23 Aprile 2026 Giudiziaria

Il duplice omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta: L’imprenditore messinese Vincenzo Vinciullo rinviato a giudizio. E’ accusato di essere stato il ‘negoziatore’ della tangente mafiosa

di EDG - Aldo Ercolano è stato rinviato a giudizio per il duplice omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta avvenuto il 31 ottobre 1990 alla zona industriale di Catania.

La decisione è appena arrivata: la giudice per le udienze preliminari Carla Aurora Valenti ha accolto la richiesta del procuratore generale Carmelo Zuccaro e dei sostituti Pg Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci, già procuratore aggiunto a Messina.

Il nipote del defunto Nitto Santapaola e killer del giornalista Pippo Fava è ritenuto il mandante del delitto: i due uomini sarebbero stati uccisi per il rifiuto di cedere alle richieste di pizzo da parte di Cosa Nostra.

Sono stati rinviati a giudizio anche gli altri quattro imputati accusati di estorsione aggravatadall’avere favorito Cosa nostra, reato contestato anche ad Ercolano. Sono l'anziano costruttore Vincenzo Vinciullo (nella foto), messinese, Antonio Alfio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco.

Le indagini che hanno portato a questo risultato processuale dopo oltre 35 anni sono state avocate dalla procura generale e condotte dalla Dia e dal Nucleo Pg interforze.

L'inchiesta in questi decenni infatti è stata oggetto di diverse istanze di archiviazione a cui i figli di Francesco Vecchio, con gli avvocati Enzo Mellia e Giuseppe Lo Faro, e la figlia di Rovetta si sono sempre opposti.

Si terrà il 7 luglio davanti alla quarta sezione penale della Corte d’assise di Catania la prima udienza del processo. Ercolano è ritenuto «l'ideatore e l'organizzatore», in concorso con ignoti, dell’agguato. Al boss di Cosa Nostra - l'unico della famiglia di sangue a non essere al 41bis -  si contesta di avere agito «con premeditazione» e anche «le aggravanti dei motivi abbietti e futili, per garantire il predomino nel territorio catanese e i vantaggi economici alla famiglia catanese di Cosa Nostra, ma anche di assicurarsi il profitto dell’estorsione alle Acciaiere Megara che poi è partita (e pagata come ammesso dai vertici di Alfa Acciai di Brescia, ndr) da gennaio 1991». Aldo Ercolano, con il padre defunto Pippo, avrebbe avuto il ruolo di mandante della tangente mafiosa, Greco, invece, di organizzatore, Tusa e Motta di esattori e Vincenzo Vinciullo (il cui nome è anche nei pizzini trovati nel covo di Bernardo Provenzano) di negoziatore. L’estorsione sarebbe stata commessa in concorso con esponenti di spicco di Cosa nostra, che sono tutti morti: Provenzano, Pippo Ercolano, Nicolò Greco, Lucio Tusa e Luigi Ilardo. Quest'ultimo è l'infiltrato della mafia, fonte Oriente, per conto del Ros che è stato ucciso nel 1996 poco prima di entrare nel programma di collaborazione con la giustizia.

I vertici di Alfa Acciai di Brescia, che sono indicati come parti offese nell’inchiesta, sarebbero stati costretti a versare dal 1991 in più tranche la somma di un miliardo delle vecchie lire a Cosa nostra di Catania, Caltanissetta e Palermo.

Dall’inchiesta emerge anche il ruolo chiave dell’allora Cavaliere del Lavoro Carmelo Costanzo, deceduto nell’aprile del 1990. I suoi noti legami con il sodalizio mafioso diretto da Santapaola e Ercolano gli avevano permesso di interporsi tra l’amministrazione dell’epoca della Megara, bloccando le richieste di pizzo. Il motivo? Costanzo "voleva acquistare dall’azienda, a prezzi di particolare favore, dei tondini in ferro per la sua attività di imprenditore edile". Ercolano, secondo la ricostruzione della Procura generale, "con particolare insistenza e avidità aveva cercato di assumere il controllo della Megara come socio occulto o quanto meno di estorcerne rilevanti profitti dopo che era venuto meno lo 'schermo' del Costanzo".

Zuccaro ha sottolineato che questi risultati investigativi sono stati possibili non solo per l’impegno e l’acume dei magistrati, ma anche per lo "straordinario lavoro svolto dalla squadra investigativa composta da alcuni componenti della Dia di Catania e dai due addetti al Nucleo interforze". Gli investigatori hanno dovuto riesaminare l’ingente materiale accumulato nel corso degli anni, estrapolando dati mai analizzati prima nella giusta prospettiva.

IL RUOLO DELL'IMPRENDITORE MESSINESE VINCIULLO.

Un pagamento per cui l'imprenditore Vincenzo Vinciullo, 82 anni, avrebbe svolto un ruolo 'di negoziatore' tra i vertici della Megara, passata sotto il controllo della bresciana Alfa Acciaia, e i vertici provinciali di Cosa nostra di Palermo, Caltanissetta e Catania. Nei confronti di Vinciullo, a luglio dello scorso anno, è stata effettuata una perquisizione nell'appartamento di Messina, eseguita dalla Dia e dal nucleo di polizia giudiziaria interforze della procura generale di Catania. Vinciullo, aveva svolto in passato il ruolo di agente della Megara, oggi denominata Acciaierie Sicilia. Il nome di Vinciullo è contenuto nell'informativa 'Grande Oriente', una vasta indagine della Dia e dei Ros, sulla famiglia di Cosa nostra di Caltanissetta, basata sulle dichiarazioni dell'infiltrato Luigi Ilardo, ucciso dalla mafia a Catania, e nella corrispondenza su 'pizzino' che il capomafia Bernardo Provenzano riceveva e inviava tramite Simone Castello.

CHI E'

“Il Vinciullo risulta godere a Messina fama di solidissimo imprenditore ed appare in grado di gestire, mediante i suoi saldi legami con la famiglia Sfameni e con Michelangelo Alfano, affari di rilevante portata nei quali l’autorità giudiziaria messinese sospetta l’inserimento di pesanti interessi di tipo mafioso”, scriveva nel 2006, nella relazione sulla mafia nel messinese, l'allora presidente della commissione parlamentare antimafia, Roberto Centaro. “In particolare, dalle informazioni fornite dalla D.D.A. di Messina risulta che Vinciullo sia stato indicato nominativamente addirittura da Bernardo Provenzano in persona a Luigi Ilardo, cugino del boss Piddu Madonia, nella corrispondenza fra i due che costituisce oggetto dell’informativa ROS/DIA denominata Grande Oriente del 30 luglio 1996 (come è noto, Ilardo fu ucciso poco prima di formalizzare la sua collaborazione con la Giustizia ma dopo aver reso importanti dichiarazioni confidenziali ad un ufficiale dei Carabinieri, anche in relazione ai pizzini inviati da Provenzano e con i quali il boss impartiva disposizioni), come il soggetto di riferimento per la composizione delle controversie insorte fra le famiglie palermitane e catanesi di Cosa Nostra sulla destinazione dei proventi dell’estorsione posta in essere in danno delle acciaierie Megara di Catania”.

Sull’imprenditore peloritano si era anche soffermato l’estensore della relazione di minoranza della stessa Commissione d’inchiesta, l’on. Giuseppe Lumia. “Sui legami fra Michelangelo Alfano e una congerie di imprenditori che sarebbero stati creati o, comunque, coltivati, da Cosa Nostra, durante le audizioni effettuate a Messina, è emerso anche il nome di tale Vincenzo Vinciullo, il quale rivestirebbe un ruolo di sicuro rilievo nelle sponde imprenditoriali di Cosa Nostra”, scriveva Lumia. “Vinciullo, agente di commercio di prodotti siderurgici in relazione con la Megara, avrebbe svolto il ruolo dell’amico buono per conto di Cosa Nostra. È significativo che la vicenda dell’estorsione alle acciaierie, oggetto dell’interlocuzione Ilardo-Provenzano, abbia coinvolto le famiglia di Cosa Nostra di Bagheria, di Caltanissetta e di Catania, tutte sotto l’egida di Provenzano (…) Si vede in trasparenza, cioè, il profilo di un assetto interno a Cosa Nostra che potremmo definire come mafia del ferro e che, non a caso, interloquisce felicemente, oltre che con lo stesso Michelangelo Alfano, con uomini, come Vincenzo Vinciullo, strettamente legati a Michelangelo Alfano”.

La lettura dei pizzini ha consentito agli inquirenti di accertare come la quota parte dell’estorsione alla Megara venne trattenuta per intero dagli uomini del clan nisseno dei Madonia. Ciò spinse i mafiosi catanesi a lamentarsi con Bernardo Provenzano. “Mi dicono che il Vinciullo ci dici, che i Catanesi, avevano presi alcuni impegni poi, non mantenuti”, scriveva il boss latitante. “Cioè i Sindacati per non fare sciopero, ecc. e non è stato mantenuto, è stato molestato, con telefonate, persone che, non si comportano bene, sciacalli, ecc. e ha questo punto il Vinciullo dice, che le cose ci sono andate mali”. Il Vinciullo, cioè, si era lamentato che i catanesi non avevano mantenuto l’impegno di controllare i sindacati della Megara, per cui vi erano stati scioperi, minacce e tentativi di estorsioni da parte di altre persone. L’imprenditore si era però dichiarato disponibile a dare il denaro richiesto, ma necessitava di un contatto stabile per ogni eventualità. Per sanare i contrasti, Provenzano delegò i fratelli Leonardo e Nicolò Greco (uomini d’onore di Bagheria) per i contatti con il Vinciullo, mentre Francesco Tusa, genero del Greco e nipote di Giuseppe “Piddu” Madonia, fu invitato a “seguire” i catanesi. Il capo dei capi, secondo gli inquirenti, ordinò a Ilardo di chiedere alla “famiglia” etnea di fissare una somma di denaro per saldare il debito del passato e un’altra somma come anticipo per il futuro. Sempre secondo Provenzano, la risposta dei catanesi doveva essere riportata all’imprenditore messinese mediante l’intermediazione di Nicolò Greco, “persona che era già in contatto con il Vinciullo e che aveva già raccolto le sue lamentele e riportato la sua disponibilità al pagamento”, come scrivono i ROS dei Carabinieri. Infine, Provenzano comunicò al suo interlocutore i nominativi di due persone suggerite dai clan etnei allo scopo di mettersi in contatto con il Vinciullo, tali Motta e Di Stefano. “Il compito dell’Ilardo fu quello di verificare se le persone proposte erano idonee allo scopo e gradite al Vinciullo”, concludono gli inquirenti. La vicenda estorsiva ai danni delle acciaierie (l’importo richiesto fu di 500 milioni di vecchie lire), ebbe un tragico epilogo: il 31 ottobre 1990, vennero assassinati a Catania Alessandro Rovetta, amministratore delegato della Megara, e Francesco Vecchio, direttore del personale dell’azienda. Un duplice omicidio su cui adesso, forse, si è fatta finalmente luce.