5 Marzo 2026 Giudiziaria

«Vittima degli “abusi” poco credibile». Ecco perché don Marino è stato assolto

Durante il processo sono emerse diverse contraddizioni, i giudici le chiamano «aporie», tra quello che lei aveva raccontato sulla presunta violenza sessuale subita dal prete all’Istituto Cristo Re e le deposizioni dei testi ascoltati in aula. In sostanza era una ricostruzione dei fatti inverosimile.

Quel giorno “incriminato”, in quella stanza, la numero 119, in un corridoio molto frequentato, con le sottili pareti di cartongesso tra un ambiente e l’altro, qualcuno si sarebbe per forza di cose accorto che era successo qualcosa di strano. E invece nessuno vide o sentì nulla. A lei oltretutto era stata invece assegnata un’altra stanza, la numero 184, più appartata e vicina alla cucina. Nella 119 ci dormivano invece tre egiziani, con uno di loro la donna aveva una relazione: era il teste-chiave che lei aveva chiamato in causa, il quale però ascoltato in aula non ha confermato la sua ricostruzione.

Sempre lei aveva completamente taciuto dei forti rimproveri subiti dal sacerdote per il suo comportamento nella struttura di Cristo Re, al quale aveva oltretutto chiesto la somma di duemila euro per contrarre un matrimonio di convenienza e ottenere la cittadinanza italiana. E al suo ovvio rifiuto aveva giurato di «fargliela pagare».

Nelle tredici pagine di motivazioni depositate dai giudici ci sono tutti i perché dell’assoluzione di don Claudio Marino, il sacerdote rogazionista che per lungo tempo ha diretto la struttura di accoglienza per stranieri e disagiati di “Cristo Re” ed è finito sotto processo per violenza sessuale dopo le accuse di una migrante tunisina, ospite per qualche tempo della struttura nell’estate del 2022.

Accusa dalla quale don Marino è stato assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”, al termine di un processo che ha visto sfilare una serie di testimoni. La richiesta dell’accusa era stata invece per lui di quattro anni di reclusione. Hanno avuto ragione i legali del sacerdote, gli avvocati Salvatore Silvestro e Delia Urbani: da subito avevano bollato le dichiarazioni della tunisina come «calunnie».

Era tutto molto confuso e artefatto nella ricostruzione della vittima, spiegano i giudici nelle motivazioni, in un “narrato” pieno di contraddizioni nelle parti-chiave: «… tuttavia nel corso dell’istruttoria, a seguito dell’assunzione delle ulteriori prove, emergevano diverse aporie tra il narrato della persona offesa e quello dei numerosi testi escussi».

Un altro aspetto trattato dai giudici: «… la persona offesa riferiva che la violenza era accaduta una mattina in cui l’istituto era vuoto, poiché faceva molto caldo e tutti erano al mare. Tuttavia, secondo quanto riferito dai testi, il corridoio del primo piano era sempre molto frequentato, anche in ragione del fatto che nell’ufficio di … venivano registrate le firme per l’Uepe, col quale l’istituto era convenzionato, e vi si recavano i volontari della mensa».

E poi un altro aspetto-chiave trattato dai giudici: «… sempre secondo il narrato della persona offesa, il giorno della violenza ella si era subito confidata con … (l’egiziano con il quale aveva una relazione, n.d.r.), che l’aveva ascoltata ed anche distolta dal pensiero di un gesto estremo. Tuttavia, sul punto, il teste …, escusso in dibattimento, ha negato tali circostanze, smentendo le dichiarazioni della donna. Lo stesso ha riferito che la persona offesa era andata via da Messina poiché non aveva trovato lavoro e dopo circa un anno dalla partenza, si era fatta nuovamente viva per telefono, riferendogli – solo in tale occasione -, di aver subito violenza».