13 Gennaio 2026 Giudiziaria

Le novità “fasciste” sulla strage Borsellino: scontro sulle mancate indagini

di Fabrizio Gatti - Con il 2026 è cominciato il 34esimo anno di occultamento dell'agenda rossa - da parte di uno o più funzionari dello Stato, in servizio o in congedo - sulla quale il magistrato Paolo Borsellino scriveva i suoi appunti più riservati. Da allora, domenica 19 luglio 1992, giorno della strage di via D'Amelio a Palermo, nulla sappiamo sugli eventuali mandanti esterni che avrebbero affidato alla mafia siciliana l'attentato contro Borsellino e la sua scorta. Un attacco avvenuto poche settimane dopo l'altra strage, a Capaci, in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la loro scorta.

Allo stesso modo, niente conosciamo della regia superiore - occultata al pari dell'agenda rossa - che come stabiliscono le sentenze avrebbe poi guidato Arnaldo La Barbera, superpoliziotto a capo del gruppo di indagine Falcone-Borsellino, nel “più grande depistaggio della storia recente d'Italia”: cioè l'aver fatto condannare all'ergastolo, come si scoprirà dopo anni di ingiusta detenzione, persone che con la strage di via D'Amelio non c'entravano nulla.

Scontro tra giudice e pm su via D'Amelio

In un prossimo editoriale, vedremo come questa vicenda potrebbe legarsi al nostro voto sul referendum costituzionale per la riforma radicale della Giustizia, voluta dal governo di Giorgia Meloni, che dovremo presto approvare con il sì o bocciare con il no. Arnaldo La Barbera, più volte promosso tanto da diventare prefetto e commendatore della Repubblica, è morto nel 2002, prima che si scoprisse il depistaggio. E così per ragioni anagrafiche, anche i probabili occultatori dell'agenda di Paolo Borsellino e della regia del depistaggio, rimasti da allora nell'ombra, si avvicinano al loro ultimo giorno terreno. Non ci resta quindi molto tempo per accertare la verità dei fatti e istruire il processo ai presunti colpevoli. O almeno, provarci. Noi tutti cittadini, anche quanti quell'epoca l'abbiamo vissuta e subita, ci aspettiamo insomma che la magistratura - che ha il compito costituzionale dell'accertamento della verità - e con lei gli organi di polizia giudiziaria, non lascino nulla di intentato.

Ma non sempre è così. È sorprendente la decisione, in queste settimane, della Procura di Caltanissetta - nell'inchiesta sugli eventuali mandanti esterni della strage con cui sono stati assassinati Borsellino e la sua scorta - di opporsi agli atti di indagine “a sorpresa”, quindi estremamente riservati e urgenti, che sono stati ordinati il 19 dicembre 2025, il mese scorso, dal giudice per le indagini preliminari, Graziella Luparello.

La pista neofascista sulla strage di Capaci

Il giudice ha infatti respinto, per la seconda volta consecutiva, l'archiviazione dell'indagine chiesta dalla Procura: che a sua volta - invece di attenersi all'ordine del giudice - avrebbe omesso di eseguire gli atti a sorpresa e ha presentato ricorso in Cassazione. Motivo della clamorosa decisione, che nelle inchieste sulle stragi non ha precedenti a memoria di magistrati e avvocati, è una presunta abnormità nella decisione del Tribunale. Formula rara prevista per atti che violano la procedura o il codice penale.

Non si conosce cosa abbia ordinato il giudice di Caltanissetta: gli atti sono coperti dal segreto. Ma sappiamo, dalle carte finora depositate, che le indagini - per le quali la Procura aveva chiesto per ben due volte l'archiviazione, non essendo convinta degli indizi - avevano imboccato la pista dell'estrema destra fascista: una presenza a Capaci, e probabilmente anche dietro via D'Amelio, di nomi famosi del terrorismo nero come intermediari tra il livello superiore (politico, massonico?) e Cosa nostra, nell'organizzazione dei due attentati. Qualcosa di simile, almeno come schema generale, a quanto avvenuto durante la preparazione della strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Una svolta, in quelle indagini, maturata anche grazie all'ostinazione dei familiari delle vittime, che avevano ottenuto dal giudice la prosecuzione delle inchieste e la celebrazione del processo, opponendosi alle ultime richieste di archiviazione.

Sospesi gli atti urgenti: a rischio le indagini

Da quanto risulta dalle verifiche di Today.it, l'attività “a sorpresa” ordinata da Graziella Luparello “è stata sospesa” da parte del pubblico ministero, a causa della presentazione del ricorso in Cassazione. Una sospensione, tra l'altro, che va contro l'esigenza di estrema urgenza riscontrata dal giudice. Proprio per questa ragione Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato, attraverso il suo legale Fabio Repici ha trasmesso al procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, e al procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, una “diffida al Pm affinché compia gli atti di indagine ordinati dal Gip”, e al procuratore generale di Caltanissetta, Fabio D'Anna, una “diffida alla vigilanza sull'inerzia del Pm”.

“L'attesa inerte dell'eventuale decisione della Corte di cassazione sul ricorso della Procura di Caltanissetta - spiega l'avvocato di Salvatore Borsellino - farebbe scadere il termine, di certo non derogabile, di compimento delle indagini. Nel nostro ordinamento non esiste alcuna norma, che oltre che folle sarebbe incostituzionale, che sottragga l'attività di indagine del pubblico ministero al controllo giurisdizionale operato dal giudice per le indagini preliminari, rispetto al quale l'ordinanza che ordina ulteriori indagini è un caso scuola. Pertanto non esiste alcuna possibilità, secondo la legge, per cui la Procura della Repubblica possa omettere l'espletamento delle ulteriori indagini ordinate dal giudice”.

La diffida - cioè l'atto formale che avverte le Procure ordinaria, generale e antimafia sugli obblighi dei magistrati requirenti - conclude ravvisando che “l'eventuale inazione del pubblico ministero integrerebbe le fattispecie delittuose di cui agli articoli 328 e 378 del codice penale”, rifiuto e omissione di atti d'ufficio e favoreggiamento personale.

La battaglia di Salvatore Borsellino per la verità

Il sacrificio di Paolo Borsellino, e la battaglia del fratello Salvatore perché tutte le indagini - tutte - vengano condotte fino in fondo, al di là di chi avrà ragione sui cavilli tra giudice e Procura di Caltanissetta, meritano la nostra attenzione. E chiamano in causa la sensibilità del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, anche lui magistrato, e della premier Giorgia Meloni.

Una foto ritrae i vertici delle istituzioni, dalla presidente del Consiglio (prima a sinistra) al capo dello Stato, Sergio Mattarella. In mezzo a loro, la teca con la borsa bruciata di Paolo Borsellino, esposta come cimelio alla Camera il 30 giugno 2025. Uno Stato e un governo, che non hanno paura della verità, creano le condizioni affinché tutti i magistrati, giudicanti e requirenti, operino con pari diritti e soprattutto doveri. E perché nella teca trasparente della nostra Giustizia venga finalmente esposta l'agenda rossa: con tutti i segreti indicibili e i nomi di coloro che - fino a oggi, dopo 34 anni - continuano a occultarla. Fonte: Today.it