20 Dicembre 2025 Cronaca di Messina e Provincia

Il pizzo in videochiamata dal carcere al cantiere del risanamento di Fondo Fucile: tre arrestiIL VIDEO INTEGRALE DELLA CONFERENZA STAMPA E LE INTERVISTE

LA NOSTRA DIRETTA DELLA CONFERENZA STAMPA - 

 

 

foto e video di Enrico Di Giacomo - 

Tentata estorsione e uso di cellulari in carcere, aggravati dal metodo mafioso e dall’impiego di un minore. Sono queste le accuse contestate dalla Procura per la tentata estorsione alla ditta catanese Cosedil, impegnata in uno dei cantieri del risanamento a Messina e amministrata dal presidente di Confindustria Sicilia Gaetano Vecchio.

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Messina hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Messina, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia locale, nei confronti di tre persone.

I destinatari del provvedimento sono un uomo di 39 anni e uno di 33 anni, entrambi già detenuti rispettivamente nel carcere di Palermo e in quello di Agrigento, e un 24enne attualmente agli arresti domiciliari. Ad avere il "primo approccio" sarebbe stato il 24enne Giovanni Aspri, mentre i due detenuti che hanno parlato in videochiamata sono il 33enne Salvatore Maiorana e il 39enne Giuseppe Surace.

La vicenda: minacce e videochiamate dal carcere

I fatti risalgono al 1° dicembre scorso, nel territorio del comune di Messina. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il tentativo di estorsione è avvenuto in due fasi in un cantiere di fondo Fucile, nella zona sud della città, dove l'impresa vittima sta realizzando alloggi di edilizia popolare e riqualificando un'area degradata.

Inizialmente, il 24enne e un minorenne si sarebbero presentati sul posto chiedendo di parlare con il responsabile. Durante l'incontro, avrebbero avviato delle videochiamate con il 39enne e il 33enne, i quali, nonostante fossero ristretti in carcere, avrebbero partecipato attivamente all'azione criminale.

La richiesta economica iniziale è stata di 250 mila euro, successivamente "mitigata" a 100 mila euro. Per convincere l'impresa a pagare, i soggetti avrebbero evocato la propria appartenenza alla criminalità organizzata messinese e minacciato di utilizzare ordigni esplosivi per far "saltare" il cantiere.

La denuncia e le indagini
L'estorsione non è andata a buon fine grazie alla pronta denuncia del titolare dell'impresa. Il tempestivo intervento dei Carabinieri del Comando Provinciale di Messina e il coordinamento della DDA hanno permesso di raccogliere rapidamente un grave quadro indiziario, supportato anche dai precedenti giudiziari dei soggetti, già coinvolti in fatti analoghi.

LA CONFERENZA STAMPA

La mafia muta pelle, ma non cambia né la sua natura né i suoi obiettivi. A ribadirlo è stato il procuratore di Messina, Antonio D’Amato, intervenuto in conferenza stampa: «Come ho già detto – ha spiegato D’Amato – la mafia cambia forma, ma resta invariata nella sostanza e nelle finalità per cui opera, attraverso le attività estorsive e il narcotraffico». Le estorsioni, ha sottolineato il procuratore, non rappresentano soltanto uno strumento di guadagno illecito, ma svolgono anche una funzione simbolica e di controllo: «Sono il tradizionale strumento parassitario delle mafie, ma servono anche a esercitare e dimostrare forza sul territorio, per ribadire senza soluzione di continuità il controllo mafioso».

Nel caso specifico, la denuncia immediata della vittima ha consentito alla Polizia giudiziaria, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina, di intervenire tempestivamente, impedendo che l’estorsione venisse portata a compimento. «Proprio per questo – ha precisato D’Amato – è stato contestato il tentativo di estorsione».

D'Amato ha evidenziato come l’intervento immediato abbia permesso di ricostruire rapidamente la dinamica dei fatti e di individuare i presunti responsabili e ha poi acceso i riflettori su un fenomeno ormai noto alle procure antimafia: l’uso di telefoni cellulari dall’interno delle case circondariali. «La Procura Distrettuale e la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina non sono le uniche in Italia a riscontrare questo problema – ha spiegato –. I perimetri e le mura del carcere dovrebbero impedire la prosecuzione delle attività estorsive, ma non sempre ciò avviene». Da qui la richiesta, ribadita da tempo dagli inquirenti, di un sistema carcerario più efficiente, capace di distinguere in modo netto i detenuti in attesa di giudizio da quelli condannati in via definitiva, nel rispetto della funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione.

L’indagine, condotta dal Nucleo investigativo del Comando provinciale dei Carabinieri di Messina, ha portato in tempi rapidi alla raccolta di elementi decisivi, sfociati nell’emissione di un provvedimento cautelare nei confronti di tre indagati. Forte e chiaro l’appello finale alla cittadinanza da parte del colonnello Lucio Arcidiacono: «Denunciare conviene sempre. Questa vicenda dimostra che stare dalla parte dello Stato è la scelta giusta: lo Stato c’è, è presente e sa intervenire con indagini efficaci e con tutti gli strumenti normativi a disposizione». Resta però un dato allarmante. «Le denunce sono pochissime, quasi nulle – ha ammesso il colonnello Arcidiacono –. Spesso gli episodi estorsivi emergono solo grazie alle attività investigative, e solo in un secondo momento le vittime decidono di denunciare. In altri casi, purtroppo, nemmeno di fronte all’evidenza si trova il coraggio di farlo». Un segnale che non può essere ignorato. «Chi non denuncia – hanno concluso gli investigatori – resta schiavo per tutta la vita».