Giochi di potere per la Dna contro Sebastiano Ardita
Dietro la nomina del procuratore nazionale antimafia aggiunto, il “vice” di Giovanni Melillo alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna), è in corso una partita politica che va oltre i cavilli.
Non c'è bisogno di leggere le valutazioni della Quinta Commissione (competente sulle nomine ai vertici degli uffici) per capire cosa sta avvenendo.
Quando lo scorso 11 giugno il Plenum ha rimandato indietro la pratica che aveva proposto Sebastiano Ardita (procuratore aggiunto a Catania con oltre 15 anni di esperienza antimafia, già Direttore dell’Ufficio Detenuti al Dap e successivamente consigliere togato al Csm), ed Eugenio Fusco, ex aggiunto a Milano dove per un anno ha coordinato il pool “antiterrorismo e reati cyber”, era già evidente il gioco del palazzo.
Ovvero evitare a qualsiasi costo che Sebastiano Ardita, visto come una figura troppo indipendente e "vicina" ad altre figure "scomode" come il magistrato Nino Di Matteo, possa arrivare in via Giulia.
Sin dal primo momento il Procuratore capo Melillo aveva tentato di condizionare il plenum segnalando la necessità impellente di immettere nell’ufficio profili specializzati nel cybercrime e nei reati finanziari.
Una figura come quella di Fusco, per l'appunto.
Tuttavia, di fronte al curriculum di Ardita quell'indicazione non era sufficiente.
Per stoppare il magistrato catanese era necessario qualcos'altro. Così si è arrivati al cavillo burocratico trovato quando Franca Maria Rita Imbergamo, sostituta procuratrice alla Dna, in una lettera inviata a palazzo Bachelet aveva contestato la mancata valorizzazione della sua candidatura, appellandosi all'articolo 24 del Testo Unico sulla dirigenza, la norma che regola i vertici dell’antimafia.
Con la pratica che è tornata in Commissione gli equilibri sono cambiati ulteriormente. Ardita ha ottenuto gli stessi tre voti della prima tornata: quelli dei “laici” Felice Giuffrè ed Enrico Aimi, eletti in quota centrodestra, e del togato Eligio Paolini, della corrente conservatrice di Magistratura indipendente.
Ed è qui che i tre membri togati della "Quinta" si sono riposizionati con Maurizio Carbone (quota Area) che ha puntato su Imbergamo dopo aver precedentemente votato Fusco, e con Marco Bisogni di UniCost e Mimma Miele di Magistratura democratica, al primo giro astenuti.
In attesa del nuovo plenum, dove saranno decisivi i voti dei togati indipendenti, dei laici di centrosinistra e dei vertici della Corte di Cassazione, membri di diritto del Csm, ci sono altre considerazioni da fare.
Articoli, commi, "cavilli"
La circolare interna del Testo Unico sulla dirigenza all'articolo 24 (come interpretata da una recente sentenza del Consiglio di Stato), al primo comma prevede che, per l’incarico di procuratore aggiunto della Dna, la differenza di durata nelle esperienze maturate presso la Dna, nelle Dda e nelle funzioni di coordinamento nazionale assuma “valenza selettiva” quando supera i sei anni. Chi appoggia la Imbergamo (vicina ad Unicost) fa notare che, avendo preso possesso dell’ufficio nel 2012, la stessa vanterebbe oltre 14 anni di anzianità specifica in via Giulia. Tuttavia, come evidenziato dal laico Felice Giuffrè (FdI), presidente della Quinta Commissione nonché relatore della candidatura di Ardita, il ricorso era infondato perché Imbergamo non vanta il differenziale selettivo di almeno sei anni rispetto ad Ardita. Il punto controverso riguarda però quali esperienze possano essere effettivamente conteggiate. I sostenitori di Ardita contestano che l’esperienza maturata da Imbergamo presso la Procura generale possa rientrare integralmente tra quelle rilevanti ai fini del primo comma. Se così fosse, il differenziale superiore ai sei anni potrebbe ridursi o venire meno. Resta inoltre aperta un’altra questione: se il superamento della soglia dei sei anni abbia una vera efficacia selettiva oppure debba comunque essere inserito nella valutazione complessiva dei curricula prevista dai commi successivi dell’articolo 24. Ed è chiaro che il dibattito al plenum sarà incentrato su questi elementi.
La verità politica
Detto del "cavillo" va analizzata la questione politica che si muove dietro la nomina del vice capo alla Dna. Nel precedente dibattito in plenum, Paolini (così come l'intero gruppo di Magistratura indipendente) aveva chiesto di chiarire le ragioni del ritorno della pratica in Commissione: "Evidentemente - aveva detto - non è per l’applicazione del Testo unico".
Anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, aveva preso con forza posizione sul tentativo di escludere Ardita. "L'autogoverno - aveva denunciato - specialmente dopo il referendum nel quale tutti ci siamo impegnati a respingere la riforma della politica, deve, ancor più di prima, adoperarsi per essere realmente credibile. La vicenda della nomina del Procuratore aggiunto della DNA presenta aspetti che lasciano senza parole. Prima le lungaggini, poi il tentativo di far prevalere l'esperienza di cybercrime su quella antimafia, adesso il ritorno in Commissione con argomenti del tutto strumentali, se non paradossali, prospettati con voce incerta da componenti del CSM, alcuni facenti parte della stessa commissione e che, quindi, avrebbero potuto rilevarli in quella sede. L'autogoverno elettivo, quello che abbiamo difeso dalla riforma, si nutre della fiducia dei magistrati; non può tollerare neppure il lontano sospetto che vi sia il tentativo di escludere dal ruolo di Procuratore aggiunto della DNA il collega Sebastiano Ardita, perché le sue idee, la sua forte personalità o la non appartenenza a correnti, non lo rendono gradito al sistema, a dispetto di quanto imporrebbe la legge, il testo unico ed una serena valutazione del suo profilo".
Anche alla luce di questi fatti non è un segreto che la pratica sia considerata politicamente delicatissima, arrivando a interessare anche i massimi livelli istituzionali.
E' chiaro che un’eventuale nomina di Ardita influirebbe anche sulle dinamiche interne alla Dna, dove recentemente alcuni pm, su tutti proprio Nino Di Matteo, hanno contestato al procuratore capo Melillo, la gestione delle indagini sulle stragi del 1992-1993, in particolare il fatto che Caltanissetta sia stata tenuta per oltre un anno lontana dal confronto con altre procure impegnate sulle stragi, come quella di Firenze.
Va detto che tale critica sarebbe stata fatta anche dalla Imbergamo, ma è evidente che la vicinanza tra Ardita e Di Matteo non è vista di buon occhio dal vertice della Dna.
Un'ansia che viene condivisa anche da questo governo che da tempo è impegnato a riscrivere la storia delle stragi.
A chi sostiene che Ardita avrebbe l'appoggio della maggioranza va ricordato che allo scorso plenum sono mancati proprio i voti dei laici di centrodestra. Favorevoli al ritorno in Commissione della pratica, che ha affossato la nomina di Ardita, sono stati l'avvocatessa Claudia Eccher (Lega Nord), l’avvocato e senatore Enrico Aimi (Forza Italia), le avvocatesse Isabella Bertolini e Daniela Bianchini (Fratelli d'Italia). Il relatore della pratica Giuffre (Fratelli d'Italia) è dunque rimasto da solo.
Favorevoli ad Ardita e Contrari al ritorno in commissione sono stati invece Roberto Romboli, costituzionalista dell'università di Pisa eletto in quota Pd (Pd) e Michele Papa (Movimento Cinque stelle).
La verità sulle stragi sullo sfondo
Il gioco di potere che si muove dietro la nomina del vice capo alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si muove anche sul fronte delle indagini sui mandanti esterni delle stragi di Stato.
Da tempo la Commissione antimafia, guidata da Chiara Colosimo, sta conducendo un'attività depistante sulla ricerca della verità delle stragi non solo attraverso un'opera di parcellizzazione ed atomizzazione dei fatti (scollegando gli attentati del 1992 da quelli del 1993), ma soprattutto concentrandosi sulla strage di via d'Amelio ed in particolare sull'inchiesta “Mafia-appalti” come causa madre della morte del giudice Paolo Borsellino.
E in quella stessa direzione si sta muovendo anche la Procura di Caltanissetta, a detta del Procuratore capo De Luca con l'avallo proprio di Giovanni Melillo.
Per questo non è possibile che magistrati come Sebastiano Ardita, che potrebbero dare ulteriori impulsi investigativi, vengano ritenuti scomodi e andrebbero fermati ancor prima che possano assumere certi incarichi.
Per questo si può ritenere che la scelta del nuovo procuratore aggiunto alla Procura nazionale non è solo una questione tra "correnti" della magistratura. Dietro c'è molto di più.