23 Dicembre 2021 Giudiziaria

Depistaggi caso Cucchi, pm: condannare gli 8 carabinieri. Chiesti tre anni per l’ex comandante provinciale di Messina Lorenzo Sabatino

Condannare i carabinieri responsabili dei presunti depistaggi compiuti dopo la morte di Stefano Cucchi. Questa in sostanza la richiesta del pubblico munistero Giovanni Musarò al termine della requisitoria davanti ai giudici nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Sono stati sollecitati 7 anni per il generale Alessandro Casarsa, e 5 anni 6 mesi sono stati chiesti per Francesco Cavallo. 5 anni per Luciano Soligo e per Luca De Cianni, quattro anni per Tiziano Testarmata, invece, per Francesco Di Sano tre anni e tre mesi. Tre anni di carcere per Lorenzo Sabatino e, infine, un anno e un mese per Massimiliano Colombo Labriola.

LA REQUISITORIA 
Hanno offuscato la verità, opacizzato i fatti, stravolto gli eventi e depistato chi ha cercato di ricostruire cosa è accaduto nell’ottobre del 2009, quando Stefano Cucchi è morto mentre era nelle mani dello Stato. È questa la tesi del sostituto procuratore Giovanni Musarò che giovedì pomeriggio ha chiesto sette anni di carcere per il generale Alessandro Casarsa.

Per i depistaggi oltre a Casarsa all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, sono imputati altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Gli otto carabinieri sono accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia.

Oltre a Casarsa e Sabatino, sono a processo Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, all’epoca dei fatti maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, all’epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, all’epoca in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri e il carabiniere Luca DeCianni, accusato di falso e di calunnia.

“Non è un processo contro l’Arma dei carabinieri”, ha spiegato il pm. Ma sul banco degli imputati c’è il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma,  Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, Francesco Di Sano, Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, in servizio la notte dell’arresto, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, e il carabiniere Luca De Ciani.

Mentre “l’Arma, a partire dal 2018”, ha “collaborato lealmente” al caso Cucchi, precedentemente le indagini sulla morte del ragazzo sono state caratterizzate da depistaggi e bugie che hanno stravolto la narrazione degli ultimi giorni di Stefano Cucchi, detenuto prima in caserma, poi in carcere e infine all’ospedale Sandro Pertini.

I testimoni che hanno raccontato quello che è accaduto il 15 ottobre 2019 sono stati ritenuti attendibili, perché “la notizia del pestaggio di Stefano Cucchi ad opera dei carabinieri in borghese non era stata divulgata all’epoca dai media e neppure era conoscibile dalle parti”. Tra le testimonianze rilevanti c’è quella di un mlitare “dalla schiena dritta”, Pietro Schirone. Ha ricordato che Cucchi lamentava anche dolori alla testa. “Quindi Schirone e Mollica (Stefano Mollica, ndr) -ha detto il pm Musarò – dicono di aver capito che era successo qualcosa e che erano coinvolti i carabinieri. Tornando da piazzale Clodio dice Mollica ‘eravamo turbati perché insinuavano dubbi sulla catena che mi ha preceduto’.

I depistaggi sarebbero iniziati nel 2009, con i primi dubbi sulla morte di Stefano Cucchi. Bisognava metterli a tacere. Quindi, secondo l’accusa, furono fatte  annotazioni che dipingevano “un ragazzo compromesso” e anticipavano, addirittura, le conclusioni che i medici della procura avrebbero depositato solo dopo alcuni mesi. Così quando l’allora ministro della Giustizia andò in Parlamento a spiegare l’accaduto, riportò circostanze non vere, perché basare su falsità che gli sarebbero state confezionate.

Poi sarebbero continuate fino “al febbraio 2021 – ha detto il pm – Sono state alzate tante cortine fumogene che cercheremo di diradare. Il depistaggio del 2009 è particolare. E questo perché nel 2009, soprattutto dopo la pubblicazione delle fotografie del cadavere di Stefano Cucchi, con il volto tumefatto, tutti chiedono la verità sulla sua morte. Viene organizzata un’attività di depistaggio che viene portata avanti scientificamente”. E ancora: “La vera finalità di questo depistaggio sconcertante non era solo depistare l’autorità giudiziaria, ma farlo anche da un punto di vista mediatico e politico”.

In altre parole “si è voluto riscrivere una verità. Il politraumatizzato Stefano Cucchi che muore di suo, e sono riusciti a farlo credere, incredibilmente, per sei anni. C’è stata un’attività di depistaggio ostinata, che a tratti definirei ossessiva. I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un’opera complessa di depistaggi durati anni”, ha detto il pm.