10 Giugno 2026 Giudiziaria

Dnaa, se per diventare aggiunto il cybercrime vale più dell’antimafia… Per la scelta del vice di Giovanni Melillo ci sono da una parte Sebastiano Ardita e dall’altra Eugenio Fusco

L'esperienza antimafia vale meno della competenza in materia di cybercrime per diventare procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo? È il quesito che emerge dalle proposte approdate al plenum del Csm per la scelta del vice di Giovanni Melillo. Da una parte Sebastiano Ardita, magistrato con oltre quindici anni di attività nella lotta alla criminalità organizzata, esperienza semidirettiva maturata in uffici di prima linea e un curriculum arricchito da incarichi di rilievo al Dap e al Csm. Dall'altra Eugenio Fusco, procuratore aggiunto a Milano, che negli ultimi anni ha sviluppato una riconosciuta specializzazione nel contrasto ai reati informatici e alla criminalità economica. Si tratta di due candidature di alto profilo. Il punto, tuttavia, non riguarda i nomi, ma i criteri. Perché il Testo Unico sulla dirigenza giudiziaria sembra attribuire una particolare rilevanza proprio all'esperienza maturata nel contrasto alla criminalità organizzata, mentre la proposta a favore di Fusco valorizza soprattutto competenze che riflettono l’evoluzione delle funzioni della Dnaa.

Nella relazione di minoranza, sostenuta dal consigliere Maurizio Carbone (Area), assume infatti un ruolo centrale l’attività svolta da Fusco nel coordinamento del Dipartimento Frodi, tutela del consumatore e cybercrime della procura di Milano, nonché la collaborazione nella direzione della sezione distrettuale antiterrorismo e reati informatici. Un percorso professionale che si intreccia con la crescente attenzione che la Direzione nazionale dedica alla sicurezza cibernetica, settore che, secondo quanto evidenziato dallo stesso Melillo in audizione, occupa ormai una quota significativa dell'attività di coordinamento dell'ufficio. «La Dnaa è oggi chiamata a operare in un quadro profondamente mutato - ha dichiarato infatti il procuratore nazionale -, nel quale mafia e terrorismo non esauriscono più l’orizzonte funzionale dell’ufficio, assumendo invece rilievo centrale la sicurezza cibernetica e, da ultimo, anche il settore delle violazioni delle misure restrittive dell’Unione Europea». Insomma, una Dnaa dalla veste completamente nuova, se l’antimafia non rappresenta più l’orizzonte primario. Il procuratore nazionale ha sottolineato inoltre che gli esperti di cybercrime sono «professionalità ancora rare nel sistema del pubblico ministero e che tali nuove materie impongono l’ampliamento e la diversificazione del know how richiesto ai magistrati della Dna». Un’urgenza che era già parsa chiara al momento della scelta dei sostituti, quando il pm Eugenio Albamonte prevalse sul collega Stefano Lucianiproprio in virtù della sua esperienza con il cybercrime. Tant’è che il Csm si è impegnato a modificare i criteri di selezione dei sostituti proprio in tal senso.

Lo stesso Melillo «ha quindi segnalato la necessità di poter contare, nell’ufficio, su apporti professionali capaci di governare tecniche investigative proprie dei reati societari, finanziari e della criminalità economica, reputandole oggi essenziali rispetto alle finalità istituzionali della Direzione nazionale». La conclusione, per Carbone, è una sola: il Consiglio «non può restare indifferente» di fronte alle parole del procuratore nazionale, sebbene - ammette - «in forza al decreto legge 18 febbraio 2015 n. 7, convertito nella legge 17 aprile 2015 n. 43, la scelta dei Procuratori aggiunti presso la Dnaa non costituisca più una prerogativa del Pna». Tradotto, la scelta spetta al Csm, che si è dato delle regole che dicono altro. Ed è per questo che Carbone va oltre, affermando che la trasformazione tecnologica delle condotte criminali rende «la cybersecurity un settore strategico dell’azione istituzionale della Dnaa, destinato ad assumere un peso crescente nell’attività dell’Ufficio, che deve quindi poter contare sul massimo livello possibile di professionalità in tale specifica materia». Materia rispetto alla quale Fusco «esprime una peculiare e attuale attitudine».

Sarà forse il caso, dunque, che le regole di selezione per la Dnaa cambino. Al momento, però, stando alle relazioni e ai voti in Commissione, il profilo di Ardita (relatore il laico Felice Giuffrè) dovrebbe essere quello più titolato, avendo dedicato anni alla trattazione di procedimenti in materia di criminalità organizzata, coordinato storiche maxi-inchieste e maxiprocessi di mafia nei distretti di Catania e Messina e con sul curriculum un lungo e fruttuoso esercizio di funzioni semidirettive come aggiunto a Messina (oltre 5 anni) e a Catania, con eccellenti risultati e profonde innovazioni organizzative, come l’ideazione dell’Ufficio definizione affari semplici. Un curriculum arricchito dall’esperienza al Csm e come Direttore generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap tra il 2001 e il 2011, titoli che integrano pienamente gli indicatori attitudinali principali e sussidiari del Testo Unico. Fusco, dal canto suo, vanta la “sola” esperienza di aggiunto a Milano per oltre 7 anni, dimostrando eccezionali doti organizzative nella gestione di dipartimenti ad elevato tecnicismo, oltre a un anno di reggenza di fatto della procura di Busto Arsizio.

La discussione di mercoledì in plenum si preannuncia infuocata. Fonti di Palazzo Bachelet spiegano che la prevalenza di Ardita parrebbe indiscutibile nei numeri. Eppure la Commissione si è spaccata, partorendo una proposta di minoranza che molti leggono come un’anomalia, specie perché contrasta con quel Testo Unico sulle nomine fortemente voluto proprio da Area e Magistratura indipendente per ridurre la discrezionalità del Consiglio. Non sarà un caso, dunque, se Md e Unicost - che avevano lottato per regole più rigide in relazione alle nomine - in Commissione si sono astenute. Una cosa è certa: la geopolitica delle correnti è tutt’altro che pacificata.