ADDIO A PADRE FELICE SCALIA, IL RICORDO DI PADRE ANTONIO SPADARO: ERA UN UOMO LIBERO, SEMPRE A SERVIZIO DEGLI ULTIMI
Di Antonio Spadaro - Padre Felice Scalia, gesuita dal 1947, si è spento a Messina a pochi mesi dai novantaquattro anni. L’ho conosciuto sin da quando varcai le porte dell’Istituto “Ignatianum” per frequentare lì le scuole medie.
Ho compreso l’uomo affabile e poi, crescendo, ho scoperto l’uomo libero. Ha attraversato quasi un secolo senza lasciarsi “addomesticare”, e il nucleo della sua persona stava in una libertà nata dal Vangelo: il titolo di un suo libro del 2010, “Il Cristo degli uomini liberi”, era un autoritratto.
Professore e scrittore, non ha mai separato la cattedra dalla strada. La sua teologia era «scomoda» per scelta, come recita un altro suo titolo. Il suo sguardo era rigoroso, acuto come la sua intelligenza fine, raffinata, ma mai elitaria. E il pensiero per lui era sempre a servizio di chi era ai margini.
A Messina è stato coscienza critica e compagno di cammino di molti, che fossero credenti e non credenti. Del resto, la sua spiritualità trovava Dio in tutte le cose e in tutte le persone. Animatore della comunità «Nuovi Orizzonti», ha visto nascere, intorno a quell’esperienza, un impegno civile e amministrativo che ha segnato la città. È stato membro del Consiglio presbiterale dell’arcidiocesi e, al contempo, uomo di cortei: ad esempio, nel 2022 scese in piazza con la Marcia dei nuovi Desaparecidos. Nei mutamenti della società non vedeva soltanto una frattura, ma anche un’occasione di rinnovamento.
Alla Chiesa ha chiesto relazioni nuove, una comunità «a più voci», e ha ricordato la tenerezza di Dio, con la sua capacità di declinare il sogno non come utopia, ma come responsabilità.
Alla città ha insegnato che si può stare dentro un’istituzione senza chiudersi nei suoi palazzi. Ci lascia una fedeltà inquieta, che è la sua eredità più viva.