Un operaio nello studio di Armao; «Ci sono i piccioli, c’è di muoriri»
A tradire Armao, questa volta, non è stata un’intercettazione ma un tappeto da togliere. È bastato spostare il vecchio orologio a pendolo per fare cadere dal retro una borsa di stoffa bianca. Uno dei tre operai impegnati nello studio di via Noto dell’ex assessore la raccoglie, guarda dentro e non riesce a trattenersi: «Ci sono piccioli, ce di muoriri». Soldi, abbastanza da lasciare a bocca aperta. Poi richiude tutto, sistema nuovamente l’involucro nel mobile e torna al lavoro. Tre giorni dopo, quando una delle segretarie gli racconta cosa è accaduto, l’avvocato va su tutte le furie: «Chi ca..o lo ha autorizzato?», sbotta. «No no, qua dentro non faccio entrare più nessuno», dice Armao in modo brusco.
La storia, contenuta nelle carte dell’inchiesta, comincia l’11 settembre. L’ex vicepresidente della Regione non è presente. Ci sono invece le sue dipendenti e gli operai chiamati a rimuovere i tappeti.
A sorpresa, mentre spostano il grande orologio a colonna, scivola fuori una sacca. La scena viene registrata dalle telecamere installate dagli investigatori e assume un significato particolare perché il pendolo, secondo la ricostruzione della Procura, era diventato uno dei posti dove Armao custodiva le somme che l’avvocato Pierluigi Matta gli avrebbe consegnato nell’ambito dei rapporti tra i due finiti al centro dell’indagine. Gli agenti della Squadra mobile se n’erano comunque accorti già mesi prima. Il 9 febbraio avevano inquadrato Armao mentre, rientrato nel suo ufficio, estraeva dalle tasche del cappotto una busta di carta e la sistemava in un contenitore cilindrico nascosto proprio nel vano dell’orologio. Per l’accusa quelle banconote erano collegate ai pagamenti ricevuti da Matta come consulente della Cva, il gruppo valdostano attivo nel settore delle energie rinnovabili, una parte dei quali sarebbe stata poi girata ad Armao.
Sette mesi dopo è un operaio ad avvertire una delle segretarie della clamorosa scoperta dei soldi nel pendolo. Lei vuole vedere: «Unni su?». L’uomo recupera la sacca e gliela consegna. Arriva anche l’altra collega. «Io sono curiosa di quanti sono», dice la prima. «No, no», replica l’altra. Per qualche minuto decidono di lasciare tutto dov’è. Poi ci ripensano e lo cambiano di posto. Quando Armao ritorna, una delle donne aspetta di rimanere sola con lui e gli racconta tutto.
La reazione è stupita e rabbiosa: «Cosa!!». Poi capisce che gli operai avevano mosso il mobile: «Ehh!! C’erano soldi... se li è presi?». La segretaria lo rassicura: erano stati messi al sicuro. E quando apprende che erano finiti in cassaforte taglia corto: «Li voglio, li voglio io adesso. Mi dà le chiavi...». Lei gliele porge ma sottolinea: «Si ricordi, ha persone per bene qua dentro». Armao pensa subito anche all’altro contenitore: «C’era anche un tubo... come?». È il cilindro arancione che gli inquirenti avevano già individuato come il posto dove venivano custoditi i soldi. «Non lo abbiamo aperto quello», lo tranquillizza la dipendente. Lui solleva il coperchio, controlla rapidamente l’interno, poi verifica anche il contenuto della borsa bianca. Solo allora sembra rasserenarsi. Ma il pendolo, a quel punto, è compromesso: Armao quindi prende il tubo e lo infila in un vano della libreria dietro la scrivania sistemando alcuni oggetti davanti per coprirlo.
Quella dei nascondigli sembra essere quasi una fissazione. Anche Matta aveva attirato l’attenzione degli inquirenti per alcune strane manovre nel suo studio di piazza Verdi. Il 6 marzo, dopo un incontro con l’imprenditore Sergio Vella sulla pratica Seap, rimasto solo nella propria stanza aveva prima sfogliato alcuni documenti, poi si era accovacciato davanti a una parete attrezzata. Dai rumori captati la polizia ipotizzò che stesse smontando e rimontando un pannello, dietro il quale poteva essere stato ricavato un vano segreto.
«Debiti e pendenze familiari»
Nell’esaminare la posizione di Gaetano Armao, per il quale i magistrati hanno chiesto l’arresto assieme all’avvocato Pierluigi Matta, che avrebbe fatto da tramite con le imprese per intascare tangenti, i pm non vanno tanto per il sottile: «L’indagato Armao ha dato prova di piegare l’esercizio delle funzioni svolte (esperto del presidente della Regione e presidente della commissione Cts, ndr) ai propri interessi personali, caratterizzati dalla continua ricerca di risorse per affrontare le numerose pendenze economico-patrimoniali che lo affliggono». Nella parte relativa alla richiesta di sequestro, gli inquirenti fanno riferimento a «numerose pendenze giudiziarie e obbligazioni», tra le quali «assegni di mantenimento familiare e procedimenti monitori».