2 Aprile 2026 Giudiziaria

15 condanne per 100 anni di carcere. La gestione degli Ofria dei beni confiscati. Pene pesanti inflitte dal gup Alessandra Di Fresco nell’udienza preliminare con il rito abbreviato

Si è concluso con 15 condanne, per un totale di oltre 100 anni di carcere, e una assoluzione, il processo di primo grado sulla gestione della ditta “Bellinvia” di Barcellona Pozzo di Gotto che era stata confiscata alla famiglia mafiosa degli Ofria ma continuava ad essere “cosa loro” con la complicità dell’amministratore giudiziario. La sentenza emessa nella mattinata di ieri è della gup di Messina, Alessandra Di Fresco, nel giudizio che si è svolto con le forme del rito abbreviato. Le pene più elevate sono state disposte nei confronti di Domenico Ofria, condannato a 15 anni e 2 mesi, Giuseppe Ofria a 14 anni, un mese e 10 giorni e Salvatore Ofria a 16 anni e 4 mesi.

Le altre condanne: Giuseppe Accetta 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Luisella Alesci 9 anni e 20 giorni; Salvatore Crinò 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Antonino Natale De Pasquale 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Francesca Tiziana Foti 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Angelo Munafò 9 anni 4 mesi e 20 giorni; Antonino Ofria 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Carmelo Ofria 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Andrea Fabio Salvo 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Paolo Salvo 8 anni e 10 mesi; Francesco Siracusa 2 anni e 8 mesi; Salvatore Scarpaci 2 anni e 8 mesi. L’unica assoluzione decisa dalla gup Di Fresco ha riguardato Chiara Ofria, che è stata scagionata dalle accuse con la formula “perché il fatto non sussiste”.

Gli Ofria secondo la Procura di Messina continuavano a gestire nell’ombra anche dopo la confisca la storica azienda di rottamazione, ricambi auto e smaltimento di rifiuti, anche speciali, nata nel 1980 e intestata “Bellinvia Carmela”, la madre dei fratelli Ofria, Salvatore e Domenico. Con la complicità dell’amministratore giudiziario, il commercialista catanese Salvatore Virgillito, che adesso è accusato di concorso esterno all’associazione mafiosa e peculato aggravato da finalità mafiose (è a processo in un altro troncone a Barcellona, n.d.r.).

Tra i reati contestati in questa vicenda l’estorsione, la violazione della pubblica custodia di cose e la sottrazione di beni sottoposti a sequestro, commessi con l’aggravante del metodo e della finalità mafiosi. Secondo le indagini della Mobile di Messina, del Servizio centrale operativo della Polizia e del commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto - coordinate all’epoca dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio -, è emersa in maniera chiara la “riconducibilità” anche in tempi molto recenti dell’impresa degli Ofria, che opera fin dal 1980 nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, di rifiuti speciali e nella demolizione dei veicoli, con sede a Barcellona, ad un esponente della famiglia mafiosa. In questo caso il boss Salvatore Ofria, oggi detenuto in regime di “41 bis”, che in passato ha fatto parte del “direttorio” di Cosa nostra barcellonese, e anche ai suoi familiari. Questo nonostante l’impresa fosse confiscata e affidata ad un amministratore giudiziario fin dal 2011. Ha retto pienamente anche in Cassazione l’impianto accusatorio dell’inchiesta.

L’11 dicembre scorso era stato lo stesso procuratore capo Antonio D’Amato ad aprire la requisitoria, accanto ai tre sostituti che hanno sostenuto l’accusa, Antonella Fradà, Francesco Massara e Fabrizio Monaco. Il procuratore D’Amato aveva trattato all’inizio la parte che riguarda la sussistenza del reato associativo mafioso, poi i sostituti avevano formulato sedici richieste di condanna parecchio dure, anche fino a vent’anni di carcere.

La gup Di Fresco ieri ha condannato tutti gli imputati che hanno subito pene al risarcimento, da liquidarsi in separata sede, alla parte civile costituita, l’associazione antimafia Rita Atria che, in una nota, ribadisce come «l’assenza dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati» nel processo «rappresenta un grave danno politico e un segnale di estrema gravità rispetto al sistema delle confische», perché così si «determina un messaggio distorto e pericoloso: o la mafia o nessuno».

L’associazione antimafia Rita Atria annuncia che «nelle prossime settimane intende presentare ulteriori esposti per approfondire alcune dinamiche emerse nel procedimento e sollecitare gli organi competenti a verificare che altri beni confiscati non risultino ancora occupati o gestiti da soggetti non aventi diritto, al fine di salvaguardare il valore sostanziale e simbolico della confisca e impedirne lo svuotamento».

“Un sentito e profondo ringraziamento – conclude la nota – va agli avvocati Valentino Gullino, del foro di Messina, e Goffredo D’Antona, del foro di Catania, il cui lavoro ha reso possibile questo risultato, contribuendo in modo determinante ad affermare, anche in sede processuale, il principio che i beni sottratti alla mafia devono tornare realmente alla collettività e non rimanere, neppure indirettamente, nella disponibilità dei contesti criminali”.