20 Marzo 2026 Giudiziaria

L’AVV. FABIO REPICI: PERCHE’ DICO NO ALLA RIFORMA CHE STRAVOLGE LA COSTITUZIONE

Di Fabio Repici - Il 2 giugno 1946, insieme al voto che diede allo Stato italiano la forma repubblicana, i cittadini, che uscivano da una dittatura criminale ventennale e dai disastri della seconda guerra mondiale, elessero i componenti dell'Assemblea costituente, ai quali diedero il compito di discutere, redigere e approvare il patto fondativo, la Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore l'1 gennaio 1948.

Com'è noto, la Costituzione si compone di 139 articoli e di diciotto disposizioni transitorie e finali.

Dell'Assemblea costituente furono membri esponenti politici e intellettuali del calibro di Lelio Basso, Piero Calamandrei, Benedetto Croce, Giuseppe Di Vittorio, Giuseppe Dossetti, Luigi Einaudi, Vittorio Foa, Nilde Iotti, Girolamo Li Causi, Emilio Lussu, Teresa Mattei, Lina Merlin, Aldo Moro, Costantino Mortati, Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Umberto Terracini e Ignazio Silone, solo per citarne alcuni.

Imperniata sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) come fondamento della libertà e dell'uguaglianza dei cittadini, la parte della Costituzione relativa al potere giudiziario venne fuori dalla elaborazione che si svolse sulla relazione di Piero Calamandrei (gli altri due relatori sul tema furono Giovanni Leone e Gennaro Patricolo).

Domenica e lunedì prossimi i cittadini voteranno per il referendum confermativo della legge di riforma costituzionale (approvata dal Parlamento il 25 ottobre 2025) che modifica ben sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110), stravolgendo del tutto gli assetti del potere giudiziario (e, conseguentemente, della separazione dei poteri dello Stato) delineati dall'Assemblea costituente.

Questa riforma costituzionale su cui i cittadini sono chiamati a votare (auspicabilmente NO) ha una caratteristica inedita nella pur abbastanza degenere storia politica italiana: il testo della riforma non è di provenienza parlamentare ma appartiene a un disegno di legge presentato dal governo. Non solo: esso è stato votato (ma è meglio dire ratificato) dal Parlamento, nelle quattro deliberazioni (due per la Camera dei Deputati e due per il Senato della Repubblica) necessarie per l'approvazione, senza alcuna modifica del testo governativo, nemmeno una virgola. Non era mai accaduto nella storia repubblicana che la Costituzione venisse cambiata dal governo.

Prima domanda alla quale rispondere: è pensabile che quegli articoli (ben sette) pensati e scritti da Calamandrei, Pertini, Moro, Terracini (e via seguitando) possano essere stati migliorati da una riforma pensata (ma il termine pare eccessivo) da politici, intellettuali e giuristi del calibro di Meloni, Tajani, Salvini, Nordio, Lollobrigida, Santanché (e via seguitando), per non parlare dei sottosegretari (categoria che vede presenti eccellenze del livello della ex amante del capomafia di Messina o della figlia dell'ideologo della strategia della tensione)? La risposta è un evidente NO. Per chi  preferisse i lollobrigidi a Calamandrei e Pertini ci sarebbe solo da chiamare la neuro.

Gli esponenti del governo e della maggioranza parlamentare hanno affermato in modo netto che la riforma servirebbe a porre fine ai mali della giustizia e alle nefandezze della magistratura politicizzata.

Ora, la cosa sconvolgente è che fra gli ideatori della riforma ci sono il ministro Carlo Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e la capo di gabinetto del ministro della giustizia Giusi Bartolozzi. Si tratta di tre magistrati, cioè proprio i rappresentanti della peggiore magistratura politicizzata. Quindi, può dirsi che questa riforma vada contro la magistratura politicizzata? La risposta è NO, questa riforma è fatta (anche) dalla magistratura politicizzata.

Quanto al preteso miglior funzionamento della giustizia come conseguenza della riforma, si tratta di una teoria meno sensata di quella secondo cui gli asini volano. Non c'è una sola causa civile o un solo processo penale che andrebbe meglio, nel caso di entrata in vigore della riforma. Eppure, la presidente del consiglio Giorgia Meloni il 25 ottobre 2025, giorno dell'approvazione finale in Parlamento, ha dichiarato proprio così: «la riforma che introduce la separazione delle carriere dei magistrati rappresenta un'occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta». La risposta corretta le è arrivata dalla senatrice Giulia Bongiorno (che notoriamente è un'avvocata, non una diplomata all'istituto alberghiero): «Ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull'efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare a una cosa del genere». Ecco, magari la senatrice Bongiorno non pensava che l'ignorante in questione fosse la presidentedel consiglio che lei stessa e il suo partito (Lega) sostengono.

Non c'è dubbio che il punto centrale della riforma sia la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Si sostiene che finché giudici e pubblici ministeri faranno parte dell'unico ordine giudiziario i giudici saranno sudditi dei pubblici ministeri e tenderanno sempre ad accoglierne le richieste (va da sé, anche quelle ingiuste: voglio sperare che perfino per i sostenitori della riforma qualche richiesta giusta qualche pubblico ministero riesca a farla). Al riguardo, per capire che non è così,basterebbe pensare a due processi celebrati nei confronti di due esponenti del governo. Quello a carico del ministro Salvini ha visto i pubblici ministeri chiederne la condanna a sei anni di reclusione per i reati di sequestro di persona e omissione di atti d'ufficio. Il tribunale di Palermo però ha assolto il ministro Salvini. I pubblici ministeri legittimamente hanno poi impugnato l'assoluzione ma la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso. Nel processo a carico del sottosegretario Andrea Delmastro le cose sono andate al contrario. Lì i pubblici ministeri avevano chiesto l'archiviazione ma il giudice delle indagini preliminari aveva rigettato la richiesta e ordinato ai pubblici ministeri di chiedere il rinvio a giudizio. In udienza preliminare i pubblici ministeri avevano chiesto il proscioglimento del sottosegretario ma il giudice lo aveva rinviato a giudizio. A dibattimento i pubblici ministeri hanno chiesto l'assoluzione ma il Tribunale di Roma ha condannato Delmastro alla pena di otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d'ufficio. Delmastro ovviamente ha proposto appello e quindi la domanda sorge spontanea: ma poiché, anche dopo l'eventuale entrata in vigore della riforma, i giudici del secondo grado continueranno a essere colleghi dei giudici del primo grado, secondo il pensiero (diciamo) governativo ci sarebbe il rischio di conferme delle sentenze per sudditanza da colleganza e ci vorrebbe dunque la separazione delle carriere pure fra giudici di primo grado, giudici di appello e giudici di cassazione? In caso contrario, invece, perché l'unicità delle carriere implicherebbe la sudditanza nei confronti dei pubblici ministeri e non invece nei confronti dei giudici di primo grado? Nessun chiarimento è giunto sul punto dai giureconsulti governativi.

Ma su questo punto la risposta più tranciante e demolitiva è arrivata dal più autorevole avvocato degli ultimi decenni, il professor Franco Coppi: «Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno da questa separazione. Vorrei che mi si dicesse “uno, due, tre, quattro”, come conseguenze dirette. Io ormai ho una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pubblico ministero».

Del resto, pure la mia ben più modesta esperienza mi ha insegnato che l'«appiattimento» dei giudici sui pubblici ministeri come conseguenza della comune appartenenza all'unico ordine giudiziario è una menzogna. Basti pensare a due procedimenti sulla strage di via D'Amelio, nei quali ho assistito Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso il 19 luglio 1992.

Nel processo Borsellino quater i pubblici ministeri chiesero alla Corte di assise la condanna del falso pentito Vincenzo Scarantino sostenendo che il depistaggio su via D'Amelio fosse esclusiva opera sua. Insieme ai pubblici ministeri, tutte le parti civili chiesero la condanna di Scarantino. Tutte tranne una, per l'appunto Salvatore Borsellino difeso da me. La Corte di assise decise che Scarantino era stato determinato a rendere le dichiarazioni depistanti dal gruppo della Polizia di Stato diretto da Arnaldo La Barbera, così prosciogliendo Scarantino per prescrizione e trasmettendo gli atti alla Procura perché procedesse contro i poliziotti. La Procura in precedenza aveva archiviato il procedimento a carico dei poliziotti, perché, per l'appunto, il capro espiatorio doveva essere Scarantino. La decisione difforme dei giudici a quel punto costrinse i pubblici ministeri ad avviare il processo a carico dei poliziotti guidati da La Barbera (nel frattempo deceduto).

E poi c'è la cronaca attuale. La Procura della Repubblica di Caltanissetta aveva chiesto l'archiviazione del procedimento allo stato contro ignoti sui mandanti occulti della strage di via D'Amelio, nel quale, insieme alle possibili responsabilità di infedeli rappresentanti istituzionali, si discute del possibile coinvolgimento nella strage, in appoggio a Cosa Nostra, dell'eversione neofascista (che agli apparati deviati dello Stato è legata fin dalla strage di Portella della Ginestra). Bene, anche in questo procedimento Salvatore Borsellino è stata l'unica persona offesa dal reato a opporsi alla richiesta di archiviazione dei pubblici ministeri. È finita che la Giudice per le indagini preliminari Graziella Luparello il 19 dicembre 2025 ha rigettato, come chiedevamo noi, la richiesta di archiviazione e ha ordinato nuove indagini. Per tutta risposta i pubblici ministeri hanno proposto un allucinante ricorso per cassazione sostenendo l'abnormità dell'ordinanza che ha rigettato la richiesta di archiviazione e ha disposto l'espletamento di ulteriori indagini, come noi avevamo richiesto. Alla faccia dell'appiattimento! Poi uno legge la dettagliatissima ordinanza della Giudice, che ha invitato, nella individuazione delle cause delle stragi, ad «abbandonare qualunque approccio “mistico” o dogmatico alla questione “mafia-appalti”» e all'improvviso capisce come e perché la maggioranza governativa in Commissione antimafia abbia fatto encomi solenni al capo della Procura della Repubblica di Caltanissetta in occasione di due sue imbarazzanti audizioni. Basti leggere al riguardo i commenti estasiati di Maurizio Gasparri, con rispetto parlando.

E allora ci si chiede: ma quindi la maggioranza di governo sta con i pubblici ministeri, quando conviene? E, dunque, che c'entrano le fregnacce sulla separazione delle carriere e l'appiattimento dei giudici sui desiderata dei pubblici ministeri? Sono tutti orpelli della grande impostura, giacché l'obiettivo di questa riforma è una rappresaglia nazista contro il controllo di legalità demandato dalla Costituzione e dalle leggi alla magistratura.

D'altro canto, occorrerebbe riflettere su un dato che perfino un seguace di Gasparri capirebbe: un giudice che emettesse un provvedimento ingiusto solo per favorire il “collega” pubblico ministero, avrebbe commesso il reato di abuso d'ufficio. Fino alla approvazione della legge numero 114 del 9 agosto 2024, però, quando l'abuso d'ufficio è stato cancellato dal codice penale dalla maggioranza governativa, con tanto di festeggiamenti di tutti i sostenitori di questa sciagurata riforma costituzionale. Allora, è evidente che questa riforma costituzionale, che mira a stravolgere la Costituzione lasciataci da Calamandrei e Pertini e tutti quegli altri e quelle altre, mira a raggiungere solo una cosa: l'impunità dei crimini del potere.

Cosa che gli esponenti del governo e della maggioranza parlamentare, per portarsi avanti col lavoro, hanno già iniziato a praticare, occupandosi di garantirsi la propria, di impunità.

Infatti, quando il criminale libico Almasri – assassino, stupratore di minori, torturatore: insomma una perfetta vittima del preteso giustizialismo – è stato catturato dalla polizia a Torino in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (vincolante per l'Italia) per crimini internazionali, il governo italiano si è reso responsabile della sua scarcerazione e lo ha rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato. Un avvocato degno di questo nome, Luigi Li Gotti, denunciò i reati commessi dalla presidente Meloni, dal sottosegretario Mantovano e dai ministri Piantedosi e Nordio. Al termine dell'istruttoria prevista per i reati commessi da esponenti del governo, il Tribunale dei ministri di Roma ha chiesto alla Camera l'autorizzazione a procedere nei confronti di Mantovano, Piantedosi e Nordio (per la Meloni gli stessi giudici avevano disposto l'archiviazione) per i reati di favoreggiamento (l'aiuto dato al criminale libico per sfuggire al mandato di cattura della Corte penale internazionale) e di peculato (per il volo di Stato gentilmente offerto al criminale libico per tornare in patria, accolto con tanto di festeggiamenti davanti all'aereo con la bandiera italiana), i deputati della maggioranza di governo l'hanno negata, concedendo così l'impunità ai due ministri e al sottosegretario. Com'è finita? Anche se pochi lo sanno, in piena campagna referendaria, il 26 gennaio 2026 l'Italia è stata deferita all'Assemblea degli Stati della Corte penale internazionale per la mancata consegna del criminale libico.

A chi potesse ancora avere dubbi su quali siano gli obiettivi della riforma della giustizia basta leggere le dichiarazioni di importanti esponenti del governo e della maggioranza parlamentare a sostegno del sì.

Giorgia Meloni: in caso di vittoria del no «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria, figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco». Quando ho sentito quelle parole della presidente del consiglio ho pensato d'impeto che forse avesse davvero ragione Giulia Bongiorno. Ma subito mi sono corretto: altro che deficiente, Giorgia Meloni sta conducendo una campagna referendaria con una disonestà intellettuale che mi ha fatto rivalutare in un sol colpo perfino Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi.

Carlo Nordio: «ritengo che casi come Garlasco, dopo la riforma che faremo, non ce ne dovrebbero più essere». Ora, l'omicidio della giovane Chiara Poggi è uno di quei casi giudiziari fra i più dimostrativi dell'assenza di alcuna dipendenza dei giudici dai pubblici ministeri. Ci furono pubblici ministeri convinti della responsabilità dell'ex fidanzato Alberto Stasi e giudici che lo assolsero, finché, dopo alterne decisioni nei vari gradi di giudizio, Alberto Stasi è stato condannato con sentenza irrevocabile. Oggi, come sappiamo, per quello stesso omicidio altri pubblici ministeri stanno indagando su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, nell'ipotesi che sia lui l'assassino e Alberto Stasi sia innocente. Mi chiedo: per il ministro Nordio non doveva arrivarsi alla condanna di Stasi o non dovrebbe ora essere svolta alcuna indagine su Sempio? Mi viene il sospetto che il ministro avrebbe preferito che l'omicidio di Chiara Poggi rimanesse senza colpevoli e però non può dirlo. Giusto per confermare che la separazione delle carriere c'entra come i cavoli a merenda.

Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio: «Votate sì che ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». Considerato che la dottoressa Bartolozzi è una magistrata temporaneamente fuori ruolo, verrebbe da pensare che la sua sia una dichiarazione suicida. Sennonché forse il punto è un altro. La dottoressa Bartolozzi è indagata per false dichiarazioni al pm sui reati per i quali i ministri Nordio e Piantedosi e il segretario Mantovano hanno ottenuto l'immunità dal Parlamento. Tuttavia la dottoressa Bartolozzi non è ministra né sottosegretaria e quindi non gode di impunità. Il rischio è che finisca sotto processo. E così lei stessa ha spiegato tutto con una dichiarazione di strabiliante sincerità, seppure confondendo il referendum con il suo eventuale processo: «io ho un'inchiesta in corso. Io scapperò da questo paese». Praticamente un preavviso di latitanza.

Almeno al deputato Aldo Mattia, deputato compagno di partito di Giorgia Meloni, va riconosciuta la trasparenza: «Avete gli argomenti per poter discutere, ma se non dovesse servire utilizzate anche il solito sistema clientelare. Non ci credi? Beh, fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest'altra questione, perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia».

Insomma, non occorre molto per capire che è perfino superfluo discutere del merito della riforma, perché l'idea che l'ha generata, quella dell'impunità del potere, è sostanzialmente eversiva.

Non a caso, uno dei punti qualificanti del Piano di rinascita democratica del capo della loggia P2 Licio Gelli recitava: «separare le carriere requirente e giudicante». Parole profetiche, alla fine recepite dalla riforma costituzionale sottoposta al voto referendario di domenica e lunedì prossimi. Ma per il ministro Nordio è un crimine ricordare che la separazione delle carriere da lui voluta è l'attuazione del progetto di Licio Gelli. Al Procuratore generale di Napoli Aldo Policastro, che per l'appunto ricordò il copyright gelliano sulla riforma costituzionale approvata dalla maggioranza governativa, il ministro Nordio (non si sa se dopo aver bevuto un bicchierino di troppo) così si è rivolto: «Quel magistrato ha il mio massimo disprezzo. Non gli stringerei mai la mano, dovrei usare il disinfettante».

Essendo questo il livello dei sostenitori della riforma, non ha sorpreso l'uscita del vero e proprio intellettuale di riferimento della maggioranza di governo, Flavio Briatore, che ha invitato i cittadini a votare sì, dicendosi perseguitato dai magistrati che gli  sequestrarono – ça va sans dire, ingiustamente – lo yacht Force Blue.

A fronte di tutto questo rigoglio intellettuale dei sostenitori del sì al referendum, vorrà pur dire qualcosa se 117 professori di diritto costituzionale hanno preso pubblicamente posizione per il NO? Non si tratta di magistrati, e nemmeno di politici. Si tratta della quasi totalità degli studiosi italiani della Costituzione. Si può preferire, alla loro opinione meditata, quella di Nordio, Meloni, Gasparri o Lollobrigida? Direi proprio di NO.

Peraltro, i sostenitori della riforma non sono riusciti a soddisfare una curiosità. Se in vigenza dell'unicità delle carriere, per effetto della colleganza, i giudici sarebbero sdraiati sui pubblici ministeri, noi avvocati dovremmo vincere a mani basse i processi che si svolgono davanti a giudici onorari, cioè avvocati che svolgono le funzioni di giudice. Eppure questo non succede.

Ma, poi, come non sorridere nel vedere che fra i principali esponenti del fronte del sì c'è addirittura il campione della magistratura politicizzata, Luca Palamara? Vero, quand'era presidente dell'Anm Palamara si esprimeva diversamente, ma questo difetto di coerenza lo mette al pari di altri due campioni del sì ex magistrati: proprio il ministro Nordio e il sottosegretario Mantovano.

Alla fine, è bene parlare anche del merito di questa riforma, per quanto il contesto politico dovrebbe già da solo spingerci di corsa a votare NO.

I “riformatori” sostengono che la creazione di due carriere separate fra i giudici e i pubblici ministeri sia il presupposto indefettibile per una giustizia giusta, in ragione del famoso appiattimento derivante dalla colleganza. Ma prima si dovrebbe provare a capire se il ruolo dei giudici e quello dei pubblici ministeri nel processo penale (perché solo di questo si tratta) sia in entrambi i casi attività giurisdizionale oppure no. Io fui chiamato a rifletterci sopra oltre trent'anni fa, per la mia tesi di laurea. E ho la fortuna di non aver cambiato idea. Se fosse vero che cambiare idea (più spesso, cambiare bandiera) è segno di intelligenza, vorrebbe dire che sono proprio limitato. Il procedimento penale nasce dall'iscrizione della notizia di reato. Nessuna ha dubbi che sia attività che oggi e sempre sarà demandata al pubblico ministero. Io penso che sia un atto giurisdizionale, che la giurisdizione penale inizi esattamente da lì. E che quindi il pubblico ministero, dall'iscrizione della notizia di reato a seguire, svolga attività giurisdizionale. Ora, fin dai rudimenti di educazione civica che si apprendono alla scuola elementare si sa che i poteri dello stato sono tre: legislativo (esercitato dal Parlamento), esecutivo (esercitato dal governo) e giudiziario (esercitato dalla magistratura). Naturalmente solo un cretino può credere che nella realtà dei fatti l'esercizio di quei tre poteri avvenga sempre nel modo migliore. Ogni attività è sottoposta ai limiti dell'umano.

Il fatto che il Parlamento (nella specie, la Camera dei deputati) nel 2010, per puro servilismo nei confronti delle esigenze impunitarie di Silvio Berlusconi, votò una mozione secondo cui una prostituta minorenne marocchina fosse la nipote del dittatore egiziano Mubarak (leggete i nomi dei responsabili di quella infamia: troverete quelli di Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Guido Crosetto, Giancarlo Pittelli, Fabrizio Cicchitto, Alfredo Mantovano, Tommaso Foti e tanti altri, che in quel momento praticarono la separazione fra le proprie capacità cerebrali e il loro essere servi di Silvio Berlusconi) non fa pensare a nessuno che il ruolo del Parlamento debba essere stravolto.

Il fatto che nel 2025 un criminale libico sia stato sottratto dal governo alla Corte penale internazionale per motivi inconfessabili e inconfessati non porta nessuno a credere che l'istituzione governativa debba essere abbattuta.

Il fatto che quarant'anni fa Enzo Tortora sia stato condannato in primo grado oppure (vogliamo pensare ogni tanto anche al ruolo delle vittime nel processo penale, cosa che i fautori del sì escludono in radice?) che per la strage neofascista di Piazza Fontana nessuno sia stato condannato oppure (per venire alle nostre parti) che giusto trentasei anni fa gli assassini di Graziella Campagna furono prosciolti (non essendo al tempo a Messina stata fissata la separazione fra certi magistrati e la masseria del boss mafioso Santo Sfameni) non sono certo motivi che possono indurre a voler colpire la magistratura. In quei casi, cosa c'entrava la separazione delle carriere? Nulla, come ogni persona onesta e senziente può comprendere.

Estromettere i pubblici ministeri dall'unico ordine giudiziario, però, avrà una conseguenza necessitata. È un fatto che, in pressoché tutte le nazioni nelle quali esiste la separazione delle carriere, il pubblico ministero è subordinato al governo. Accadrebbe la stessa cosa anche in Italia: i pubblici ministeri non eserciterebbero più il potere giudiziario ma il potere esecutivo; come avvocati dell'accusa, sarebbero funzionari del ministero della polizia. Con quali conseguenze, è facile capire, esattamente quelle volute dai fautori della riforma: l'impunità per i crimini del potere e la repressione in sede giudiziaria di ogni forma di opposizione sociale. Non si dica che siano solo solo paure futuribili e astratte. Con il testo della riforma, separati i pubblici ministeri dai giudici, rimane l'art. 101, che, recitando che esclusivamente «i giudici sono soggetti soltanto alla legge», determinerà che i pubblici ministeri saranno soggetti al potere esecutivo. Del resto, se i poteri dello Stato sono solo quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario, separandoli dall'unico ordine giudiziario da qualche parte i pubblici ministeri dovranno pur finire e inevitabilmente finiranno sotto il potere esecutivo. È auspicabile che i pubblici ministeri finiscano agli ordini del governo? L'unica risposta possibile è NO.

Separando i pubblici ministeri dai giudici, i riformatori hanno disposto che il Consiglio superiore della magistratura non potesse rimanere immutato. Ecco che ci saranno un Consiglio superiore per la magistratura giudicante (i giudici) e uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri). E qui, nel definire la composizione dei due Consigli superiori, i riformatori sono riusciti in un capolavoro impensabile, frutto del loro analfabetismo costituzionale: approvare una norma costituzionale contraria alla Costituzione. È possibile l'incostituzionalità di una norma costituzionale? Sì, come stabilito dalla Corte Costituzionale (cioè il giudice delle leggi): «La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art. 139 Cost.), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all'essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana» (sentenza n. 1146 del 1988).

Fra questi principi supremi ci sono sicuramente il principio di uguaglianza e il principio di ragionevolezza (al netto di Gasparri e Lollobrigida), tutelati dall'art. 3 della Costituzione. Bene, la riforma oggetto del referendum di domenica e lunedì prossimi prevede che i componenti togati (magistrati) dei due nuovi consigli superiori della magistratura saranno scelti attraverso un sorteggio puro, mentre per i componenti laici (professori universitari e avvocati con una certa anzianità) il sorteggio sarà una presa in giro perché verrà effettuato fra un gruppo di candidati prescelti dalla maggioranza parlamentare, cioè scelti dal governo di turno. Come si fa a giustificare il sorteggio puro per i magistrati e il sorteggio taroccato per i membri laici? Mistero.

Non soddisfatti, gli ignoranti che hanno scritto la riforma costituzionale in discussione hanno prodotto un'altra norma costituzionale. Fino a oggi gli illeciti disciplinari dei magistrati sono giudicati dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. La riforma sottrarrebbe la potestà disciplinare ai Consigli superiori separati per attribuirla alla Alta Corte disciplinare. Composta con il sistema illecito del sorteggio puro per i membri estratti fra i magistrati con una certa anzianità e il sorteggio taroccato per i membri prescelti dalla maggioranza parlamentare, le decisioni della Alta Corte disciplinare potranno essere impugnate, ma solo in un modo folle e contrario alla Costituzione. Fino a oggi contro le sentenze della sezione disciplinare del Csm è previsto il ricorso alla Corte di cassazione. Con la riforma, contro le sentenze della Alta Corte disciplinare «è ammessa impugnazione soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte», seppure in diversa composizione. Quindi, i colleghi della Alta Corte deciderebbero come giudici di appello sulle sentenze degli stessi colleghi della Alta Corte. Qui il problema della separazione la maggioranza parlamentare non se l'è posto. Ma c'è un però, una violazione dei principi supremi della Costituzione grande quanto una casa. Infatti, secondo l'art. 111 della Costituzione, rimasto intatto, contro ogni sentenza deve essere previsto «ricorso in Cassazione per violazione di legge». L'unica eccezione è prevista «per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra». Cosicché i magistrati (giudicanti o requirenti indifferentemente: per i riformatori davanti all'Alta Corte non esiste separazione delle carriere degli incolpati!), a differenza di tutti gli altri cittadini, saranno privati della garanzia di ricorrere davanti alla Corte di cassazione per violazione di legge. Una norma che sembra uscita fuori dalla “Fattoria degli animali”, eppure è prevista dalla sciagurata riforma partorita dal governo.

Per non dire di un altro colpo di classe dei fautori della riforma. Come detto, la responsabilità disciplinare dei magistrati sarà decisa dalla Alta Corte disciplinare. Ma questi riformatori della mutua si sono dimenticati di modificare in modo coerente l'art. 107 della Costituzione. Infatti, è stata aggiunta solo la parola «rispettivo», per il resto continuerà a recitare così: «I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio superiore della magistratura». Pertanto, le più gravi sanzioni disciplinari, come ad esempio la sospensione dal servizio o il trasferimento in via cautelare, non potranno essere prese dall'Alta Corte disciplinare. E così i campioni della riforma sono riusciti ad approvare perfino una riforma che non può essere applicata.

Tornando alla separazione delle carriere, un'ultima riflessione andrebbe fatta. Come sanno tutti gli avvocati, i migliori giudici sono i magistrati che hanno svolto anche le funzioni di pubblico ministero e i migliori pubblici ministeri sono i magistrati che hanno svolto anche le funzioni di giudice. Si pensi a Paolo Borsellino: fino a quarant'anni fece il giudice civile; a quell'età si convertì in giudice penale; a quarantasei anni divenne pubblico ministero. Anche grazie a quella multiforme esperienza divenne il grande magistrato che fu. Borsellino come tanti altri. Con la riforma non si potrà più: il livello dei giudici si abbasserà e lo stesso avverrà per i pubblici ministeri, fino a quando, in breve tempo, essi diventeranno accusatori governativi.

Insomma, questa riforma è davvero uno scempio. L'unico strumento a disposizione dei cittadini che hanno cara la Costituzione di Calamandrei e Moro e Pertini (e di tutti gli altri), per non farla diventare la Costituzione di Meloni e Nordio e Mantovano e Lollobrigida, è andare a votare un gigantesco NO domenica e lunedì prossimi.