24 Marzo 2024 Politica e Sindacato

‘IO FIRMO’, LE FOTO E IL VIDEO – Michele Santoro a Messina per la candidatura di Nino Mantineo alle prossime elezioni Europee con la lista “Pace, Terra, Dignità”

Foto di E. Di Giacomo -

«Io sono come Gino Strada, non sono pacifista, se pacifisti si dicono anche coloro che firmano per rifornire d’armi altre nazioni, io sono contro la guerra, le guerre sono il mio nemico». Così Michele Santoro, in piazza Unione europea a Messina, ha aperto la campagna elettorale verso le Europee della lista “Pace, Terra, Dignità”. Insieme con lui, il 93enne Raniero La Valle, giornalista, scrittore ed esponente politico di “Sinistra cristiana”, Benedetta Sabene e il messinese Nino Mantineo, docente universitario e già assessore comunale nella Giunta guidata dall’ex sindaco Renato Accorinti. In riva allo Stretto hanno presentato il programma elettorale, in occasione della Giornata nazionale raccolta firme, svoltasi in tutte le piazze italiane.

Santoro e La Valle hanno scelto proprio Messina per aprire la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo dell'8 e 9 Giugno, «perché la città è il punto di incontro tra l'Europa e il Mediterraneo, in un mondo che si vuole senza più conflitti, della difesa dei beni comuni, terra, acqua, aria, patrimonio dello Stretto, salute, reddito universale, sviluppo eco-sostenibile». E proprio Mantineo, storico volontario del Tribunale dei diritti del malato e tra i fondatori della Piccola Comunità Nuovi Orizzonti, sarà il candidato della lista.

Una formazione politica che, nel suo messaggio principale, fa proprio il pressante appello di Papa Francesco per lo stop alle guerre che stanno insanguinando l’Europa e il mondo, a un immediate “cessate il fuoco” sia per il conflitto Russia-Ucraina sia per gli attacchi di Israele alla Palestina. «Siamo gli unici a chiedere che le risorse investite in missili, munizioni e armi di distruzione vengano invece destinate al rilancio di territori deboli e sottosviluppati come il Mezzogiorno d’Italia. Vogliamo trasformare il Sud da periferia d’Europa a locomotore d’Europa. Vogliamo fare del Sud un crocevia di rapporti economici tra l’Europa e il resto del mondo. Vogliamo essere la voce dei cittadini d’Italia e del Meridione che non sono rappresentati in questa Europa atlantista piegata agli Usa», hanno detto i protagonisti di “Pace, Terra e Dignità”, collegati tra le varie piazze italiane.

Michele Santoro ha fatto riferimento anche al Ponte sullo Stretto: «In passato, da giornalista, mi sono occupato del Ponte per segnalare le ruberie che si sono verificate. La verità è che in Italia queste mega opere servono soprattutto a non parlare dei problemi più imminenti della popolazione. Forse dovrebbe interessare di più quanto tempo ci vuole per fare una Tac, le condizioni del sistema scolastico o come funzionano le infrastrutture in Sicilia. Mi piacerebbe partecipare ad un dibattito serio sul Ponte dove vengano analizzate seriamente questioni come l’impatto ambientale, economico e sociale».

IL PROGRAMMA ELETTORALE DI “PACE TERRA DIGNITÀ”.

Due popoli vittime, l’Europa in fiamme, il mondo in pericolo, l’impoverimento crescente, la Terra che trema, noi tutti senza pace.

Con le elezioni europee, la salvezza può cominciare dall’Europa se riscopre se stessa e, a partire dalla riconciliazione tra la Russia, gli Stati Uniti e l’Occidente si rivolge al mondo per costruire la pace.

Pace

La Pace non sta da sola. Pace Terra e Dignità sono i tre beni comuni primari di una politica che restituisca innanzitutto ai giovani la speranza e la fiducia nel futuro, e possa promettere l’ancora inattuato “diritto al perseguimento della felicità”.

Tutti dicono di volere la pace nel mondo, ma questa non si può nemmeno pensare se prima non finiscono i massacri in Ucraina e in Medioriente, se non si pone fine alla “terza guerra mondiale a pezzi” che arriva fino al Pacifico. La Pace non solo è assenza di violenza delle armi e di pratiche di guerra, vuol dire non rapporti antagonistici né sfide militari o sanzioni genocide tra gli Stati, mettere la diplomazia al primo posto, implica prossimità e soccorso a tutti i popoli nei momenti di difficoltà.

Oggi risuona per l’Europa la domanda gridata da Papa Francesco: “Dove vai Europa? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni?”. “L’anima europea è nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione”. Ma oggi essa è in pericolo perché ha tradito le ragioni per cui è nata.

Per adempiere al suo compito occorre che ripudi le armi come mezzo di offesa agli altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali, che ottenga il cessate il fuoco in Ucraina, che intervenga con ininterrotta energia finché i popoli di Gaza e Palestina non siano restituiti a godere il valore della vita e una umana convivenza.

Noi consideriamo la guerra la manifestazione più estrema del potere patriarcale fondato sulla logica di potenza, sulla sopraffazione, sulla violenza. Le culture e le pratiche dei movimenti delle donne che vi si oppongono possono essere determinanti per costruire un mondo nuovo, pacifico e giusto, fondato sulla cura, sollecito delle differenze e avverso alle diseguaglianze.

Noi non consideriamo la politica, nemmeno le elezioni, come lo scontro tra Amico e Nemico. Per questo partecipiamo ad esse non per vincere seggi ma per sottrarre l’Europa alla guerra e invitare tutte le forze politiche a riconoscersi in ciò che è essenziale per tutti e ad esplorare le strade verso un altro mondo possibile. Perciò chiediamo al Parlamento e alle Istituzioni europee che facciano queste scelte:

  • Riguardo alla pace in Europa, non confondere la solidarietà data all’aggredito col rifornirlo di armi ed aizzarlo allo scontro promettendogli impossibili vittorie, alimentando un conflitto infinito suscettibile di precipitare in una terza guerra mondiale, fino al ricorso alle armi nucleari e alla distruzione del genere umano e della natura. Occorre cessare l’invio di armi all’Ucraina e coadiuvarla in un negoziato che garantisca la reciproca sicurezza alle parti e risolva con procedure democratiche e di autodeterminazione il contrasto sulle terre contese.
  • Riguardo agli orrori di Gaza l’Europa confermi la condanna della strage del 7 ottobre e il diritto degli israeliani a vivere in pace e in sicurezza. Egualmente l’Europa denunci il massacro in corso di donne, bambini e civili, l’espulsione di milioni di persone dalle loro case, i territori occupati in dispregio delle delibere dell’ONU, la pulizia etnica, gli insediamenti illegali, il regime di apartheid e la soppressione dei diritti civili dei palestinesi; l’Europa si unisca alla Corte dell’Aja che nella causa intrapresa dal Sudafrica ha stabilito che “Israele, debba, in conformità ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, nei confronti dei palestinesi a Gaza, adottare tutte le misure a sua disposizione per impedire la commissione di tutti gli atti” da tale Convenzione sanzionati come genocidi, che “debba garantire con effetto immediato che le sue forze militari” non ne commettano alcuno, e che debba “prevenire e punire l’istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio nei confronti dei membri del gruppo palestinese nella Striscia di Gaza”, adottando altresì “misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria urgentemente necessari per affrontare le avverse condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia di Gaza”. Mentre ciò dovrebbe comportare il cessate il fuoco immediato, l’Europa, egualmente preoccupata per la sorte degli ostaggi rapiti, deve associarsi alla richiesta della Corte di un loro “immediato rilascio”, come anche dei prigionieri politici palestinesi, a cominciare da Marwan Barghuti. Vanno anche liberati tutti gli incarcerati, nelle prigioni dello Stato d’Israele, senza un capo d’accusa. L’Europa deve impegnarsi a farsi mediatrice e a promuovere la ricerca di una soluzione della questione palestinese, nonché la riedificazione di Gaza, il ritorno alle loro case distrutte dei suoi abitanti e un piano straordinario di aiuti umanitari e sanitari.
  • La soluzione dei “due popoli in due Stati” prevista fin dall’origine, perseguita fino all’uccisione di Rabin, e ora respinta da Israele – appare oggi più difficilmente praticabile per la colonizzazione e l’occupazione progressiva dei territori in cui i palestinesi devono poter tornare a vivere in pace. L’Europa dovrebbe, dunque, anche incoraggiare a esplorare la possibile convivenza tra i due popoli in un’unica terra, assicurando pieni diritti politici ai palestinesi – compreso il diritto al ritorno – e un ordinamento istituzionale comprensivo ed accogliente per ambedue i popoli. Una conferenza internazionale di pace sotto l’egida dell’ONU potrebbe favorire questo processo di pace e riconciliazione tra i due popoli come unica via di uscita da un conflitto che dura da decenni. Altrimenti sarebbe d’obbligo il riconoscimento dello Stato di Palestina nei territori occupati da cui attuare il ritiro. E mentre è in corso una causa per genocidio, l’Europa dovrebbe proporre a tutti gli Stati l’identificazione della guerra stessa come genocidio e la sua inclusione nella normativa sul genocidio, fatto salvo il diritto di difesa.
  • L’Europa dovrebbe battersi per i diritti dei curdi e per la liberazione di Abdullah Ocalan e dei prigionieri politici in Turchia. È curda l’idea del confederalismo democratico, è stata curda la resistenza contro l’Isis, è curdo il progetto di pace per il Medio Oriente fondato, è curdo lo slogan “Donna, Vita, Libertà” che è stato adottato dai movimenti in Iran e in tutto il mondo.
  • L’Europa è una Unione di Stati ma non deve diventare un Super-Stato che intenda la sovranità come un potere supremo, sovrastante su ogni altro potere e culminante nel diritto di guerra. Di conseguenza è da escludere la costituzione di un Esercito Europeo. Al contrario l’Europa, federazione di Stati, dovrà aprire una fase nuova di cooperazione fra i popoli, operare per riprendere la strada dei trattati sul disarmo e la denuclearizzazione militare e civile, ridurre la spesa militare, promuovere il controllo pubblico della produzione e dello scambio delle armi, e stabilire la riconversione con finalità civili delle proprie industrie belliche.

Pace vuol dire trattare per diminuire in Europa e in Italia la presenza di armi nucleari. Le risorse sottratte alle spese di guerra devono essere impiegate per ridurre il debito e le diseguaglianze, affrontare le grandi sfide delle pandemie, del clima e delle migrazioni e per fare in modo che ogni donna o uomo o bambino abbia cibo, acqua, medicine sufficienti e il diritto a un futuro migliore. Chiediamo che l’Italia ratifichi il Trattato per l’abolizione delle armi nucleari.

6. Il compito dell’Europa passa attraverso il Mediterraneo, anche per lo sviluppo da dare ai rapporti col Medio Oriente e il mondo arabo-musulmano. Attraverso questo mare la vocazione dell’Europa si estende verso l’Africa e l’Asia, ed è una contraddizione da rimuovere l’aver fatto della Sardegna un poligono di tiro e della Sicilia una portaerei che minaccia la guerra.

7. Noi vogliamo un’Europa che sia un insieme di comunità pacifiche e aperte al mondo, indipendente, amica ma non succube degli Stati Uniti e di alcuna altra potenza, rispettosa delle diversità, protagonista in un mondo multipolare, non sottoposta al dominio di un sovrano assoluto che si arroghi la missione del guardiano universale.

Essa deve sottrarsi alla logica dei blocchi e del vassallaggio nei confronti del più forte, che sacrifica i propri agli interessi altrui. L’Europa deve collaborare con la Russia, con la Cina e i Paesi che compongono l’arcipelago dei Brics.

8. Il Vertice di Roma del novembre 1991 ha confermato, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’esistenza della Nato ma in natura esclusivamente difensiva: “nessuna delle sue armi sarà mai usata se non per autodifesa, né essa si considera avversario di alcuno”.

In contrasto con tale impegno l’Alleanza ha inteso sostituirsi all’ONU come titolare di un potere militare esteso a tutto il mondo, a cominciare dalla guerra jugoslava, ed estendendosi a Est fino a minacciare i confini della Russia, ignorando la richiesta di sicurezza di quel Paese, dando così occasione all’intervento russo in Ucraina. In seguito a ciò, il trasformare l’inaccettabile invasione russa dell’Ucraina in un conflitto mondiale, abbandonare la strada della diplomazia, puntare alla disfatta dello Stato russo, ha determinato un prezzo insopportabile di vittime ucraine e russe, la distruzione di un intero Paese e il sacrificio delle speranze degli europei di ripresa economica dopo la pandemia. Occorre far tacere le armi, ritrovare la strada per il dialogo e il disarmo consensuale. Per contro è inconcepibile l’iniziativa assunta da Giorgia Meloni, anche se intrapresa senza intenderne la portata, di un patto militare con l’Ucraina in piena guerra con la Russia, fuori della stessa NATO, che ci mette obiettivamente in uno stato di conflitto con la Russia, di cui non siamo nemici, come se non bastasse la straziante esperienza fatta dall’Italia con il Corpo di Spedizione mandato a immolarsi nell’operazione Barbarossa del 1941 in Russia. È irresponsabile l’insistenza con cui Stoltenberg continua a proporre l’ingresso dell’Ucraina nella NATO alimentando la prosecuzione del conflitto. Riteniamo invece che con la fine della guerra si potrà di nuovo immaginare un’Europa che possa svolgere un ruolo autonomo di promozione della Pace e di un rapporto fraterno tra i popoli, insieme a un sollecito superamento delle contrapposizioni militari tra i blocchi e della stessa NATO. Obiettivo che sembrava possibile prima della guerra in Ucraina.

Chiediamo all’Unione Europea di far sospendere le minacciose esercitazioni militari “Steadfast Defender” programmate dalla NATO per i prossimi mesi e di respingere nella maniera più assoluta l’idea di proiettare l’Alleanza Atlantica verso l’indo-pacifico e il confronto armato con la Cina.

Riteniamo peraltro che occorrano garanzie reciproche di sicurezza per tutti gli Stati e consideriamo una minaccia alla Pace la pretesa di imporre con la forza i “nostri valori”, la “nostra idea” di libertà e di democrazia e la supremazia tecnologica e militare dell’Occidente.

L’Europa dovrà promuovere la cultura della pace nelle scuole e nelle università, sostenere il diritto alle obiezioni di coscienza e al rifiuto di combattere in tutto il mondo, creare un corpo civile di pace europeo.

9. L’Europa deve rifiutare il criterio delle relazioni internazionali come “competizione strategica” tra le grandi Potenze com’è concepita dagli Stati Uniti. Questa dottrina prevede comportamenti economici e militari che rendono probabile una terza guerra mondiale. È quanto si teme in relazione alla crisi del Mar Rosso, che si potrebbe trasformare in una pericolosa escalation che coinvolga il Libano la Siria e l’Iran, e in relazione alla controversia su Taiwan che può diventare devastante per Cina, India, Giappone e Australia. Siamo oggi in un mondo multi-polare e l’Europa, non avendo interesse a creare un muro tra Occidente e Oriente, deve operare per la coesistenza pacifica fra tutti gli Stati e ascoltare le diverse voci del nuovo mondo.

10. Il Parlamento Europeo deve avere l’iniziativa legislativa e deve partecipare al processo decisionale nell’ambito della politica estera e della sicurezza comune. Nel quadro di un progressivo risanamento delle relazioni internazionali, occorre ridare efficacia di intervento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel suo ruolo di difesa della pace, mediante la revisione del diritto di veto, lo sviluppo delle procedure democratiche e l’ingresso tra i Membri Permanenti di altri grandi Paesi come il Brasile, l’India e il Sud Africa.

11. In prospettiva più generale l’Unione Europea deve promuovere una Costituzione Mondiale con la creazione di efficaci Istituzioni di garanzia per la pace e l’effettività dei diritti e dei valori riconosciuti come comuni all’intera umanità.

Terra

Il debito mondiale è tre volte maggiore del Prodotto Interno Lordo del mondo; la speculazione domina le transazioni economiche e condiziona il prezzo delle materie energetiche e del cibo; l’inflazione viene combattuta col rialzo dei tassi di interesse, ovvero del costo del denaro, peggiorando le condizioni della popolazione. La speculazione finanziaria minaccia oggi le democrazie sottraendo risorse ai bisogni della società e al lavoro produttivo. La guerra ne riafferma il dominio.

A causare l’aumento dei prezzi non sono tanto la domanda crescente di beni e l’aumento dei salari, quanto i profitti troppo elevati di pochi colossali oligopoli e di grandi aziende che dominano la politica e la costringono a un ruolo gregario. A livello globale non esistono istituzioni e leggi internazionali in grado di esercitare il controllo e comminare sanzioni: il mercato globale è deregolamentato.

La vita di centinaia di milioni di persone dipende dalle scommesse sul futuro di titoli di carta, i futures, che determinano il prezzo delle merci. Anche in Europa per oltre il 90% la finanza è impiegata per attività puramente speculative a breve e brevissimo termine e assorbe risorse dall’economia reale; solo qualche punto percentuale del capitale finanziario viene impiegato per supportare effettivamente le attività produttive.

  • Compito dell’Unione Europea è impedire la fuga di capitali all’estero e l’incontrollata globalizzazione della finanza, introdurre la Tobin Tax sui movimenti speculativi e tassare le aziende del fossile (mentre oggi l’87% delle emissioni non è soggetto a un costo), estendere ed aumentare la Carbon Tax, detassare le tecnologie verdi e abolire qualsiasi detrazione fiscale per chi inquina. Occorre una tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze, sugli extra profitti delle banche, delle industrie energetiche, delle fabbriche di armi e delle piattaforme digitali. Le tasse delle multinazionali devono essere pagate dove le società acquisiscono i loro ricavi ed i paradisi fiscali in Europa vanno aboliti.
  • Occorre introdurre una separazione netta tra banche di deposito, che devono curare i risparmi dei cittadini, e banche d’affari, che operano a rischio sui mercati finanziari; per evitare che i depositi dei risparmiatori siano esposti a rischi speculativi sui mercati. Attualmente solo le banche commerciali hanno la facoltà di avere dei conti correnti presso le Banche Centrali che si apprestano ad emettere una nuova moneta digitale. Ma le banche centrali devono aprirsi al pubblico, operare in maniera trasparente, e gestire una moneta digitale pubblica direttamente a favore di cittadini, imprese e enti pubblici: una moneta sicura perché la Banca Centrale, al contrario delle banche commerciali, non può mai fallire.
  • La politica economica di un Paese deve essere decisa dai Parlamentari democraticamente eletti e non dalla BCE o da tecnocrati di Bruxelles. Organi intergovernativi governano 540 milioni di persone e la prima economia mondiale, comportandosi come il Gabinetto d’affari della grande finanza. L’Euro è una moneta unica per 20 Paesi molto diversi tra loro, una moneta solo deflattiva che frena l’economia. La BCE agisce di norma con l’obiettivo di combattere l’inflazione, privilegiando la stabilità dei prezzi. Negli Stati Uniti la Federal Reserve interviene da regolatore dell’economia anche per difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo: circa il 40% del PIL è dedicato alla compensazione, trasferendo risorse dallo Stato Federale ai singoli Stati. Si richiedono scelte politiche che non possono essere delegate al mercato. Le istituzioni dell’Unione che hanno effettivo potere decisionale, (Consiglio UE, Commissione UE, Eurogruppo) non sono elette ma nominate dai governi. Il Parlamento conta poco e, soprattutto, la BCE, può alzare i tassi di interesse senza che nessuno possa criticare efficacemente le sue decisioni. Il Parlamento Europeo deve poter discutere in maniera incisiva le decisioni che riguardano la politica economica e monetaria.
  • Gli investimenti delle banche commerciali sono legati al fossile per 7 euro su 10 e se invertissero la proporzione a favore delle energie rinnovabili fallirebbero. Non possiamo affidare ai banchieri e il futuro del pianeta. Bisogna cambiare la politica bancaria della BCE: tassi di interesse bassi (fino allo 0% o meno) per chi investe riducendo le emissioni di carbonio e creando posti di lavoro; nessun prestito per chi delocalizza e inquina. Dobbiamo puntare a contenere il surriscaldamento in un grado e mezzo entro il 2030. Per raggiungere questo risultato dobbiamo ridurre di un grado la temperatura delle case, mangiare meno carne, prendere il meno possibile l’aereo e non sprecare acqua nel consumo domestico; ma per il 70% la riduzione delle emissioni di CO2 dipende da scelte politiche e collettive. L’Europa deve considerare i boschi, la montagna, il mare beni comuni da tutelare. Senza regole e controlli, e senza una comunità attiva che se ne prenda cura, finiranno per diventare privati. Chi svolge attività nella pesca, nell’agricoltura, nell’allevamento, deve poter essere considerato un operatore del servizio pubblico, sempre che la sua opera si svolga nella tutela del paesaggio e della fauna, nel rispetto della natura e nella produzione di cibo di qualità. Le istituzioni europee devono vietare l’importazione di prodotti alimentari, provenienti da Paesi terzi, trattati con sostanze non autorizzate nell’Unione. I controlli alle frontiere devono essere mirati alla difesa dei produttori europei dalla concorrenza sleale dei Paesi terzi che non rispettano le norme europee in tema di salute pubblica e sicurezza alimentare. Il principio della reciprocità di trattamento va strettamente osservato per evitare relazioni squilibrate a vantaggio dei paesi concorrenti che alzano barriere tecniche amministrative per impedire la penetrazione dei prodotti della UE sui loro mercati.
  • Facciamo nostro l’appello di importanti economisti europei per la cancellazione del debito pubblico in pancia alla BCE, che ammonta a un quarto del totale del deficit degli Stati membri. I cittadini europei devono a loro stessi il 25% dei loro debiti. La Bce potrebbe offrire agli Stati europei i mezzi per la loro ricostruzione in chiave ecologicamente sostenibile e riparare la frattura sociale, economica e culturale che hanno creato la crisi sanitaria e le guerre. Stiamo parlando di 2.500 miliardi per l’Europa nel suo complesso. La BCE può permettersi una simile azione, come riconosciuto da un gran numero di economisti, anche tra coloro che si oppongono ad una tale risoluzione: una banca centrale può funzionare con fondi propri negativi senza difficoltà. I privati non verrebbero danneggiati e le finanze pubbliche verrebbero sollevate da enormi pesi pregressi che gravano sull’economia, lo sviluppo e la società.
  • La transizione ecologica deve rappresentare un cambiamento radicale nel modo di produrre, di consumare e di vivere. Gli interventi devono essere ispirati all’economia circolare che punta a non produrre scarti.

Nei Paesi dell’Unione europea gli edifici assorbono il 45% dei consumi energetici. Se si ristrutturano energeticamente si migliora il loro comfort termico, riducendo al contempo sia le loro emissioni di anidride carbonica sia gli importi delle bollette energetiche; e i risparmi delle famiglie sulle bollette consentiranno di ammortizzare, in un certo numero di anni, gli investimenti necessari. Poiché non tutte le famiglie sono in grado di sostenere i costi iniziali, è compito e interesse dello Stato farsene carico anche per ragioni di giustizia sociale.

L’obiettivo da perseguire nella gestione dei rifiuti è la riduzione progressiva delle quantità che vengono portate allo smaltimento. In questo modo si ottengono due vantaggi direttamente proporzionali: la riduzione dell’inquinamento generato dagli impianti industriali e la riduzione dei costi di smaltimento. La raccolta differenziata deve essere molto accurata, in modo da ricavarne materiali omogenei che possano essere venduti e utilizzati come materie prime secondarie. Una gestione ecologica corretta dei rifiuti consente di ridurre i costi di gestione e di accrescere gli utili. Se le aziende che li gestiscono non sono società per azioni, ma effettivamente pubbliche, gli utili non saranno distribuiti agli azionisti sotto forma di dividendi, ma potranno tradursi in riduzioni della tassa sulla raccolta dei rifiuti. La stessa modalità può essere adottata per l’acqua, una risorsa indispensabile per la vita e per lo svolgimento delle attività produttive, di cui la siccità comincia a rendere drammatica la carenza. L’obiettivo principale è ridurre le perdite degli acquedotti che possono ammontare fino al 60% dell’acqua catturata dalle falde idriche e gestire le reti con un consumo di energia elettrica molto minore. L’acqua è un bene comune e ne va garantita la proprietà pubblica.

7. La Pace e l’uscita dal meccanismo infernale del debito sono indispensabili per affrontare alle radici i problemi che causano le migrazioni. La gestione dei confini avviene oggi in una logica militare che trasforma chi richiede asilo politico ed è costretto a migrare per ragioni climatiche ed economiche, in un nemico da combattere. Come se ci si trovasse di fronte ad una invasione armata. Ma non si possono mandare le Frecce Tricolori a bombardare i barchini o disseminare la penisola di centri di detenzione per rinchiudervi tutti quelli che sbarcano sulle nostre coste. Una persona inerme e in difficoltà non può essere considerata alla stregua di un invasore. Non solo l’Europa ma l’intero mondo occidentale deve farsi carico delle migrazioni. È il momento di pagare gli interessi sulle risorse rapinate, sull’inquinamento e lo sfruttamento del fossile che produce alluvioni e disastri, di cancellare o ridurre i debiti dei Paesi in via di sviluppo, di elaborare non piani di aiuto ma investimenti nei luoghi dove l’ondata migratoria è più forte. La politica dell’accoglienza deve avvenire nel rispetto della legalità e dei diritti umani, con una rete ordinata di assistenza, di formazione, di collaborazione lavorativa e di studio. I centri di detenzione vanno chiusi.

Dignità

Nell’epoca del liberismo globale deregolato l’influenza cinese nel mondo e la potenza finanziaria di Pechino hanno spinto l’amministrazione statunitense a reagire invocando un protezionismo unilaterale e aggressivo che è tra le cause fondamentali degli attuali venti di guerra. Fino a oggi, l’Unione europea si è accodata mentre appare più che mai urgente avviare, presso l’ONU, un tavolo di trattative per creare le “condizioni economiche per la pace”, come richiesto dall’appello di autorevoli economisti di tutto il mondo.

  • Proponiamo di rivedere completamente gli accordi di Maastricht sui quali sono nate l’Unione e le cosiddette politiche di austerità. Un nuovo trattato dovrebbe prevedere piena occupazione, riduzione delle diseguaglianze, intervento pubblico nell’economia, regolamentazione dei capitali e della finanza. Va abolito il Patto di stabilità e crescita che impone vincoli antisociali alla spesa per la sanità, la scuola, i servizi e consente deroghe solo per nuovi armamenti. L’Italia degli ultimi trenta anni ha virato purtroppo verso i bassi salari, la riduzione dei diritti dei lavoratori, l’economia della rendita e dei patrimoni finanziari e immobiliari, aumentando enormemente le diseguaglianze.

A pagare sono state soprattutto le donne: le più povere, le più precarie, le più sottopagate, sulle cui spalle continua a pesare la morsa del lavoro gratuito di riproduzione, di cura e accudimento. Lo stato sociale si è andato sempre più erodendo. Robot, automatismi e intelligenza artificiale stanno cambiando i rapporti di forza tra l’uomo e la macchina. Le tecnologie non sono di per sé un rischio per i lavoratori ma lo è l’accentramento in poche mani e in pochi Paesi delle sorti dell’innovazione, dell’informazione e della cultura. Saranno in molti a perdere il lavoro per l’intelligenza artificiale e la transizione ecologica. Lo Stato deve garantire a tutti l’occupazione e un’attività di studio e di riqualificazione permanente. Per gestire le transizioni dalla disoccupazione al lavoro; dal lavoro subordinato a quello autonomo; dal lavoro alla formazione vanno abolite tutte le forme precarie di lavoro, a meno che non siano tecnicamente giustificate come i lavori stagionali. Bisogna creare un Fondo europeo per l’edilizia sociale, i servizi pubblici e le esigenze occupazionali.

2. È urgente introdurre un sostegno economico universale a chi resta senza lavoro. Il lavoro deve essere dignitoso, rispettare l’ambiente, riconoscere i diritti sindacali; tener conto delle priorità personali e familiari. Il lavoro deve essere un diritto non la conseguenza di un ricatto. La grande massa di disoccupati costringe le persone ad accettare condizioni ingiuste e talvolta disumane. Soprattutto donne, giovani e lavoratori stranieri sono spinti ad accettare qualunque condizione e qualunque salario, obbligati con proposte di lavoro criminali, orari disumani e in condizioni di insicurezza. Chi percepisce il reddito deve partecipare a corsi di formazione tenendo conto delle sue capacità e delle sue aspirazioni. Va rivista la direttiva sul salario minimo europeo per imporne l’introduzione in tutti i paesi, compresa l’Italia, con livelli retributivi dignitosi per porre fine ai salari da fame, alla concorrenza al ribasso e alle delocalizzazioni.

3. L’orario di lavoro va portato in Europa a 32 ore settimanali. Siamo convinti che oggi serva lavorare meno per recuperare tempo e spazi di vita:
il concetto stesso di orario di lavoro, o meglio di “tempo in cui si è a disposizione” va modificato, prevedendo il diritto alla disconnessione e a non confondere strumenti di lavoro e strumenti privati. Lavorare meno ore (in ufficio) ma essere in ogni luogo o periodo del giorno raggiungibile, ci rende vittime di un “tempo di lavoro senza fine”.

4. Il solco tra i mega profitti (di pochissimi) e le retribuzioni è diventato una voragine. La riduzione dell’orario non può, dunque, slegarsi dall’aumento dei livelli salariali, anche perché si potrebbe arrivare al paradosso per cui determinate categorie di lavoratori, avendo più tempo per loro stessi, non avrebbero risorse sufficienti per impegnarlo proficuamente ad esempio, per viaggiare, per frequentare un corso di formazione o, più banalmente, per iscriversi a una palestra. Vanno introdotti meccanismi automatici di adeguamento di stipendi e pensioni all’inflazione.

5. Nel nostro paese il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati universitari, tanto da porci all’ultimo posto in Europa per percentuale di laureate e laureati nella fascia d’età 25-34 anni, con un valore del 27%, mentre la media UE è poco sotto il 40%. Malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e si è costretti a emigrare o a entrare in competizione per lavori precari di basso livello. Viviamo nel mito di un sistema meritocratico che, dice Joseph Stiglitz, fa sì che “Il 90% di quelli che nascono poveri, muoiono poveri, per quanto intelligenti e laboriosi possano essere, e il 90% di quelli che nascono ricchi muoiono ricchi, per quanto idioti o fannulloni possano essere. Da ciò si deduce che il merito non ha alcun valore”.

6. Bisogna sostenere artigiani e imprese familiari e ridurre le disparità tra le diverse aree e offrire pari opportunità ai giovani e alle giovani costrette a emigrare dalle zone più deboli a quelle più forti e arrestare il processo per cui l’istruzione non produce più la crescita economica, sociale e civile del territorio. Contemporaneamente una rete efficiente di infrastrutture europee deve impedire la periferizzazione di una parte importante del nostro continente.

7. Sono state smantellate le grandi industrie a partecipazione statale con un impatto sulla formazione a tutti i livelli, dalla scuola, all’università, alla ricerca. I Paesi che cresceranno di più domani, Cina, India, Sud Corea per esempio, sono quelli che oggi si sono occupati di meglio rafforzare e diversificare il proprio sistema industriale, della ricerca e dell’innovazione. Un grande programma pubblico europeo per la transizione verde, la ristrutturazione e la riqualificazione degli edifici pubblici (scuole, ospedali, uffici) può invertire questa tendenza.

8. Condividiamo la proposta di Carlo Rovelli sottoscritta da cinquanta premi Nobel per una riduzione bilanciata delle spese militari. L’obiettivo è la diminuzione del due per cento annuo per cinque anni, un trilione di euro da destinare a combatter il riscaldamento globale, la povertà estrema e la pandemia.

9. Dopo la pandemia, l’Unione Europea avrebbe dovuto mettere al centro delle sue politiche la prevenzione e la tutela della salute. Bisogna ridurre la spesa per le armi e incrementare quelle per la sanità guardando agli interessi dei cittadini e non a quelli delle multinazionali farmaceutiche.

10. Le politiche di austerità hanno reso impossibile l’investimento in risorse umane per la pubblica amministrazione. Ma un piano per l’occupazione pubblica, con l’assunzione di giovani ad alta qualifica, è indispensabile per ammodernare lo Stato, le amministrazioni del settore sociale, la scuola e la ricerca. Va accelerata la digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche con software open source, trasparente, non manipolabile da stranieri e agenzie estere, sviluppabile “in casa” e non dipendente dalle grandi corporations mondiali.

11. L’Europa riconosce la sua identità nelle proprie culture e si adopererà per dare loro la libertà e le energie di cui hanno bisogno per crescere e rinnovarsi. L’Europa si nutre del rapporto con le altre culture.

A tutti i cittadini europei vanno garantiti gli stessi diritti civili e umani e la più completa libertà d’espressione. Per difendere l’identità europea va favorita la nascita di social europei, di piattaforme europee per la produzione culturale e il commercio on line.

Solo però uscendo dal sistema di guerra sarà possibile prendersi cura delle persone e aprire un’era nuova per il mondo. L’homo sapiens combatte armato dall’inizio della sua esistenza. Questo però non significa che la guerra sia connaturata all’uomo e che non debba essere prevenuta e impedita come il crimine di genocidio.

Il Cardinale Martini scriveva: “La memoria delle sofferenze accumulate alimenta l’odio quando essa è riferita esclusivamente alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà memoria della sofferenza anche dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa potrà rappresentare la premessa di ogni futura politica di pace”.