23 Febbraio 2026 Giudiziaria

L’omicidio del pusher a Rogoredo, il poliziotto arrestato è del messinese

È originario del Messinese il poliziotto arrestato nell’ambito delle indagini sull’omicidio del giovane marocchino avvenuto nei giorni scorsi a Rogoredo, quartiere della periferia sud-est di Milano.

Si tratta di Carmelo Cinturrino, 41 anni, nato e cresciuto ad Alì Terme, centro della riviera jonica in provincia di Messina.

La notizia dell'arresto si è rapidamente diffusa nel paese natale, dove la famiglia è conosciuta. In attesa che l’inchiesta chiarisca ogni aspetto della vicenda, nella comunità si registra sorpresa per il coinvolgimento del 41enne nel caso che ha scosso Milano.

CHI E'.

Un passato specchiato, senza ombre. Nessun provvedimento disciplinare, se non un vecchio guaio per un incidente stradale, mai un problema in commissariato. E anzi, numeri incredibili - «ho fatto quaranta arresti lì l'anno scorso», si vantava - e una leadership quasi naturale, a prescindere dalla qualifica e dalle mostrine sulla divisa. Ma forse era apparenza. Facciata dietro cui Carmelo Cinturrino nascondeva la sua seconda vita, secondo chi lo accusa. Quella da "Luca", il nome con cui i pusher e i tossici di Rogoredo hanno indicato l'assistente capo 42enne del commissariato Mecenate che questa mattina è stato fermato con l'accusa di omicidio volontario perché sospettato di aver ammazzato volontariamente il ventottenne Abderrahim Mansouri lo scorso 26 gennaio. Inscenando poi una storia completamente diversa e mettendo accanto al corpo del pusher, ancora agonizzante nell'erba del boschetto di via Impastato, una pistola giocattolo recuperata da un collega negli uffici di Mecenate. Proprio lì dove questa mattina alle 9 Cinturrino è stato arrestato dai colleghi della Mobile, mentre era nel parcheggio e stava andando al lavoro.

Da quel giorno, anche grazie al lavoro dei legali della famiglia Mansouri, Debora Piazza e Marco Romagnoli, le voci su Cinturrino hanno iniziato a rincorrersi sempre più velocemente. Diventando sempre più indicibili, sempre più distanti dall'immagine di investigatore di quartiere in grado di arrestare quaranta persone in dodici mesi. E così qualche tossico ha iniziato a raccontare delle ronde dell'assistente capo nel boschetto: «Ci chiedeva soldi e droga, anche nove euro in monetine». E qualcun altro, tra gli amici della vittima, ha cominciato a parlare di ricatti, pressioni. Quasi un "pizzo" sistematico. Duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno per permettere a Mansouri di spacciare tranquillamente.

Un rapporto dal quale pare il pusher volesse liberarsi tanto da essere ormai intenzionato a denunciare il poliziotto. Voci che andranno verificate e riscontate ma che oggi, con Cinturrino in carcere, assumono tutta un'altra luce. Come il racconto di una fonte - le cui parole sono in un'annotazione agli atti dell'inchiesta - che ha segnalato agli inquirenti che l'assistente capo 42enne avrebbe protetto due spacciatori italiani che lavoravano tranquillamente nel palazzo al Corvetto in cui Cinturrino vive con la compagna, che lì lavora come custode. In quello stabile, dove entrambi non si vedono più da giorni, tutti sanno delle bustine consegnate direttamente in casa - «Qui lo spaccio è all’ordine del giorno, fanno quello che vogliono e nessuno dice niente», raccontava ieri un inquilino - eppure pare che l'assistente capo non si sia mai accorto di nulla.

Nonostante il suo fiuto investigativo, nonostante quella carriera (quasi) immacolata che nel 2017 gli era valsa anche una lode da parte della sua amministrazione. Oggi di quell'immagine non resta quasi più nulla. E anzi gli investigatori stanno scavando nel passato del collega, da dove è saltato fuori un arresto decisamente al limite datato 7 maggio 2024 - in un video si vede Cinturrino prendere dei soldi dal telefono di presunto pusher, poi scagionato - che ha portato la Procura ad aprire un fascicolo per falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Una seconda inchiesta che ha sfiorato Cinturrino solo dopo quel 26 gennaio al boschetto, quando avrebbe dato l'allarme al 112 ventitrè minuti dopo lo sparo fatale per Mansouri, che era al telefono. E solo dopo aver chiesto all'agente D.P. di andare in commissariato a prendere uno zaino con all'interno quella finta arma giocattolo dentro, sequestrata chissà dove e chissà quando: questa la convinzione degli inquirenti.

Il sospetto, ormai certezza investigativa, è che gli altri agenti - in quattro sono accusati di omissione di soccorso e favoreggiamento - lo abbiano in qualche modo seguito proprio per il suo carisma. Poi però tutti lo hanno scaricato, iniziando a raccontare la verità, quando Carmelo è pian piano diventato "Luca". Non più soltanto per i disperati di Rogoredo.