20 Agosto 2026 Politica e Sindacato

Ponte dei misteri: non si sa nemmeno quanto costerà

Di Gaetano Benedetto - Prima di approvare definitivamente il Ponte sullo Stretto di Messina, il governo dovrebbe essere certo non solo della sua fattibilità (possibile solo dopo le analisi e gli approfondimenti prescritti dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici), ma anche del suo costo reale. Stabilire in modo credibile il costo stimato di un appalto o di una concessione prima del bando di gara, o comunque prima dell’affidamento dei lavori, è un preciso obbligo di legge, previsto dal Codice degli appalti del 2023, quello di Matteo Salvini. Ne consegue poi l’obbligo di coprire la spesa: “Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte” (Costituzione, art. 81).

Ebbene, oggi nessuno – persino al di là delle prescrizioni del Consiglio dei Lavori Pubblici – può dire quanto costi il Ponte sullo Stretto, pure approvato per legge insieme alla trasformazione in società in house della Stretto di Messina Spa. Il costo “ufficiale” dell’opera è stato riscontrato dalla Corte dei Conti rispetto alle coperture: “Euro 13.532 milioni, allo stato attuale integralmente coperti”. Tradotto: ogni eventuale aumento dei costi dovrebbe trovare nuove coperture. E qui iniziano i problemi (del governo).

È stata la stessa Autorità di Regolamentazione dei Trasporti (Art) a ufficializzare che nessuno sa quanto costerà il Ponte. Il governo, su indicazione della magistratura contabile, le aveva dovuto chiedere un parere sulle tariffe di pedaggio per l’attraversamento del Ponte. È arrivato a fine maggio: l’Autorità ha dichiarato che “l’eventuale definizione di un sistema tariffario specifico per la fase di esercizio potrà essere valutata in prossimità dell’entrata in operatività dell’opera, quando risulteranno maggiormente definite le grandezze di costo, i volumi di traffico”. La stessa Art riferisce poi che secondo la Stretto di Messina Spa, “l’investimento complessivo è da intendersi a valori normali e non quantifica eventuali impatti derivanti dalle clausole di revisione prezzi che, anche sulla base di futuri tassi effettivi d’inflazione, potrebbero comportare con tutta probabilità significativi adeguamenti”.

Insomma dal punto di vista economico e finanziario si naviga a vista e tutti lo sanno, tant’è che nel III Atto Aggiuntivo alla convenzione di concessione tra il ministero delle Infrastrutture e la Stretto di Messina la revisione dei costi è prevista, sebbene non quantificata. Non solo: la società, in una nota di aprile, ha candidamente dichiarato che i costi andranno aggiornati a valle della progettazione esecutiva. E qui torniamo alle prescrizioni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e a quelle della Commissione Via, peraltro lunghe, costose e non preventivate: solo una volta esperite tutte le indagini, infatti, si saprà se serviranno o meno modifiche progettuali, che ovviamente non saranno certo a costo zero.

C’è poi il tema dell’inflazione. Il costo del Ponte è stato stimato dal Documento economico e finanziario 2023: “Dagli aggiornamenti svolti, risulta di 13,5 miliardi di euro. Le opere complementari e di ottimizzazione alle connessioni ferroviarie, lato Sicilia e lato Calabria, che dovranno essere oggetto del contratto di programma con Rfi, si stima avranno un costo di 1,1 miliardi”. Ma se nel 2023 il costo era di 13,5 miliardi, a quanto ammonta oggi? I dati mostrano che, dopo il picco del 2022, l’inflazione s’è assestata tra l’1 e il 2%, ma – secondo Banca d’Italia – quest’anno aumenterà “al 2,6%, principalmente per effetto del brusco rialzo dei prezzi delle materie prime, per poi tornare poco al di sotto del 2% nel biennio 2027-28”. È vero che le norme consentono la rivalutazione dei costi all’inflazione, ma è altrettanto vero che la costruzione del Ponte non è stata ancora assegnata e oggi il governo può stimare con certezza la variazione intercorsa in questi anni: dovrebbe stimarla preventivamente e dire con quali coperture economiche vi farà fronte.

Altra cosa di “poco conto”, date le cifre in ballo, ma il ministero delle Infrastrutture e Stretto di Messina dovrebbero anche dire come compenseranno il mancato finanziamento europeo Cinea (Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency), che era stato stimato in 49,5 milioni: come risulta dalla relazione al bilancio consuntivo 2025 della Stretto di Messina Spa, Cinea ha infatti chiesto la risoluzione anticipata del Grant Agreement del 2024 a seguito della mancata approvazione del progetto. Risultato: la società dovrà restituire i 12,3 milioni ricevuti a dicembre 2024 come anticipo e far fronte al resto del mancato finanziamento.
Riassumendo, i conti economici del Ponte, come tutto il resto d’altra parte, sono da approfondire e da aggiornare. L’unica cosa certa è che alla fine il costo sarà superiore a quello, già enorme, stimato finora. Non una faccenda secondaria per un Paese ad alto debito, tanto più che pure i presunti finanziatori privati dei tempi di Berlusconi si sono dileguati. Eppure il Ponte lo si vuol fare lo stesso e per giunta senza una nuova gara d’appalto. Già, perché se quei 13,5 miliardi dovessero aumentare salterebbe anche il meccanismo interpretativo grazie al quale il governo ritiene di non dover rimettere a bando l’opera. Ma forse proprio qui sta il perché di tutta questa storia.
* vicepresidente WWF