L’appello di Angela Manca: ”Chiediamo un processo contro chi ha ucciso nostro figlio”
di Karim El Sadi - Non una commemorazione, ma un momento di riflessione civile. Un’occasione in cui il dolore si è fatto strumento di responsabilità e il dialogo ha preso il posto della semplificazione. A 22 anni dalla morte di Attilio Manca, brillante urologo di Barcellona Pozzo di Gotto “suicidato” dalla mafia l’11 febbraio 2004, la famiglia chiede ancora verità e giustizia per individuare i responsabili e per rimuovere per sempre la macchia menzognera - il “suicidio per overdose” - che in troppi hanno gettato sul giovane medico negli anni.
L’incontro, organizzato ieri dall’Associazione Casa Giovani del Sole a Udine, ha riunito voci diverse, partendo da quelle dei familiari, ma unite da un obiettivo comune: la ricerca della verità sulla morte del dottor Manca. A intervenire sono stati Angela Manca Gentile, madre di Attilio, Gianluca Manca, fratello del medico, lo scrittore Luca Grossi - redattore della rivista online ANTIMAFIADuemila e coautore con AngelaManca del libro “Tienimi le mani” (ed. Terra Somnia) - e la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari (collegata online). Il dialogo, moderato da Marco Grilli e ElenaForgiarini, è stato intervallato da interventi artistici a cura di Casa Giovani del Sole, a sottolineare come memoria e impegno civile possano intrecciarsi anche attraverso il linguaggio dell’arte.
Il dolore che diventa impegno
L’urologo siciliano venne trovato senza vita, simulando un suicidio, nel suo appartamento a Viterbo nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004. Per le particolari modalità dell’omicidio, perché di questo si parla, è ormai appurato che il movente della sua eliminazione è legata ai misteri che ruotano attorno alla latitanza del boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano. “Non è che un giorno nostra madre e nostro padre - che oggi non c’è più - abbiano deciso che Attilio fosse morto per mano mafiosa o perché la sua vita si fosse imbattuta in quella di Bernardo Provenzano. Saremmo stati benissimo in un angolo a piangere se fosse stato davvero morto per overdose. Ma non è stato così”, ha affermato il fratello Gianluca, oggi funzionario alla Corte d’Appello di Venezia.
La convinzione della famiglia, ha sottolineato, non nasce da un’intuizione emotiva ma dagli atti processuali che, già nel 2005, restituivano una versione differente rispetto a quella inizialmente prospettata dalle istituzioni. “Dopo la morte di Attilio avevo due scelte - ha ricordato la madre - : rimanere nel guscio e crogiolarmi nel mio dolore, oppure impiegare il mio dolore per aiutare gli altri. Ho scelto questa seconda strada”. Da anni Angela Manca incontra i giovani, racconta, testimonia. Ha trasformato il lutto in responsabilità civile. "Io non odio chi ha ucciso mio figlio. Non provo odio, per me è indifferenza. A me interessa solo verità e giustizia. Sono convinta che arriveranno. Forse non vedrò tutta la giustizia, perché ho un’età. Ma mi basterebbe, prima di morire, vedere un processo per mafia. Mi basterebbe solo questo”.
L’attesa di un nuovo processo
Al centro dell’incontro, la speranza che si possa riaprire un procedimento giudiziario. La Procura di Roma, dopo anni, ha acquisito gli atti della Commissione parlamentare Antimafia della scorsa legislatura e la denuncia dell’avvocato Fabio Repici. Ora si attende che un pubblico ministero si pronunci e possa chiedere un rinvio a giudizio.
Luca Grossi ha raccontato il senso profondo del suo lavoro accanto alla famiglia Manca: “Ho scritto immaginando il dolore della famiglia. Ottenere verità e giustizia in Italia è difficilissimo, soprattutto per le resistenze politiche. È nostro dovere, di noi giornalisti, stare accanto ai giusti e ai familiari di coloro che sono stati assassinati dallo Stato per mezzo della mafia”. Un impegno che, ha ricordato, gli è stato trasmesso anche dal direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni. La speranza per raggiungere il traguardo della verità la custodisce anche l’avvocato Fabio Repici, collegato da remoto.
“La verità sull’omicidio di Attilio Manca è evidente agli occhi di tutti, basta guardare le foto del suo cadavere e leggere alcuni atti giudiziari a partire dal racconto fatto dal collaboratore di giustizia Carmelo d’Amico su chi e come ha deciso e eseguito l’uccisione. Sono fiducioso - ha affermato - che questo 22esimo anno che ci separa dalla morte di Attilio Manca riusciremo a dedicarlo a sviluppi in sede giudiziaria. E riusciremo a dedicare le nostre energie proprio perché finalmente si arrivi a un accertamento ufficiale anche in sede giudiziaria di cosa sia stato l’omicidio di Attilio Manca e quali coinvolgimenti di alto livello abbia avuto”. Secondo Repici, l’omicidio Manca è “stato forse l’ultimo frutto malato della trattativa tra apparati dello Stato e Cosa nostra e la sua vita è stata posta sull’altare della pax mafiosa garantita da Bernardo Provenzano (allora latitante, ndr)”.
Il legale ha ricordato che “siamo in un periodo nero del potere e il neofascismo di governo ogni giorno fa un passo avanti per peggiorare la malferma salute del nostro sistema democratico. Su questo ciascuno di noi come cittadino ha il dovere di resistere. Io mi sento di dire che per fortuna non sempre prevale il nero. La storia di questi ultimi anni ci ha dimostrato che si è arrivati a sentenze irrevocabili su delitti eccellenti a distanza di parecchi decenni. Ci è voluto tempo e sforzi ingiusti e inumani da parte dei familiari delle vittime. Però - ha concluso - la verità è una forza che non può mai essere frenata del tutto e per sempre”.
Il lavoro della Commissione Antimafia
Infine è stato il turno della deputata Stefania Ascari, che proprio ieri, alla Camera, ha ricordato il 22esimo anniversario della scomparsa di Manca. Collegata online, la parlamentare ha rammentato il lavoro svolto nella scorsa legislatura in Commissione Antimafia, insieme alla collega Piera Aiello e alla dott.ssa Federica Fabbretti. Un lavoro approfondito di acquisizione e studio degli atti processuali.
Si è ripartiti dalla relazione di minoranza depositata nella XVII legislatura dalla collega Giulia Sarti. Dopo audizioni di colleghi di Manca, periti e collaboratori di giustizia - alcuni dei quali morti in circostanze poco chiare - la conclusione è stata netta: “Tutti i collaboratori di giustizia hanno parlato di omicidio”.
Una conclusione approvata all’unanimità da tutte le forze politiche. Secondo la relazione, la morte del medico non sarebbe riconducibile a un suicidio o a un’overdose, come inizialmente sostenuto, ma a un omicidio di mafia collegato alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e alla latitanza del boss Bernardo Provenzano.
“Lo scopo di questa relazione - ha spiegato Ascari - è che fosse di stimolo, in sinergia con gli sforzi della magistratura, per andare avanti”.
L’incontro si è chiuso senza retorica, ma con una richiesta precisa: dare dignità al dolore attraverso la verità. Non un rito della memoria, ma un esercizio di coscienza collettiva. E nelle parole di Angela Manca resta il senso più profondo della serata: vedere almeno un processo per mafia, perché la giustizia, anche quando arriva tardi, è l’unica risposta possibile al silenzio.