Cuzzocrea e il “caso rimborsi”. La Procura chiude l’inchiesta
L’inchiesta sul “caso rimborsi” all’Università che ha travolto l’ex rettore Salvatore Cuzzocrea è al punto di svolta. La Procura diretta da Antonio D’Amato ha infatti chiuso le indagini preliminari mettendo a fuoco le ipotesi di reato che coinvolgono il docente e gli altri tre indagati dell’inchiesta: Leonarda Urzì, segretaria amministrativa del dipartimento di ChiBioFarAm fino al 2022; Antonino Santino Zagami, segretario amministrativo dal 2022 e il 2023; e infine il prof. Sebastiano Campagna, direttore del dipartimento dal 2019 al 2023. Prima della richiesta di rinvio a giudizio o di un’altra scelta procedurale che effettuerà la Procura, si apre adesso per gli indagati la fase dedicata alle valutazioni difensive, con la possibilità per esempio per gli indagati di essere nuovamente ascoltati, presentare memorie o altri atti ritenuti utili. Ma questa è una valutazione che sarà fatta dai difensori dei quattro indagati, che sono gli avvocati Giorgio Perroni ed Elena Florio per Cuzzocrea, Gualtiero e Floriana Cannavò per Urzì, Lillo Cammaroto per Zagami, Alberto Gullino per Campagna.
Il quadro delle contestazioni accusatorie messe a punto dalla procuratrice aggiunta Rosa Raffa e dalla pm Roberta La Speme, che hanno sviluppato le indagini della Guardia di finanza, è definito su più punti. A Cuzzocrea e agli altri tre viene contestato come prima cosa il peculato in concorso per i rimborsi dei progetti di ricerca sul duplice profilo: all’ex rettore come “richiedente”, agli altri tre come “mancati controllori”, per un totale di un milione e 610mila euro «a titolo di rimborso per spese non sostenute».
I progetti di ricerca contestati che ha messo in fila la Procura dopo la chiusura delle indagini preliminari sono 18. Il meccanismo è spiegato nel capo d’imputazione: «... mediante la presentazione di fatture materialmente falsificate, chiedendo più volte il rimborso della medesima fattura, gonfiando l’importo delle spese di missione, presentando scontrini falsi o per spese personali e, comunque, non inerenti al progetto ovvero allegando titoli di spesa apparentemente sostenute dai ricercatori». Nelle spese personali sono comprese quelle che Cuzzocrea sosteneva andando in giro per l’Italia per i concorsi ippici e per il maneggio che possiede a Viagrande, nel Catanese. La seconda contestazione, formulata sempre a tutti e quattro gli indagati, è quella in concorso di falso del pubblico ufficiale in atto pubblico perché, l’ex rettore come “privato istigatore” e gli altri tre come pubblici ufficiali del dipartimento universitario, vistando i documenti, «... attestavano falsamente nei mandati di pagamento relativi ai progetti di ricerca... l’anticipazione delle spese da parte del Cuzzocrea».
C’è poi nell’atto ex art. 415 bis c.c.p. un altro fatto. Al solo Cuzzocrea i pm contestano il furto aggravato per un episodio del 9 aprile del 2024. Perché? Lo spiega il capo d’imputazione: «... emettendo un’autorizzazione al trasporto e quindi inducendo in errore il titolare di una ditta di trasporti, sulla disponibilità di una quantità imprecisata di basolato lavico di proprietà dell’Università di Messina e depositato all’interno dell’area universitaria “Polo Annunziata”, al fine di trarne profitto, si impossessava del suddetto basolato facendolo trasportare presso la sede della Divaga Società Agricola srl, di cui il Cuzzocrea detiene l’80% delle quote». È il maneggio di Viagrande, nel Catanese.