16 Giugno 2026 Giudiziaria

Il duplice omicidio Vecchio-Rovetta, la rivendicazione anonima che conduce a Brescia e trasmessa dalla procura di Messina. A luglio inizia il processo che vede come imputato anche il messinese Vincenzo Vinciullo

di Laura Distefano - C’è stata una seconda rivendicazione del duplice delitto di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio. I due manager delle Acciaierie Megara furono ammazzati alla zona industriale etnea il 31 ottobre 1990. Freddati senza pietà da un commando armato rimasto senza nomi. Un volto, un mandante finalmente c’è: anche se al momento è un’ipotesi giudiziaria che dovrà passare al vaglio di tre gradi di giudizio. A ordinare l’agguato sarebbe stato - secondo la procura generale di Catania che ha avocato le indagini - Aldo Ercolano.

Il boss di Cosa Nostra avrebbe tappato la bocca ai due imprenditori poiché si sarebbero rifiutati di pagare una tangente di un miliardo. Una richiesta che sarebbe stata negoziata dal messinese, ormai ottantenne, Vincenzo Vinciullo. Un personaggio alquanto controverso che è addirittura citato nei pizzini del defunto Bernardo Provenzano. E le indagini sul cold-case, infatti, aprono piste che portano direttamente a Palermo (sono imputati personaggi della mafia di Bagheria) ma anche fuori dalla Sicilia. Direttamente a Brescia.

Mentre si è in attesa di aprire il processo contro il padrino catanese - l’unico della famiglia di sangue dei Santapaola-Ercolano a non essere al 41bis - spuntano dall’imponente fascicolo atti che per anni sono rimasti nel cassetto. Oltre alla rivendicazione della Falange Armata ce n’è stata un’altra anonima.

In una nota, trasmessa dalla procura di Messina a Catania nel 2023, c’è la foto di un foglio a righe con la data dell’8 novembre 1990 dove è vergato questo messaggio: «La pista Rovetta di Catania è collegabile con quella delle armi sequestrate sulla corriera Sicilia-Germania che partiva da Mirabella Imbaccari e con gli uomini che ci stanno intorno».

La missiva è stata spedita cinque giorni dopo l’uccisione per mano mafiosa dei due dirigenti delle Acciaierie Megara. L’indicazione è chiaramente collegata agli arresti eseguiti trentasei anni fa: i carabinieri fermarono cinque persone a Mirabella Imbaccari per traffico di armi fra la Sicilia e la Germania. Erano cinque autisti di una società di autobus che si occupava dei collegamenti fra l’isola e Berlino. La rivendicazione anonima è stata imbucata il 5 novembre 1990 da Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Un ulteriore tassello che porta ad Aldo Ercolano. Il boss catanese, infatti, è stato catturato proprio a Desenzano del Garda il 27 marzo 1994 mentre soggiornava all’Hotel Lido International. Non va dimenticato, inoltre, che l’Avimec - l’azienda di famiglia fondata dal padre Pippo Ercolano - effettuava i trasporti per le Acciaierie Megara e quindi per le aziende bresciane. Insomma quella parte di Lombardia sarebbe stata considerata dal latitante catanese un territorio «sicuro e familiare».

Ma la rivendicazione anonima sull’agguato alla zona industriale di Catania conduce a Brescia anche per motivi puramente societari. Gli investigatori annotano infatti che Alessandro Rovetta, quando fu ucciso, non era solo formalmente il consigliere delegato delle Acciaierie Megara, ma rappresentava di fatto l’espressione in Sicilia dei “soci bresciani”, proprietari del terreno dell’ex Acciaieria Afem di Campofelice di Roccella nel Palermitano.

I soci bresciani (che sono stati sentiti anche recentemente dalla Pg di Catania) decisero nel giro di pochissimi mesi dal duplice delitto di avviare ufficialmente la vendita del terreno (di Campofelice) e di elargire la somma in contanti di un miliardo delle vecchie lire alla mafia. Fonte: La Sicilia