6 Agosto 2026 Giudiziaria

I NOMI – Messina, appalti pubblici gestiti da una struttura “ombra”: 12 misure cautelari

Sei persone agli arresti domiciliari e altre sei raggiunte dal divieto temporaneo di stipulare contratti con la Pubblica amministrazione. È il bilancio dell’operazione eseguita questa mattina dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia.

L’ordinanza è stata emessa dal gip del Tribunale di Messina al termine degli interrogatori preventivi di 16 dei 20 indagati. I sei destinatari dei domiciliari sono indicati dagli inquirenti come promotori e gestori di fatto del presunto sodalizio criminale, mentre gli altri sei, tutti imprenditori, sarebbero stati concorrenti esterni al sistema.

Arresti domiciliari - 
Francesco Scirocco, Gioiosa Marea, 6-7-1965 (nella foto)
Gaetano Busà, Messina, 6-6-1976
Basile Calandra Sebastianella, Messina, 3-6-1966
Domenico Logozzo, Reggio Calabria, 29-1-1966
Michele Caruso Scaffidi, Patti, 14-7-1968
Carmelo Munafò, Barcellona, 20-11-1979

Divieto temporaneo di contrattare con la pubblica amministrazione - 
Angelo Barbetta, Cosenza, 19-4-1982
Emanuele Bonfiglio, Messina, 17-3-1976
Giovanni Iacquinta, San Giovanni in Fiore, 27-1-1992
Saverio Iaquinta, San Giovanni in Fiore, 4-6-1964
Massimo Piscitello, Sant'Agata di Militello, 19-1-1976
Carmine Sepe, Napoli, 1-2-1980

La contestazione principale riguarda, allo stato degli accertamenti, un’associazione per delinquere che avrebbe assunto il controllo della fase esecutiva di numerosi appalti pubblici aggiudicati, prevalentemente, dal Consorzio autostrade siciliane, ma anche dall’Ufficio regionale del Genio civile di Trapani, dal Comune di Brolo e dalla Città metropolitana di Reggio Calabria.

Secondo la ricostruzione investigativa, le imprese formalmente aggiudicatarie avrebbero affidato illecitamente l’esecuzione totale o parziale dei lavori a una vera e propria organizzazione aziendale “ombra”, alla quale sarebbero stati demandati anche il reclutamento della manodopera e la gestione dei mezzi.

Il controllo dell’intero sistema sarebbe stato esercitato da un imprenditore messinese di 61 anni, già condannato in via definitiva per concorso esterno nell’associazione mafiosa dei “barcellonesi”. Attraverso presunti subappalti illeciti, noleggi di attrezzature e false fatturazioni, il gruppo avrebbe drenato consistenti risorse pubbliche.

Oltre all’associazione per delinquere, vengono contestati, a vario titolo, i reati di intestazione fittizia di imprese, subappalto illecito, frode nelle pubbliche forniture e riciclaggio dei proventi ritenuti illeciti.

L’indagine partita da una denuncia nel 2021

Le investigazioni hanno preso avvio da una denuncia presentata nel novembre 2021 dal legale rappresentante di un consorzio di imprese. L’uomo aveva segnalato la presenza del sessantunenne all’interno di un cantiere pubblico per lavori di risanamento costiero e difesa dall’erosione, nonostante i suoi precedenti giudiziari.

L’imprenditore sarebbe stato visto nei luoghi di lavoro con abiti da cantiere mentre conferiva con l’amministratore di fatto di un’impresa individuale. Da quella segnalazione sono partite intercettazioni telefoniche e ambientali, accertamenti economico-finanziari e controlli fiscali.

Dalle autostrade siciliane al Centro direzionale di Reggio

Tra le commesse finite sotto la lente degli investigatori figurano la sistemazione idraulica del canale di scolo del torrente “Pozzo” a Brolo, la manutenzione degli impianti elettrici, dell’illuminazione e delle cabine presenti lungo le autostrade A18 Messina-Catania e A20 Messina-Palermo, oltre ad alcuni lavori sui cavalcavia della A18.

Gli accertamenti hanno interessato anche la pulitura e il miglioramento idraulico di un tratto del fiume Belice, in contrada Passo Impero a Partanna, e le opere destinate alla riduzione dei consumi energetici del Centro direzionale di Reggio Calabria.

Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe aggirato sistematicamente l’obbligo di autorizzazione delle stazioni appaltanti attraverso prestanome e subappalti illeciti.

Materiali non conformi e fatture false per 377mila euro

Nei cantieri autostradali sarebbero state documentate anche condotte ritenute pericolose per la sicurezza pubblica. Gli inquirenti citano l’installazione nelle gallerie di impianti di illuminazione non conformi al capitolato d’appalto, l’utilizzo sui cavalcavia di impermeabilizzanti scadenti e non accettati dalla Direzione dei lavori e l’impiego sistematico di manodopera irregolare.

Per occultare la provenienza del denaro ricavato dalle commesse, l’organizzazione si sarebbe servita anche di un circuito basato su fatture fittizie emesse dal gestore di una stazione di servizio per forniture di carburante mai avvenute. Le imprese avrebbero effettuato bonifici tracciati, simulando il rifornimento dei mezzi, per poi ricevere indietro le somme in contanti, al netto di una provvigione.

Il denaro sarebbe stato successivamente utilizzato anche per pagare in nero maestranze e collaboratori. Il flusso finanziario fittizio ricostruito dagli investigatori ammonterebbe a circa 377mila euro.

Le contestazioni dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento, nel contraddittorio tra accusa e difese.