Mafie e informazione: il giornalismo investigativo sotto assedio. Fabio Repici: ”Alla Commissione Antimafia di Chiara Colosimo viene consegnato uno spartito da recitare”
di Giuseppe Cirillo - Querele temerarie e libertà di informazione sempre più sotto pressione, insieme a un lento e progressivo silenzio mediatico sulle mafie. Sono stati alcuni dei temi affrontati nella giornata di ieri all’Auditorium dell’Università Bicocca di Milano.
“Mafie e informazione - La libertà di pensiero è sotto assedio” è stato il titolo dell’incontro che ha fatto da cornice a interventi incisivi, come quelli di Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento delle Agende Rosse e fratello del giudice Paolo Borsellino, del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio e di altri nomi noti come gli avvocati Fabio Repici e Luigi Li Gotti.
Sotto la lente il rapporto tra giornalismo, potere e criminalità organizzata, insieme alle analisi del giornalista di Report Giorgio Mottola, di Francesco Cancellato di Fanpage.it e di Alberto Nerazzini, anche lui noto giornalista investigativo e regista.
“Non ho niente contro le istituzioni”, ha precisato un sempre forte e vitale Salvatore Borsellino che, nonostante il peso di una salute cagionata, non ha rinunciato a esprimere parole di ringraziamento verso il pubblico presente. Lo ha fatto spiegando anche il proprio stupore quando gli è stato chiesto di intervenire per “un saluto istituzionale”, lui che spesso prova disagio verso “persone che dovrebbero rappresentarci e invece non fanno il loro dovere”.
Il fratello del magistrato assassinato il 19 luglio 1992 in via d’Amelio ha poi rivolto un appello ai giovani. Li ha esortati a tornare protagonisti della vita politica e civile del Paese: “Dovete riprendere in mano la politica, vi dovete in ogni maniera ribellare. È necessaria una rivoluzione culturale. Ribellatevi - ha aggiunto - ribellatevi”, davanti a un Paese che non ha remore nell’utilizzare le querele temerarie come strumento di intimidazione per mettere a tacere le voci scomode. Un Paese che troppo spesso ha vissuto eventi drammatici e apparentemente inspiegabili. È proprio per questo motivo che Borsellino ha ripercorso le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto personalmente, tra cui le querele ricevute dopo le sue dichiarazioni sull’agenda rossa del fratello Paolo, scomparsa dopo la strage di via d’Amelio. “L’agenda di mio fratello - ha detto - è stata nelle mani dei servizi”. Una convinzione che ha ribadito pubblicamente, spiegando di essere pronto a ripeterla altre “cento volte”. Così come sarebbe disposto a parlare altre cento volte del motivo per cui, “a 34 anni di distanza, ancora non c’è stato un processo nel quale si sia parlato della sottrazione di questa agenda rossa”.
Del rapporto tra mafia, politica e informazione ne parla anche Marco Travaglio che, in collegamento da remoto, attraverso un’analisi sempre chiara, precisa e puntuale, ha spiegato come negli ultimi anni la narrazione giornalistica sulle mafie sia cambiata in maniera profonda e radicale. Semplicemente perché “non se ne parla più”.
Si parla parecchio, in maniera quasi morbosa, dei casi di cronaca nera. “Se andiamo per strada e chiediamo a qualcuno notizie su Garlasco, sanno tutto. Se gli chiediamo qualcosa della trattativa Stato-mafia, ci guardano e dicono: di che stai parlando?”.
Eppure, il rapporto tra mafie e politica continua a incidere profondamente e direttamente sulla vita democratica del Paese. Tutto questo mentre l’attuale sistema informativo è sempre più subordinato ai poteri economici e politici: “L’informazione mainstream in Italia è sempre più asservita al potere politico ed economico”, ha precisato Travaglio. Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, siamo in balia di un sistema informativo che “si autocensura”. E aggiunge: “Tutti sanno quello che non devono scrivere e quello che, invece, devono scrivere ancora prima che qualcuno gli telefoni per dirglielo. Prevengono gli ordini che infatti non arrivano più”. Insomma, “i giornalisti sanno esattamente quanto è lungo il loro guinzaglio”. Ma per quelli che si ostinano a rimanere giornalisti ribelli arrivano le querele temerarie. Un problema ormai consolidato, al punto che il direttore del Fatto Quotidiano ha voluto fare una precisazione tra il diritto legittimo di difendersi da accuse false e l’utilizzo delle cause civili come strumento di pressione contro il giornalismo d’inchiesta. “Queste querele vengono fatte soltanto per spaventare il giornalista”, ha affermato.
Motivo per il quale Travaglio ha pure avanzato qualche soluzione per arginare un problema sistemico che rischia di minare le fondamenta della democrazia, come l’introduzione di una cauzione obbligatoria per chi avanza richieste milionarie di risarcimento: “Tu mi chiedi 300 mila euro? Perfetto. Metti lì una cauzione della metà”.
Di pressioni, a volte palesi, altre volte un pò meno, ne sa qualcosa anche il direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato, protagonista suo malgrado della nota vicenda legata a “Paragon”, il software militare utilizzato per spiare giornalisti e attivisti.
Una vicenda preoccupante, ma anche imbarazzante per il governo, che dovrebbe tutelare la libera informazione e la sua indipendenza. Una storia fatta invece di “bugie, omissioni e silenzi”, tra versioni contraddittorie, anomalie investigative e tracce forensi che, secondo una perizia della Procura, sarebbero riconducibili proprio al sistema di sorveglianza usato dai servizi segreti italiani. “Il messaggio che ti arriva da questa vicenda - ha spiegato Cancellato - è molto chiaro: se non facevi il giornalista in quel modo, probabilmente non eri spiato”. Un meccanismo pericoloso, che rischia di produrre autocensura non solo nei giornalisti, ma anche nelle persone che stanno loro accanto, trasformando chi fa inchieste in un “problema” persino per amici e familiari.
Le querele, la Commissione Antimafia e la “riscrittura” delle stragi
Un preoccupante avvertimento è arrivato anche dagli interventi di Luigi Li Gotti e Fabio Repici, due avvocati da anni impegnati in vicende giudiziarie legate a mafia, stragi e rapporti tra criminalità organizzata e apparati deviati dello Stato. Li Gotti, ex parlamentare e storico penalista, che ha seguito processi estremamente delicati su Cosa Nostra, terrorismo e stragi, è noto per il suo impegno nella difesa dei diritti costituzionali e della libertà di stampa. Repici, invece, segue da tempo casi simbolo della storia italiana, tra depistaggi, omicidi e processi legati alla stagione stragista degli anni Novanta. Soprattutto sui temi dei depistaggi, della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e di quelle che sono le responsabilità esterne a Cosa Nostra nella stagione delle stragi.
Ma è per restare in tema di querele che Li Gotti ha ricordato la vicenda legata al giornalista Saverio Lodato, che nel corso della sua lunga carriera ha scritto numerosi libri-inchiesta, spiegando le connessioni tra Cosa Nostra, poteri istituzionali e depistaggi. Lodato, come ha ricordato Li Gotti, è stato querelato dalla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo dopo alcune dichiarazioni rilasciate durante la trasmissione “Otto e Mezzo”. Attraverso la trasmissione di La7, Lodato aveva ricordato fatti già pubblicati dalla stampa, tra cui le fotografie che ritraevano Colosimo insieme all’ex terrorista nero Luigi Ciavardini, condannato in via definitiva per la strage di Bologna. Ma tanto è bastato per essere querelato. “Saverio Lodato aveva riferito cose che erano già scritte sui giornali da tempo”, ha spiegato Li Gotti. “Però si decide di presentare una querela nei suoi confronti. Perché? Per mettere a tacere una voce scomoda”.
Sempre Li Gotti ha poi criticato duramente la gestione degli atti processuali e degli interrogatori. In particolare, le modalità con cui sarebbe stata ascoltata Colosimo. “La Colosimo viene sentita con presente il suo avvocato. Una cosa che non è possibile per un testimone”, ha dichiarato, definendo “surreale” il verbale dell’audizione. In pratica, l’avvocato Li Gotti non punta il dito soltanto contro il merito della querela, ma anche contro il modo in cui sarebbe stata gestita sotto il profilo procedurale. Lodato sarebbe stato interrogato dalla polizia giudiziaria senza conoscere pienamente il contenuto della querela, mentre Chiara Colosimo sarebbe stata ascoltata direttamente dal pubblico ministero con modalità privilegiate rispetto a quelle di Lodato.
Le critiche non sono mancate nemmeno sulla gestione della Commissione Antimafia, con la scelta di concentrare l’attenzione esclusivamente sulla strage di via d’Amelio, isolandola però dal quadro complessivo degli attentati mafiosi che tra il 1992 e il 1994 hanno colpito il Paese. “La strage di via d’Amelio non può essere letta o interpretata separatamente dalle stragi di Capaci e dalle stragi nel continente”, ha affermato. Stiamo parlando, infatti, di “un periodo di attacco allo Stato violentissimo” che andrebbe analizzato nel suo insieme, fino al fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma del 1994.
Motivo per il quale restringere il campo di analisi esclusivamente a via d’Amelio rischierebbe di eliminare dal dibattito il contesto politico, istituzionale e criminale che avrebbe avuto un ruolo cruciale durante i tragici eventi di quegli anni. Da qui anche la critica di Li Gotti alla scelta di escludere figure che hanno una conoscenza profonda di quelle vicende, come l’ex magistrato Roberto Scarpinato, definito appunto da Li Gotti “un profondo conoscitore di fatti di mafia e di stragi”.
Non è da meno l’intervento dell’avvocato Fabio Repici, che ha parlato apertamente del tentativo di “riscrivere la storia” delle stragi italiane.
“Vedo quello che accade non solo nella Commissione Antimafia, ma anche quello che viene fornito alla Commissione Antimafia come spartito da recitare per la riscrittura della storia di questo Paese”, ha precisato Repici. Circostanza che, tra le altre cose, sta contribuendo a rimuovere progressivamente dal dibattito pubblico la strage di via d’Amelio e i suoi punti più delicati.
In particolare, Repici ha sottolineato quanto si parli sempre meno del ruolo del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano, considerato una figura chiave della stagione stragista. “Di quel nome non si parla”, ha detto Repici. Evidentemente, “non compare nello spartito assegnato a Chiara Colosimo”.
La conclusione finale è facile da intuire e sicuramente ovvia: il punto centrale sarebbe evitare che emerga il coinvolgimento di apparati istituzionali nella stagione delle stragi. “Bisogna evitare anche il solo pericolo che si possa ipotizzare che insieme a Cosa Nostra la strage di via d’Amelio sia stata compiuta anche da altri”, ha detto Repici, parlando apertamente di “pezzi deviati dello Stato”, con apparati di polizia e servizi segreti, anche loro deviati. “Si cerca persino di occultare le prove visive”, ha proseguito Fabio Repici, riferendosi ai filmati della borsa del magistrato dopo l’esplosione. “A imbottire la Fiat 126 la sera prima della strage di via d’Amelio, a supervisionare quell’azione - ha puntualizzato - c’era un uomo che non era di Cosa Nostra”.
Giorgio Mottola: “Il giornalismo investigativo è diventato un nemico politico”
A chiudere l’incontro è stato soprattutto l’intervento del giornalista di Report Giorgio Mottola, che ha tracciato un quadro duro, allarmante, dello stato attuale del giornalismo investigativo italiano. E non soltanto per le querele temerarie o per le pressioni provenienti dalla politica, ma per un cambiamento culturale molto più profondo, che starebbe trasformando il giornalista d’inchiesta in un vero e proprio “nemico politico”.
“La querela imbriglia, ma non riesce a imbrigliare tutti”, ha spiegato, raccontando di aver imparato ormai a lavorare “scrivendo già da imputato”, costruendo ogni inchiesta pensando preventivamente a come difendersi in tribunale. Ma il vero salto di qualità, ha aggiunto Mottola, sarebbe avvenuto quando il potere ha smesso di contestare il contenuto delle inchieste per colpire direttamente il giornalista che le realizza. “Non si risponde più sul merito, si risponde sul giornalista e sul giornale”. E ancora: “Il tema non è più se ciò che è stato detto è vero, falso, documentato. Il tema è: chi l’ha detto? Perché stai parlando di me? Perché ti occupi di me e non di qualcun altro?”. Un meccanismo che, secondo il giornalista di Report, punta a delegittimare il giornalismo investigativo fino a farlo apparire come “un atto quasi eversivo”.
Le cose non vanno meglio neppure sul tema delle mafie moderne e della quasi totale disattenzione nei loro confronti. Sempre più spesso assistiamo a una sorta di spettacolarizzazione velata dei fenomeni criminali. Questo, nonostante ci sia stata un’evoluzione pericolosa delle mafie. L’inchiesta “Hydra”, ad esempio. Quella legata ai rapporti tra organizzazioni mafiose, imprenditoria e politica in Lombardia. “Prima nei manuali di sociologia criminale si parlava di triangolo: mafioso, imprenditore, politico. Oggi il triangolo è diventato un cerchio. È tutto esattamente nella stessa figura”.
Proprio queste storie farebbero sempre più fatica ad emergere. “Ormai siamo in grado di parlare di mafia soltanto dal punto di vista emergenziale”, ha osservato Mottola. “Hydra non interessa perché non si ammazza, perché non si spara, perché non c’è quella mafia sottoproletaria che vogliamo vedere. Ma nel momento in cui c’è qualcosa di più complesso, tutto scompare completamente”.