6 Febbraio 2026 Giudiziaria

Milano: la truffa sui lingotti d’oro a 2 mila investitori, tra cui tre messinesi (per un totale di 22 milioni di euro). Cinque patteggiamenti, nessun risarcimento. I soldi recuperati vanno allo Stato

Duemila investitori si erano costituiti parte civile in Tribunale a Milano per cercare di recuperare la parte dei propri soldi (stimata in 22 milioni) perdutasi tra il dicembre 2023 e il gennaio 2025 nel gorgo dei 90 milioni raccolti dalla truffa sui lingotti d’oro reclamizzati dalla Global Group Consulting sas di stanza nella prestigiosa sede parigina di Place de la Madeleine. Altri investitori invece – che si vede non potevano palesarsi legalmente, a causa della opacità dei soldi che avevano scommesso sull’oro – per tentare di riavere i quattrini avevano sperimentato metodi più spicci, andando a cercare (e legnare) uno degli indagati agli arresti domiciliari.

Ma ieri gli uni e gli altri sono accomunati da un gramo destino patrimoniale: nonostante la prima sentenza di condanna dei primi cinque imputati (non ancora dei due promotori dell’associazione a delinquere, datisi alla latitanza poco prima degli arresti del gennaio 2025), sui soli 6 milioni sinora rintracciati e recuperati (2 milioni su conti bancari, il resto in oro messo in vendita dagli inquirenti) la sentenza di primo grado ha infatti disposto la confisca. E la confisca, per definizione, va allo Stato, non alle duemila parti civili, che speravano invece nella conversione del sequestro conservativo sulla somma per potersi poi inserire sul pignoramento, e che a questo punto non è escluso provino con i propri legali a impugnare in Cassazione i patteggiamenti.

Tra le oltre 2 mila vittime che hanno raccontato agli investigatori di aver sottoscritto contratti con la società, tra il 2019 e il 2024, vedendo volatizzati i propri investimenti, c’è anche una intera famiglia messinese, madre, padre e figlio, al processo rappresentata dall’avvocato Pietro Ruggeri.

Il figlio e la madre sono disoccupati e, grazie al lavoro del padre, avevano messo da parte 15 mila euro che volevano investire per avere una sicurezza sia per la coppia che per il figlio, nel futuro e dopo la pensione. Tutto andato in fumo.

I LATITANTI GATTO E CONTI GALLENTI.

Compagni nel lavoro e nella vita, i (latitanti oggi) Samuel Gatto e Stefania Conti Gallenti per anni hanno promosso - senza avere le necessarie autorizzazioni della Consob ad attività di offerta fuori sede di prodotti finanziari - l'acquisto di oro da investimento presso una società formalmente terza ma di fatto riconducibile a loro, e il contestuale deposito del metallo prezioso presso un'altra delle società coinvolte, facendo in cambio balenare l’appetitosa promessa di un tasso di remunerazione fisso del 4% mensile: cioè l’enormità golosa di un guadagno addirittura del 48% l’anno, asseritamente derivante da investimenti nel settore farmaceutico in realtà mai davvero effettuati.

Tipico «schema Ponzi» (prendere i soldi da un investitore e per un poi pagargli per un po’ di tempo qualche piccolo interesse con i soldi in realtà appena presi da un altro investitore, e via così finché dura la catena), il meccanismo calamitava nuovi potenziali investitori mescolando il classico metodo del passaparola con una aggressiva attività pubblicitaria attraverso eventi promozionali e profili social. In realtà soltanto il 15% dei soldi raccolti veniva impiegato per acquistare oro fisico, mentre il resto «girava» per dare l’impressione che fossero gli interessi remunerativi dei primi clienti aderenti al sistema. Quando troppi clienti iniziavano a chiedere la restituzione del capitale e il ritiro delle rendite teoricamente maturate, per disincentivarlo gli veniva proposto di iscriversi a un'associazione culturale che ai tesserati avrebbe riservato l’accesso privilegiato a vantaggi in una valuta convenzionale spendibile in una rete di esercizi convenzionati della filiera del lusso. Ora, dopo che il giudice Alberto Carboni aveva respinto una prima richiesta di patteggiamenti, la giudice dell’udienza preliminare Rossana Mongiardo ha ratificato la seconda versione (a pene ritoccate in alto) dell’accordo tra gli imputati e i pm Francesca Celle e Giancarla Serafini: patteggiamenti (dunque con lo sconto di un terzo) a 3 anni e 10 mesi per Giorgio Maria Marone, 3 anni e mezzo per Nicola Meneghetti, 3 anni e 3 mesi per Valerio Tirelli, 3 anni e 2 mesi per Moreno Alestra (tutti con l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici), e 2 anni e 11 mesi per Giovanna Piera Deledda. In marzo inizierà il processo ai due latitanti.