Le mani di Cosa nostra anche sul piano della banda ultra larga. Al centro dell’indagine il barcellonese Mario Aquilia, condannato per mafia
Non solo il nuovo Ponte sullo stretto, ora la mafia punta dritto anche al grande progetto della transizione digitale finanziato con i fondi del Pnrr e cioè il Piano strategico banda ultra larga(Bul). E’ un inedito assoluto a livello nazionale quello che emerge dall’indagine della Dia di Milano coordinata dal colonnello Giuseppe Furciniti. Ed è un inedito che se pur non coinvolgendole direttamente apre uno squarcio sulle modalità di controllo delle società partecipate dal governo italiano che sono garanti del piano strategico per il paese.
Per quattro anni, infatti, a partire dal 2022 la Semis srl controllata di fatto dal messinese Mario Aquilia, coinvolto nelle operazioni antimafia Pozzo 2 e Gotha, condannato per mafia e per aver favorito il clan di Barcellona Pozzo di Gotto, seppur già interdetta in via definitiva ha incassato 4,5 milioni di lavori da due società, la Telebit spa e la Inpower Group Consorzio Stabile, che a loro volta avevano ricevuto l’appalto dalla non indagata Open Fiber spa, partecipata per il 60% dal ministero dell’Economia e delle Finanze. “Interdittiva antimafia – scrive il pm – che avrebbe dovuto precludere ogni possibilità di partecipare all’esecuzione di opere pubbliche secondo la normativa vigente sugli appalti pubblici. Così non è stato”. E così a finire in amministrazione giudiziaria per un anno da oggi sono Telebit e Inpower dopo una serrata indagine della Dia milanese coordinata dal pm Silvia Bonardi. Alle quali si aggiunge un sequestro preventivo per 1,5 milioni a carico di Mario Aquilia. Ma il dato che inquieta è ben sottolineato dalla Procura di Milano quando spiega che la Siemis il cui titolare è legato alla potente frangia di Cosa nostra della provincia di Messina “lavora sul territorio lombardo e ha rapporti di fornitura e collaborazione con società che operano per conto del governo italiano in appalti pubblici sul territorio nazionale per il posizionamento della fibra ottica”.
Ora, per come ricostruito dall’antimafia, la Infratel Italia spa, partecipata al 100% dal ministero dell’Impresa e del Made in Italy, “ha presentato tre bandi di gara per la costruzione e la gestione in concessione della rete pubblica a banda ultra larga. Tutti e tre i bandi sono stati aggiudicati dalla società Open Fibre spa”, quest’ultima, come detto, controllata dal Mef. Questo general contractor ha così “sub-appaltato i lavori per il Lotto 3 Lombardia alla società Inpower Group, che, a sua volta, si è avvalsa della Semis srl per la materiale esecuzione di alcune opere in numerose cittadine della provincia di Lecco, di Como, di Monza Brianza e di Pavia”.
L’unico espediente adottato da Aquilia è quello di aver intestato l’azienda alla moglie. Un escamotage, l’intestazione fittizia, piuttosto elementare. Annota la Dia: “In questo modo Aquilia ha architettato una schermatura della titolarità dell’impresa, del relativo compendio aziendale e dei profitti generati a seguito dell’impiego della Semis negli appalti pubblici, malgrado la società fosse già destinataria, a partire dal 17 maggio 2022 di un’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Milano”. Le due società sono accusate non penalmente di non aver controllato. Non solo, dal provvedimento della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano emerge che lo stesso Aquilia, vero regista della società, ha avuto interlocuzioni con gli stessi manager di Inpower e Telebit. Tanto che il pm rileva “un’evidente inadeguatezza delle regole cautelari, che con riferimento al rischio di commissione di reati di criminalità organizzata (…). non individuano procedure specifiche. Risulterebbe, altrimenti, del tutto singolare la presenza, tra i fornitori della Inpower della Semis, posto che, il suo effettivo titolare, soggetto, tra l’altro, con cui gli stessi dirigenti della committente hanno intrattenuto rapporti diretti nelle trattative circa la fissazione del prezzo e della tipologia delle prestazioni, risulta condannato per associazione mafiosa”.
Del resto il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico “ha illustrato come le società connesse alla cosca mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto utilizzassero le aziende del Nord come maschera per le proprie società, assumendo sostanzialmente la forma, mentre nella sostanza restavano ditte controllate dai mafiosi”. Fonte: Il Fatto Quotidiano