Il processo per caporalato al rifornimento, 10 operai saranno parte civile
Si aperto ieri davanti alla giudice Silvia Spina, con la costituzione di parte civile di dieci operai su 11, il processo con il giudizio immediato nei confronti degli imprenditori Maurizio Sebastiano Marchetta, 56 anni, ed il suo socio Salvatore Biondo, 56 anni, entrambi di Barcellona che ieri, difesi dagli avvocati Antonino Aloisio e Ugo Colonna, hanno rinunciato a comparire in udienza. E per loro permane ancora la misura della custodia cautelare ai domiciliari. Sono accusati in concorso del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, ai danni di 10 lavoratori su 11 (un solo pompista non si è costituito parte civile) indicati dalla Procura come parti offese o danneggiate, impiegati come pompisti nella stazione di rifornimento di Viale Sicilia gestita dalla società “Sikelia Oil” s.r.l.
A costituirsi parte civili per conto dei dieci dipendenti, sono stati gli avvocati: Maria Concetta Santamaria, Alfio Chirafisi, Giovanni Tortora, Pina Trovato, Giuliana Isgrò, Giuseppe Coppolino, Salvatore e Carmelo Isgrò. I due soci sono accusati, a seguito delle indagini disposte dalla Procura di Barcellona retta dal procuratore Giuseppe Verzera di avere utilizzato, assunto e impiegato 11 lavoratori in condizioni di sfruttamento, corrispondendo retribuzioni ritenute palesemente difformi dai contratti collettivi nazionali di settore, violando la disciplina sull’orario di lavoro e sui periodi di riposo. Sempre secondo l’accusa, i due imprenditori avrebbero alterato i dati indicati nelle buste paga e, in alcuni casi, preteso la restituzione in contanti di parte delle mensilità aggiuntive. Le contestazioni riguardano turni effettivi di 8 ore a fronte di un monte ore dichiarato inferiore, l’assenza di maggiorazioni per straordinari, notturni e festivi, la mancata o parziale corresponsione di tredicesima e quattordicesima e il collegamento di queste ultime al raggiungimento di obiettivi aziendali fissati unilateralmente. L’ipotesi della Procura è che i due imputati abbiano approfittato dello stato di bisogno dei lavoratori, tutti in condizioni economiche precarie, e privi di altre fonti di reddito, prospettando loro come unica alternativa l’interruzione del rapporto di lavoro e, in taluni casi, evocando la possibilità di trasformare l’impianto in modalità “self-service”.
I lavoratori, che si sono costituiti in giudizio come parti civili, hanno richiesto, tramite i rispettivi legali, il risarcimento dei danni scaturiti dalla mancata corresponsione della retribuzione dovuta secondo i contratti collettivi di lavoro di settore, vigenti e applicabili; danni dal mancato pagamento del lavoro straordinario per le ore di lavoro prestate oltre l’orario contrattuale; per il mancato pagamento delle maggiorazioni da lavoro festivo e notturno; e ancora il pagamento delle mensilità aggiuntive (tredicesima e quattordicesima); e poi quello degli emolumenti a vario titolo dovuti per ferie, indennità, maturati e mai pagati dal datore di lavoro. Oltre al danno materiale, i lavoratori hanno reclamato il danno non patrimoniale nelle sue varie componenti di biologico-morale-esistenziale, scaturente dalla consapevolezza di essere costretto a lavorare in condizioni di palese sfruttamento, privato dei propri diritti e della dignità di lavoratore.
La difesa, con gli avvocati Aloisio e Colonna, ha anche presentato eccezioni in relazione a due richieste di costituzione di parti civili non indicate quali parti offese. Il processo riprenderà il prossimo tre febbraio con le testimonianze dei militari della Guardia di finanza i quali hanno effettuato capillari indagini, su delega della Procura di Barcellona. Fonte: Gds