
Il verbale a firma Borsellino trovato dall’avv. Repici: Un Vietnam chiamato Caltanissetta
Di Saverio Lodato - Dentro l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio, che va avanti da qualcosa come 33 anni, l’affare della pista nera, della pista fascista, della pista di estrema destra, si ingrossa. E si ingrossa clamorosamente, inaspettatamente, e con esiti futuri che potrebbero avere portata incalcolabile. E con buona pace degli scettici blu. A chi ci riferiamo?
A quelli che non hanno fatto altro che teorizzare, sino a oggi, che il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano, scivolarono, sino a morirne, sulla buccia di banana di un’inchiesta sui legami fra la mafia e gli appalti. Perché torniamo a scriverne?
Perché adesso c’è la prova provata che in questi 33 anni qualcuno ha giocato sporco.
E a questo qualcuno, se finalmente fosse individuato - magari è vivo, non è morto - un passaggio carcerario, anche simbolico, non farebbe male.
Intanto, i fatti.
E il primo fatto, in ordine di grandezza, è che Paolo Borsellino, il 15 giugno del 1992, a morte avvenuta di Giovanni Falcone, partecipò a una riunione della Procura di Palermo insieme a quella di Caltanissetta. Riunione che aveva come oggetto proprio la strage di Capaci. Si discusse ampiamente di Alberto Lo Cicero, confidente dei carabinieri, che a quella data aveva già rivelato che il boss di San Lorenzo, Mariano Tullio Troia, controllava il territorio di Capaci ed era in rapporto con esponenti dell’eversione nera.
Salta fuori infatti un verbale dal quale si apprende che Borsellino sollecitava con urgenza di mettere nero su bianco, in fretta e furia, le rivelazioni di Lo Cicero.
Sia detto per inciso. Non era mai accaduto di vedere la firma di Paolo Borsellino in un atto sulla strage di Capaci. E fa specie che pochi giorni dopo, il 25 giugno, nel dibattito a casa Professa a Palermo, Borsellino manifestò ripetutamente l’intenzione di andare a deporre alla Procura di Caltanissetta. Che, come è noto, non lo interrogò mai.
Sapete chi ha trovato il verbale a firma Borsellino 33 anni dopo?
Lo ha trovato l’avvocato Fabio Repici, difensore di Salvatore Borsellino, il quale è andato a scovarlo dove nessuno procuratore o sostituto procuratore di Caltanissetta aveva avuto idea di andare a cercarlo.
In archivio, ma agli atti di un altro processo.
In altre parole: Paolo Borsellino, un mese prima di morire, stava indagando con attenzione anche sull’eventualità della pista nera per Capaci. Fatti che a qualcuno faranno molto male.
Ieri, a Caltanissetta, la gip Graziella Luparello ha conseguentemente disposto, proprio in forza della memoria difensiva dell'avvocato Repici, l’interruzione della camera di consiglio sulla archiviazione richiesta dalla Procura sulla vicenda Lo Cicero e indicato il 22 settembre come prossima data di udienza camerale.
Quest’inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio rischia di trasformarsi in un gigantesco Vietnam giudiziario. Riaprire infatti le indagini sulle dichiarazioni di Lo Cicero, sapendo finalmente il peso che gli riconosceva Paolo Borsellino, rischia di fare saltare il banco.
Certo. L’avvocato Repici ha svolto magistralmente il suo dovere. A Salvatore Borsellino va riconosciuta una tempra d’acciaio, per non essere mai indietreggiato di fronte al coro degli scettici blu che ha fatto di tutto per tappargli la bocca. La giudice Luparello, preso atto che il verbale c’è, si è comportata secondo scienza e coscienza.
Ma a noi non basta. Da cittadini, ci piacerebbe che ora fioccassero le spiegazioni.
La domanda è: se Repici non avesse portato a termine la sua “pesca miracolosa”, quanto sarebbe durato ancora il valzer di mafia e appalti, indicato come unica causale della strage?
In quella direzione, la Procura di Caltanissetta non ha lesinato sforzi investigativi. Di appalti e mafia, proprio nel 1992, sono stati chiamati a rispondere giudici dell’epoca, da Gioacchino Natoli a Giuseppe Pignatone, mentre le perquisizioni non hanno risparmiato le abitazioni e le famiglie di Arnaldo la Barbera, questore di Palermo, e Gianni Tinebra, procuratore capo a Caltanissetta, all’indomani delle stragi, alla ricerca di altre prove.
Stiamo ricapitolando questi nomi solo per dire che la Procura di Caltanissetta ha avuto sin qui la possibilità di muoversi a tutto campo e vedremo quali saranno gli esiti giudiziari per i singoli indagati coinvolti.
Lo strike sarebbe trovare l’agenda rossa di Paolo Borsellino, ma forse è chiedere troppo. A tale proposito, però, l’avvocato Repici segnala un particolare che potrebbe destare allarme: “ma lo sapete chi era il superiore dei sottoufficiali dei carabinieri che avevano raccolto le confidenze di Lo Cicero che interessavano Borsellino? Proprio il capitano Govanni Arcangioli, lo stesso che fu ripreso con la borsa di Borsellino mentre si allontanava fra le fiamme della strage. Mi chiedo se nell’agenda rossa, Borsellino, non avesse magari scritto qualcosa anche su Lo Cicero”.
Ma torniamo alla pista nera.
E’ considerata una “invenzione” dal generale Mario Mori, dal capitano Giuseppe De Donno, dalla maggioranza della commissione parlamentare antimafia, dai figli di Paolo Borsellino e dal loro avvocato Fabio Trizzino.
Prova ne sia, o coincidenza vuole, che sino a oggi tutti coloro che si erano spesi in direzione delle tesi sostenute da Lo Cicero sono finiti sotto inchiesta.
Dimenticavamo Roberto Scarpinato, che a causa delle 57 pagine di relazione a sua firma sula pista nera, depositate all’antimafia, rischia di essere cacciato dalla commissione per “conflitto di interessi”, per volontà dei Fratelli d’Italia. Magari, invece, ha proprio ragione lui.