra, ma il cosiddetto "nemico interno" non era un esercito contrapposto: erano peronisti, socialisti, comunisti, oppositori politici e semplici cittadini sospettati di "sovversione".

Contro Malatto, secondo l'accusa, vi sono diversi elementi raccolti nel capo d'imputazione e riepilogati durante le precedenti udienze. Le testimonianze ricostruirebbero il suo ruolo nel Grupo de Tareas, un nucleo operativo speciale che faceva riferimento ai vertici militari.

"Le fonti testimoniali ci dicono che Malatto e Olivera (suo superiore nell'esercito, ndr) operavano apertamente, senza cautele identificative, come agenti della Gestapo, secondo la definizione che è stata riferita dal fratello di Carvajal (José Ángel Alberto Carvajal, una delle otto vittime oggetto del procedimento romano, ndr)", aveva dichiarato Opilio.
La decisione della giudice dell'udienza preliminare, Marisa Mosetti, sulla richiesta di rinvio a giudizio è attesa per il prossimo 9 dicembre.

"Noi e i nostri avvocati abbiamo piena fiducia nella giustizia italiana. Se Malatto verrà rinviato a giudizio, per noi sarebbe già una vittoria", dichiarano i familiari dei desaparecidos.