Ponte sullo Stretto, arriva una leggina per non rifare la gara
A cosa serve una norma che prescrive di fare quello che già si deve fare? Pare una questione di lana caprina, ma dietro c’è la grande ossessione dei lobbisti del ponte sullo Stretto di Messina: evitare di rifare la gara del 2005 – vinta dal consorzio Eurolink, oggi guidato da Webuild di Pietro Salini – e fatta rinascere da Matteo Salvini tre anni fa.
Dietro questa ossessione gira tutto l’impianto normativo messo in piedi per proteggere il grande affare da 14 miliardi di euro, compreso il decreto Infrastrutture approvato ieri in Consiglio dei ministri. Come ha raccontato il Fatto, in una prima bozza gli uffici ministeriali di Salvini avevano inserito la nomina a commissario per l’opera di Pietro Ciucci, ad della Stretto di Messina spa e uno dei padri del ponte. Si badi bene, non un “commissario straordinario”, cioè dotato di poteri in deroga che di norma giustificano il ricorso a questa figura, ma un mero “coordinatore” per rifare la delibera Cipess che deve approvare il progetto e che a ottobre era stata bocciata dalla Corte dei Conti. Una scelta giuridica apparentemente inspiegabile se non fosse che in quell’articolo Salvini&C. avevano inserito anche due norme che di fatto legavano le mani ai magistrati contabili, impedendo loro di valutare la legittimità di buona parte degli atti della delibera e prevedendo anche uno scudo erariale da possibili contestazioni per “colpa grave”.
Come noto, le due norme sono saltate per i dubbi del Quirinale sulla loro costituzionalità ed è saltato pure il commissario Ciucci. Quel che è rimasto è l’oggetto della domanda iniziale. La norma, in sintesi, prevede che il ministero di Salvini si adoperi per rifare la delibera Cipess venendo incontro ai rilievi della Corte dei Conti. Servirà, per dire, un nuovo passaggio al Consiglio superiore dei lavori pubblici, un parere dell’Authority dei Trasporti sul piano economico tariffario e del Nucleo di esperti tecnici della presidenza del Consiglio (Nars). E poi anche un nuovo rapporto “Iropi”, cioè quello che elenca “gli imperativi motivi di interesse pubblico” che giustificano un’opera che non ha superato la valutazione di incidenza ambientale sulle aree dello Stretto protette da norme europee (l’ultima volta non era stato fatto dal ministero di Salvini, ma da Stretto di Messina…).
Il punto è che non dovrebbe servire una legge per prevedere l’adozione di questi passaggi, che già sono imposti dalla legge, tanto è vero che i magistrati contabili ne contestano l’assenza. La norma arriva perfino a ribadire che la delibera Cipess debba passare al vaglio di legittimità della Corte, cioè quello che è già previsto. Con una differenza, però, e cioè che la delibera è adottata “alla luce” di questa nuova legge. A questo punto sorge il sospetto che si tenti di trasformare quest’ultima nell’unico riferimento normativo valido: eccola l’ossessione. Il principale motivo di bocciatura della CdC è infatti che la decisione di Salvini&Ciucci violerebbe la direttiva Ue sugli appalti, che obbliga a rifare la gara internazionale se i costi superano del 50% quelli originari o l’appalto è modificato in maniera “sostanziale”. Sarebbe la fine della corsa matta e disperata avviata da Salvini. Il ministero sul punto spiega di volersela cavare con “un dialogo strutturato con la Commissione Ue”, cioè con un parere che non ha valore di legge. Tutto è utile pur di non rifare la gara. Forse anche una norma che normi quel che è già normato (e certo, se non basta ci sono sempre gli emendamenti parlamentari…). Fonte: Il Fatto Quotidiano