19 Maggio 2026 Sport Cultura Spettacolo

La donna che fa parlare la storia. La vita spericolata di Asja Lasic, fra rivoluzione e teatro, narrata da Cristiana Minasi

Di Tonino Cafeo. “Asia Lacis libera!” Più volte queste parole risuonano nel corso dello spettacolo della compagnia Carullo Minasi a cui il pubblico messinese ha potuto assistere per tre intense serate della scorsa settimana alla Sala Laudamo.

 Asja Lasic- la donna che fa parlare la storia- è un omaggio che Cristiana Minasi, autrice- insieme a Silvia Bragonzi- del testo, regista e interprete, ha voluto rendere a una delle figure più importanti e al tempo stesso dimenticate del teatro del ventesimo secolo.

Asja Lasic, pedagogista, regista,  rivoluzionaria  ha attraversato il novecento e i suoi eventi decisivi con una vita avventurosa e ricca di incontri determinanti . Nativa di Ligatne, nella Lettonia allora parte dell’impero Russo, e figlia di operai, si forma fra Riga, Pietrogrado (oggi San Pietroburgo) e Mosca partecipando con passione alla Rivoluzione d’Ottobre, che- alla fine del 1917- fa nascere la Repubblica dei soviet guidata dal partito comunista di Lenin.  Nel 1918 Lasic inizia a lavorare con bambine e bambini orfani di guerra nel villaggio di Orel e lo fa attraverso il gioco e l’improvvisazione, la musica e la danza, dando vita a un teatro che si propone di affrontare i traumi della violenza e della guerra. Da questa esperienza prende le mosse un teatro proletario dall’impronta francamente politica che negli anni seguenti riscuoterà l’apprezzamento di personalità di primo piano come Erwin Piscator, Bertolt Brecht e Walter Benjamin.

L’infanzia sarà al centro della vita artistica di Asja Lasic per molti anni ancora : con Nadezhda  Krupskaya , vedova di Lenin, fonderà  il cinema Balkan di Mosca, uno dei primi dedicati al pubblico dei bambini, mentre sarà da lei ispirato il “Programma del teatro proletario dei bambini” , un vero e proprio manifesto culturale scritto a quattro mani con Benjamin.

Lo spettacolo di Cristiana Minasi in un’ora densissima ripercorre  le fasi salienti di questo percorso. Gli inizi, gli anni fiammeggianti della rivoluzione e delle sperimentazioni ma anche la deportazione in Siberia nel periodo più crudele dello stalinismo e l’inesorabile scivolamento nell’oblio in un secondo dopoguerrasegnato dalla guerra fredda, in cui figure “di frontiera” come Asja Lasic si ritrovarono fuori posto a est come a ovest.

Il racconto tiene insieme magistralmente emozioni e riflessione storica e teorica. Al centro sempre un’idea molto precisa di teatro, che, come Minasi ci ha specificato, è uno “spazio di immaginazione concreta che trova la sua espressione più autentica nei bambini. I bambini diventano paradigma del rivoluzionario: attraverso la loro capacità mimetica, il loro corpo e la loro spontaneità, riescono a restituire una verità che il linguaggio spesso perde.”

Allora sul palco le parole diventano abiti di scena, giochi e filastrocche che hanno una valenza universale, anche se nello specifico sono prese di peso dalla memoria dell’infanzia dell’autrice e recitate nello slang dei bambini messinesi degli anni 70/80. Pagine di diario, fogli di carta composti e scomposti come un puzzle in cui la grande storia e quella intima di Asja Lasic si sovrappongono e si fondono mentre la voce dell’attrice e regista riesce a essere insieme evocativa, dando carne e ossa alla protagonista, e narrativa.

Ma perché riportare in vita, dopo cento anni, la storia di una donna che potrebbe apparire distantissima dalla sensibilità del nostro tempo?

La risposta di Cristiana Minasi è chiara e lucida:

Nonostante il lavoro condiviso con Walter Benjamin, il contributo di Asja Lasic è rimasto in ombra. Era una donna rivoluzionaria, che ha vissuto fino in fondo un’idea politica e artistica, restando fedele a una visione utopica anche quando tutto sembrava crollare intorno a lei. Ha visto persecuzioni, contraddizioni, persino la morte di molti compagni, eppure non ha mai rinunciato alla sua idea di rivoluzione.Il racconto biografico non è però fine a sé stesso ma si trasforma immediatamente in una riflessione su come si traduce un fatto storico in fatto teatrale.

Attraverso la figura di Lācisriflette Minasi cerco di indagare un metodo, una modalità operativa.”

L’insieme deve molto della sua efficacia alla simbiosi di CristianaMinasi con Irida Gjergji, che canta e suona dal vivo viola estrumenti elettronici dando colore e ulteriore spessore al racconto; alle consulenze registica di Giuseppe Carullo e scientifica di Alessio Bergamo, alla scenografia di Mariella Bellantone e ai costumi di Francesca Placuzzi.

La donna che fa parlare la storia è uno spettacolo che è nato all’interno di un percorso di dottorato di ricerca e si è sviluppatodurante diverse residenze artistiche ma non per questo va considerato “per addetti ai lavori”. Sarebbe stato bello se l’EnteTeatro Vittorio Emanuele gli avesse dedicato una settimana di matinée dedicate alle scuole, come è avvenuto per altre produzioni della stagione 2025 2026,però non è mai troppo tardi per un nuovo cartellone che colmi questa mancanza.

@foto di Monica Galtieri