4 Gennaio 2024 Attualità

”Buttafuoco commemora Pippo Fava? Ha ragione Orioles” di Fabio Repici

Di Fabio RepiciUna settimana fa Riccardo Orioles, del quale nessuno può ragionevolmente dubitare che presti rispetto genuino e devoto alla memoria del suo maestro Pippo Fava, si è detto addolorato dell'invito rivolto dalla Fondazione Fava, per il quarantennale dell'omicidio del direttore de I Siciliani, a Pietrangelo Buttafuoco, segnalandone la distanza dall'eredità morale di Pippo Fava e la difesa di Mario Ciancio, condivisa con la maggior parte dei cosiddetti intellettuali catanesi.

Gli ha risposto duramente Claudio Fava, non, come avrebbe potuto, ricordando a Riccardo che, sebbene sia vero che il 5 gennaio sarà presente Buttafuoco, ci saranno pure persone ragionevolmente da Riccardo (e da noi) apprezzate, per esempio Sebastiano Ardita o Michele Gambino, e invitandolo a maggiore tolleranza (meglio: sopportazione). Al contrario, Fava junior ha usato il randello. Testuale: «Riccardo Orioles Buttafuoco l'ho invitato io. Lo considero una delle persone più libere e meno allineate che conosco. Che sia di destra, non mi interessa nulla. Preferisco gli uomini liberi di destra ai turibolanti di sinistra».

Cosa pensassimo di Pietrangelo Buttafuoco lo scrivemmo molti anni fa, in un pezzo che chi vorrà potrà leggere di seguito a queste righe. Per questo non riusciamo a dissentire da Riccardo Orioles, al solo ricordare che Buttafuoco si fece pubblicare un libro (“Fogli consanguinei”) dall'editore nazifascista (e stragista a Piazza Fontana, per la Cassazione del 2005) Franco Freda.

Peraltro, Claudio Fava dedicò molto severe parole ai depistaggi sulla strage di via D'Amelio in una relazione del 2018 della Commissione regionale antimafia da lui presieduta. E per questo sorprende a maggior ragione alla commemorazione di Pippo Fava la presenza di Buttafuoco, sostenitore della tesi oggettivamente depistante, di matrice chioccian-vivianesca, dell'agenda rossa di Paolo Borsellino fatta diventare tragicomicamente un parasole.

E poi: per Claudio Fava, come espresso in un'altra relazione, del 2019, della Commissione regionale antimafia da lui presieduta, non era lo scandalo della confindustriale “antimafia di facciata” il problema dei problemi della nostra terra? E Claudio Fava non ricorda, oggi, che nel 2011 il suo Buttafuoco, sempre massimamente libero e disallineato, era componente del consiglio d'amministrazione dell'Università Kore “figlia” di Vladimiro Crisafulli (quello videoripreso dalla Procura di Caltanissetta in amabile colloquio con il capo di Cosa Nostra della provincia di Enna) congiuntamente, tra gli altri, all'editore catanese Mario Ciancio e a quell'Ivan Lo Bello che certamente è stato il primo e principale mentore di Antonello Montante e sponsor di quest'ultimo nella scalata ai vertici nazionali di Confindustria?

Di consiglio d'amministrazione in consiglio d'amministrazione. Non sappiamo se fra i «turibolanti di sinistra» per Fava ci sia l'ex ministro PD Marco Minniti, esponente di quel mondo di sinistra che nell'ultimo tornante del proprio percorso politico èpassato da Marx al mondo dell'industria delle armi. Finmeccanica, com'è noto, era l'azienda partecipata dallo Stato leader nel settore della difesa. Nel 2016, con un colpo di belletto, Finmeccanica cambiò nome e, rimanendo uguale, divenne Leonardo. Tra l'altro, creò un'entità chiamata Med-Or. Dal suo sito ufficiale: «La Fondazione Med-Or nasce per iniziativa di Leonardo Spa nella primavera del 2021 con l'obiettivo di promuovere attività culturali, di ricerca e formazione scientifica, al fine di rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l'Italia e i Paesi dell'area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d'Africa e Mar Rosso (“Med”) e del Medio ed Estremo Oriente (“Or”)». E Marco Minniti fu chiamato, alla sua nascita, a fare il presidente della Fondazione Med-Or. Sempre dal sito ufficiale della fondazione si apprende che in quel 2021, sempre massimamente libero e disallineato, del consiglio d'amministrazione di Med-Or era membro Pietrangelo Buttafuoco, prima di essere nominato, pochi mesi fa, presidente della Biennale di Venezia dal (disallineato?) ministro Sangiuliano del (disallineatissimo!) governo Meloni.

Ecco, tenuto conto di questo – e di ciò che chi ne avrà voglia leggerà subito dopo – ci sembra che Riccardo Orioles abbia colto nel segno.

 

“Buttanissimo Buttafuoco!” di Fabio Repici

Pietrangelo Buttafuoco scrive bene. Si sbrodola un po’ troppo nel compiacimento di sé, ma scrive bene. Lo ha dimostrato negli ultimi tempi anche col suo Buttanissima Sicilia (ed. Bompiani), una sorta di beffarda e spudorata invettiva contro l’indole spettacolarmente autolesionista della sua terra. Laddove, per l’ennesima volta, Buttafuoco ha mostrato quanto poco abbia a cuore la propria coerenza, nel trattare ferocemente le vicende politiche (e giudiziarie) dell’ex presidente Raffaele Lombardo, oggi paragonato a Mastro don Gesualdo ma un tempo dallo stesso Buttafuoco decantato come fatato esponente politico che avrebbe finalmente risollevato le sorti della Sicilia. Erano tempi, quelli del Lombardus mirabilis, curiosamente coincidenti con la nomina di Buttafuoco, grazie a Lombardo, come presidente del Teatro Stabile di Catania e con la prefazione dello stesso Buttafuoco all’imprescindibile Il Movimento per l’autonomiadi Raffaele Lombardo, libro di tal Nuccio Molino, putacaso al tempo portavoce di Lombardo (e amico di Buttafuoco, ho letto da qualche parte).

Ma non è dell’incoerenza politica di Buttafuoco che voglio occuparmi (incoerenza solo sulle questioni per lui futili, in realtà, perché per il resto il nostro resta sempre e coerentemente fascista, da qui all’eternità). E, del resto, alcune delle cose scritte in Buttanissima Siciliasono perfino condivisibili, a cominciare da talune sull’attuale presidente Crocetta, il quale sembra quasi impegnarsi allo spasimo per attirarsi meritatamente le critiche più urticanti.

C’è, invece, che, se sulle idee e le opinioni politiche ognuno può dire quel che meglio crede, lo stesso non può valere per i fatti, soprattutto quando si tratti di fatti drammatici, come la strage di via D’Amelio. Su quelli, leggere falsità provoca l’indigesto. E in una pagina di Buttanissima Sicilia (la numero 67) se ne legge un concentrato osceno, tutto in un significativo spazio tra parentesi (come per dare ragione a chi teorizza che le cose più importanti sono sempre quelle relegate fra due parentesi): “E sono cose di Sicilia, tutte dentro il sipario, strette nella tenaglia della legittimazione reciproca o, al contrario, del disconoscimento di ritorno. Ponendo il caso, tra i casi, che un Salvatore Borsellino (che di cognome, appunto, fa “Borsellino”), non convochi un’assemblea di Agende rosse e non stili un nuovo elenco di buoni e di cattivi (sì, la famosa agenda da cui Paolo Borsellino non si staccava mai, quella andata sicuramente distrutta dalla carica di tritolo, ritenuta trafugata sulla scena dell’orrenda strage, quella considerata alla stregua del Graal per smascherare la trattativa Stato-mafia e poi rivelatasi un parasole)”.

Tralascio di immorarmi sull’elasticità di Buttafuoco nell’uso della punteggiatura, con la virgola a separare un soggetto da un predicato (“Salvatore Borsellino, non convochi”), e ammetto che pure su un mio amico (qual è, appunto, Salvatore Borsellino), naturalmente, Buttafuoco ha tutto il diritto di pensarla diversamente da me. Sennonché, nella parentesi citata testualmente sono state messe in fila due buttanate (o buttafuocate?) di dimensioni colossali: 1. L’agenda rossa di Paolo Borsellino andata sicuramente distrutta. Salvo che Buttafuoco non voglia dire che Agnese Borsellino abbia, non si sa per quale motivo, mentito ai magistrati e alla nazione, è certo che quel maledetto pomeriggio del 19 luglio 1992 l’agenda rossa di Paolo Borsellino si trovava nella sua borsa, la quale ultima, per nulla distrutta, fu fotografata e videoripresa mentre veniva portata via dal rogo di via D’Amelio in mano a un ufficiale dei carabinieri, che non ha mai voluto rivelare a chi l’abbia fatta avere, prima di rimetterla a bordo dell’auto del magistrato ucciso, priva dell’agenda, quando le fiamme non si erano ancora spente. Capisco che per un fascista come Buttafuoco sia arduo pensar male di un capitano dei carabinieri (non oso immaginare la stima che egli possa nutrire per il generale Mori!) ma le immagini sono lì a dimostrare che la borsa che custodiva l’agenda rossa fu temporaneamente trafugata, così da consentire la sottrazione definitiva dell’agenda rossa; 2. L’agenda rossa di Paolo Borsellino rivelatasi un parasole. Qui Buttafuoco arriva a screditare se stesso con un illusionismo dialettico che nemmeno il peggior epigono del mago Silvan avrebbe osato proporre. Fu un falso scoop (e un vero depistaggio) di Francesco Viviano su Repubblica di un anno e mezzo fa (immediatamente, non a caso, rilanciato da Gianmarco Chiocci ed Enrico Tagliaferro sul Giornale) a tentare di accreditare l’ipotesi che l’agenda rossa, anziché essere stata prelevata furtivamente dalla borsa di Paolo Borsellino dopo l’esplosione in via D’Amelio, fosse stata immortalata, miracolosamente intatta, sotto un pezzo di cadavere carbonizzato della povera Emanuela Loi. Taluni denunciarono immediatamente che non di scoop ma di depistaggio a mezzo stampa si trattasse; dopo ventiquattr’ore gli accertamenti della Procura di Caltanissetta si incaricarono di attestare che quello individuato da Viviano come agenda rossa era in realtà un pezzo di parasole.

Ciò avveniva proprio nelle settimane in cui l’istruttoria dibattimentale del processo Borsellino quater si stava occupando pericolosamente (per alcuni, almeno) proprio della sottrazione dell’agenda rossa. Ed ecco che fuori tempo massimo Buttafuoco rilancia il depistaggio con un salto logico da psichiatria. O – ipotesi perfino peggiore – da sputasentenze, pur essendo di quei fatti su cui scrive sommamente ignorante. Come può un intellettuale (ché tale è Buttafuoco, e perfino un opinion leader, a conferma del tempo sbandato in cui viviamo) raggirare i propri lettori, mistificando i dati della realtà, addirittura su una vicenda così grave come la strage di via D’Amelio?

Non ero ancora riuscito a trovare una risposta, fino a quando, qualche settimana fa, rigirandomi fra gli scaffali di una libreria, mi balzarono davanti agli occhi Buttanissima Sicilia e, accanto a lei, un altro libro, a me fino a quel momento ignoto, del prolifico Buttafuoco. Il titolo è Fogli consanguinei e, da quel che ho capito, è una raccolta di pezzi scritti per il quotidiano Il Foglio, diretto da quelGiuliano Ferrara che di Buttafuoco è, comprensibilmente, uno dei mentori più infervorati. Ma a lasciarmi senza fiato fu sapere chi fosse stato l’editore del Buttafuoco di Fogli consanguinei: Edizioni di Ar. Chi non avesse mai letto gli atti del processo per la strage di Piazza Fontana (che è il luogo nel quale più si è parlato delleEdizioni di Ar) sappia che si tratta della casa editrice dell’ar(iano) Franco Freda, lo stragista di Piazza Fontana, come stabilito dalla Corte di cassazione nel 2005. E all’analisi agiografica di Franco Freda (cioè del bombarolo razzista suo editore) Buttafuoco ha addirittura dedicato il primo capitolo di Fogli consanguinei.

A quel punto ho capito due cose. La prima è che Buttafuoco con la verità sulle stragi ha un conflitto ideologico, strutturale, quasi ontologico. La seconda è che l’Italia è davvero il paese della tolleranza acritica per le devianze dei potenti (ché Buttafuoco è un intellettuale potente, pubblicato dai più grossi editori, oltre che da Franco Freda, e dalle più grosse testate giornalistiche, oltre che da Giuliano Ferrara, e pure ospite riverito di salotti televisivi), se a un autore del catalogo dello stragista Franco Freda è dato spazio amplissimo, senza nulla eccepire, da giornali soi-disants democratici. Articolo del 21 novembre 2014